LIBRO QUARTO
Delle obbligazioni
TITOLO I
Delle obbligazioni in generale
CAPO I
Disposizioni preliminari

Art. 1175

Comportamento secondo correttezza
TESTO A FRONTE

I. Il debitore e il creditore devono comportarsi secondo le regole della correttezza.


GIURISPRUDENZA

Intermediazione finanziaria – Obblighi informativi a carico dell’intermediario ex art. 21 d.lgs. 58/1998 (TUF) – Contenuto – Informazione “su misura” circa la natura e la rischiosità di ogni singola operazione – Necessità.
Nella prestazione di servizi di investimento, la norma dell’art. 21 TUF impone all’intermediario di fornire all’investitore un’informazione adeguata in concreto, tale cioè da soddisfare le specifiche esigenze del singolo rapporto, avuto riguardo alle caratteristiche personali e alla situazione finanziaria del cliente. Al fine di assolvere tale obbligo in relazione alla singola operazione di investimento, l’intermediario deve fornire indicazioni idonee a descriverne la natura (la quantità e la qualità dei prodotti in questione), ed a rappresentarne la specifica rischiosità. (Alberto Mager) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 28 Febbraio 2018.


Condominio negli edifici - Parti comuni dell'edificio - Costruzione eseguita dal comproprietario sul suolo comune - Costituzione diritto di superficie - Idoneità - Esclusione - Effetti - Preclusione "ius tollendi" - Sussistenza - Fondamento.
In tema di accessione, il consenso alla costruzione eseguita da uno dei comproprietari del suolo, manifestato dal comproprietario non costruttore, pur non essendo idoneo a costituire un diritto di superficie o altro diritto reale, preclude l'esercizio dello "ius tollendi". Peraltro, ove tale diritto non venga o non possa essere esercitato, i comproprietari del suolo sono tenuti a rimborsare al comproprietario costruttore, in proporzione alle rispettive quote di proprietà, le spese sostenute per l'edificazione dell'opera. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 16 Febbraio 2018, n. 3873.


Inadeguatezza dell’operazione – Mancata informativa – Risoluzione del contratto e risarcimento del danno.
L’omissione di puntuale informativa al cliente in ordine all’inadeguatezza dell’operazione costituisce grave inadempimento contrattuale e comporta la risoluzione del contratto ed il conseguente risarcimento del danno. (Corte d'Appello di Brescia) (riproduzione riservata) Appello Brescia, 11 Gennaio 2018.


Divorzio – Coniuge separato avente diritto ad assegno di mantenimento – Necessità di specifica richiesta di assegno divorzile – Sussiste

Mantenimento del figlio maggiorenne – Che abbia svolto lavori precari – Indipendenza economica – Non sussiste – Onere del beneficiario di informazione sulla propria situazione reddituale e lavorativa – Sussiste
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L’assegno di mantenimento conseguente a separazione consensuale è prestazione ben diversa dall’assegno divorzile, soggetto a specifica disciplina circa l’an ed il quantum debeatur, ed è subordinato a condizioni il cui presupposto (persistenza dello status di separazione) ovviamente viene  meno una volta  caducati gli effetti civili del vincolo matrimoniale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Non potendo ritenersi che il figlio abbia conseguito la autosufficienza economica per il sol fatto di avere svolto alcuni lavori precari, devesi confermare  il contributo economico già concordato tra i  genitori con gli accordi separativi. Tuttavia il soggetto alimentando è tenuto a fornire le informazioni relative alle proprie condizioni reddituali e lavorative, onde evitare al debitore dell’assegno i pregiudizi economici che potrebbero derivargli, sul piano fiscale, ove egli per ignoranza incolpevole richiedesse le detrazioni fiscali (per carichi familiari) relativamente al soggetto beneficiario dello assegno, che va quindi onerato della informazione, trimestrale, circa la propria situazione reddituale e lavorativa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Como, 15 Novembre 2017.


Invito a visita medica – Mancata adesione del danneggiato – Conseguenze sulla domanda risarcitoria – Improponibilità – Insussistenza.
Il diniego del soggetto danneggiato da sinistro stradale a sottoporsi alla visita medica richiesta dalla impresa assicuratrice del danneggiante produce, quale unico effetto, quello di sospendere, nei confronti della impresa in questione, i termini per la proposizione dell’offerta risarcitoria, mentre non incide in alcun modo sulla proponibilità della domanda risarcitoria da parte del danneggiato, che resta comunque proponibile anche se detto soggetto senza giustificato motivo – da accertarsi in concreto da parte del giudice di merito – si sia sottratto a tale invito, potendo eventualmente tale condotta venire scrutinata dal giudice in termini di sua correttezza o meno. (Gianluca Cascella) (riproduzione riservata) Tribunale Torre Annunziata, 01 Giugno 2017.


Società – Deliberazioni dell’assemblea – Abuso o eccesso di potere – Principi di correttezza, buona fede contrattuale e di collaborazione – Perseguimento di un interesse personale antitetico a quello sociale – Intenzionale attività fraudolenta dei soci di maggioranza diretta a provocare la lesione dei diritti di partecipazione e degli altri diritti patrimoniali dei soci di minoranza.
Nel nostro ordinamento societario non esiste una norma che identifichi espressamente una fattispecie di abuso nelle deliberazioni assembleari; tale fattispecie è tuttavia configurabile riferendola alla "regola" di maggioranza, per indicare un uso di tale regola non conforme a quei limiti alla sua applicazione che siano desumibili o da un principio implicito dell'ordinamento oppure da un enunciato normativo espresso ovvero ancora da una clausola generale.

La figura dell'abuso di potere rappresenta, quindi, un limite al principio maggioritario vigente nel diritto societario, corrispondente al principio generale dell'ordinamento giuridico secondo il quale è vietato abusare dei propri diritti e, quindi, fare di essi un esercizio emulativo.

I principi di correttezza, di buona fede contrattuale e di collaborazione, che devono informare l'opera dei soci nell'organizzazione della società, sono il fondamento per riconoscere la figura dell'abuso di potere quale elemento invalidante le deliberazioni assembleari finalizzate esclusivamente a favorire la maggioranza a danno della minoranza, con la precisazione che il canone della buona fede in senso oggettivo non impone ai soggetti un comportamento a contenuto prestabilito, ma rileva soltanto come limite esterno all'esercizio di una pretesa, essendo finalizzato al contemperamento degli opposti interessi i quali, nel dinamismo proprio dell'ordinamento societario, sono destinati a trovare adeguata composizione nell'ambito del procedimento deliberativo. La regola di maggioranza prescrive, dunque, al socio non di esercitare il diritto di voto in funzione di un predeterminato interesse, ma di esercitarlo liberamente e legittimamente per il perseguimento del proprio interesse fino al limite dell'altrui potenziale danno.

Sulla base di tali principi, è da rilevare che l'abuso o eccesso di potere è causa di annullamento o invalidità delle deliberazioni assembleari allorquando la delibera non trovi alcuna giustificazione nell'interesse della società e costituisca una deviazione dell'atto dallo scopo economico-pratico del contratto di società, per essere il voto ispirato al perseguimento da parte dei soci di maggioranza di un interesse personale antitetico rispetto a quello sociale ovvero quando costituisca il portato di una intenzionale attività fraudolenta dei soci di maggioranza diretta a provocare la lesione dei diritti di partecipazione e degli altri diritti patrimoniali spettanti ai soci di minoranza uti singuli. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma, 31 Marzo 2017.


Società di capitali – Impugnazione delle delibere assembleari – Abuso di potere – Nozione.
Nel nostro ordinamento societario non esiste una norma che identifichi espressamente una fattispecie di abuso nelle deliberazioni assembleari. La figura del’abuso di potere rappresenta un limite al principio maggioritario vigente nel diritto societario, corrispondente al principio generale dell’ordinamento giuridico secondo il quale è vietato abusare dei propri diritti e quindi fare di essi un esercizio emulativo.
Il riconoscimento della figura dell’abuso di potere trova il suo fondamento nel riconoscimento della società come contratto. I soci devono eseguire il contratto secondo il principio di buona fede e correttezza nei loro rapporti reciproci, ai sensi degli artt.1175 e 1375 c.c..
L’abuso o eccesso di potere è causa di annullamento/invalidità delle deliberazioni assembleari allorquando la delibera non trovi alcuna giustificazione nell’interesse della società e costituisca una deviazione dell’atto dallo scopo economico-pratico del contratto di società, per essere il voto ispirato al perseguimento da parte dei soci di maggioranza di un interesse personale antitetico rispetto a quello sociale ovvero quando costituisca il portato di una intenzionale attività fraudolenta dei soci di maggioranza diretta a provocare la lesione dei diritti di partecipazione e degli altri diritti patrimoniali spettanti ai soci di minoranza uti singuli. I due requisiti testé evidenziati non sono richiesti congiuntamente, ma in alternativa.
È comunque necessaria la dimostrazione di un esercizio “fraudolento” ovvero “ingiustificato” del potere di voto, dovendo l’abuso concretarsi nella intenzionalità specificamente dannosa del voto, ovvero nella compressione degli altrui diritti in assenza di apprezzabile interesse del votante. La prova è onere della parte che assume l’illegittimità della deliberazione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma, 31 Marzo 2017.


Contratti - Effetti del contratto - Esecuzione di buona fede - Credito nascente da un unico rapporto obbligatorio - Proposizione di due diversi giudizi, uno monitorio ed uno ordinario, per riscuotere l'unico credito - Frazionamento giudiziale contrario alla buona fede - Esclusione - Fondamento.
L'attore che, a tutela di un credito nascente da un unico rapporto obbligatorio (nella specie per il pagamento di compensi professionali), agisce, dapprima, con ricorso monitorio, per la somma già documentalmente provata, e, poi, in via ordinaria, per il residuo, non viola il divieto di frazionamento di quel credito in plurime domande giudiziali, e non incorre, pertanto, in abuso del processo, - quale sviamento dell'atto processuale dal suo scopo tipico, in favore di uno diverso ed estraneo al primo - stante il diritto del creditore a ricorrere ad una tutela accelerata, mediante decreto ingiuntivo, per la parte di credito assistita dai requisiti per la relativa emanazione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 07 Novembre 2016, n. 22574.


Contratto di affidamento bancario – Recesso da parte della banca – Prova dell’arbitrarietà.
Il debitore il quale agisca per far dichiarare arbitrario l’atto di recesso di una banca dal rapporto di affidamento del credito ha l’onere di allegare che le giustificazioni date dalla banca non risultano ragionevoli, dimostrando la sufficienza della propria garanzia patrimoniale.
Non basta un qualsiasi atto di disposizione del patrimonio perché il creditore bancario possa dirsi, a giusto titolo, allarmato dal comportamento del suo debitore, anche se il carattere non allarmante dell’atto di disposizione patrimoniale compiuto deve essere dimostrato da parte di quest’ultimo, laddove agisca per far dichiarare come arbitrario l’atto di recesso della banca.
[Nella fattispecie, la Suprema Corte ha cassato la sentenza impugnata rinviandola alla Corte d’Appello, la quale, nel dubbio sulla valutazione del patrimonio residuo del debitore, e in mancanza di ulteriori allegazioni di allarme sulla sua solvibilità, avrebbe dovuto quantomeno disporre una CTU estimativa.] (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 24 Agosto 2016, n. 17291.


Fidejussione - Estinzione - Liberazione del fidejussore per obbligazione futura - Fideiussione prestata dal socio di una società a responsabilità limitata in favore della stessa società con esonero del creditore dall'osservanza dell'art. 1956 c.c. - Aggravamento del rischio - Informazione in tal senso fornita dal fideiussore alla creditrice - Violazione da parte di quest'ultima degli obblighi di informazione nei confronti del fideiussore - Esclusione - Liberazione del fideiussore - Esclusione.
Il socio che abbia prestato fideiussione per ogni obbligazione futura di una società a responsabilità limitata, esonerando l'istituto bancario creditore dall'osservanza dell'onere impostogli dall'art. 1956 c.c., non può invocare, per ottenere la propria liberazione nonostante la sottoscritta clausola di esonero, la violazione dei principi di correttezza e buona fede da parte del creditore per avere quest'ultimo concesso ulteriore credito alla società benché avvertito dallo stesso fideiussore della sopravvenuta inaffidabilità di quest'ultima a causa della condotta dell'amministratore. In tale situazione, infatti, per un verso, non è ipotizzabile alcun obbligo del creditore di informarsi a sua volta e di rendere edotto il fideiussore, già pienamente informato, delle peggiorate condizioni economiche del debitore e, per altro verso, la qualità di socio del fideiussore consente a quest'ultimo di attivarsi per impedire che continui la negativa gestione della società (mediante la revoca dell'amministratore) o per non aggravare ulteriormente i rischi assunti (mediante l'anticipata revoca della fideiussione). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 15 Febbraio 2016.


Obbligo informativo dell’avvocato – Eccezione di inadempimento sollevata dal cliente – Mancata dimostrazione dell’assolvimento di tale obbligo da parte dell’avvocato – Conseguenze – Esclusione del suo diritto al compenso

Patrocinio a spese dello Stato – Necessità di corrispondenza tra l’importo oggetto della condanna in favore dello Stato ai sensi dell’art. 133 d.P.R 115/2002 e l’importo oggetto della liquidazione in favore del difensore della parte ammessa al patrocinio – Esclusione – Ragioni
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L’esigenza dell’attività informativa del professionista nella fase pre-contrattuale è funzionale al conseguimento di un consenso informato da parte del cliente e trova il suo fondamento nei principii di cui agli art. 1175 -1176 c.c. e ora, per i rapporti sorti dopo il 25 gennaio 2012, anche nell’art. 9, comma 4, del d.l. 1/2012. Da ciò consegue che a fronte dell’eccezione, sollevata dal convenuto, di inadempimento a tale obbligo l’avvocato che abbia agito per ottenere il compenso per l’attività svolta è tenuto a fornire la prova contraria e qualora non vi provveda non ha diritto ad ottenere il compenso per detta attività. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)

Il principio affermato da Cass. Pen., Sez. VI, 8 novembre 2011, n. 46537 della necessaria corrispondenza tra importo oggetto della condanna alle spese della parte abbiente soccombente e importo oggetto della liquidazione in favore del difensore della parte non abbiente non è estensibile alle pronunce di condanna che siano adottate all’esito di un giudizio civile per le seguenti ragioni:
1. nessuna delle norme del d.P.R, prevede la corrispondenza tra somma oggetto di condanna ai sensi dell’art. 91 c.p.c. e importo oggetto di liquidazione in favore del difensore del non abbiente e nemmeno che la prima debba essere dimezzata;
2. la soluzione in esame, mirando ad evitare l’arricchimento dello Stato, finirebbe per avvantaggiare la parte soccombente che vedrebbe ridotta l’entità della condanna per il solo fatto che la propria controparte è stata ammessa al patrocinio pubblico;
3. spesso è impossibile avere corrispondenza tra l’importo liquidato al difensore della parte non abbiente e quella oggetto di condanna, anche a prescindere dalla applicazione o meno della dimidiazione, giacchè la liquidazione della somma dovuta dalla parte soccombente avviene sulla base di criteri in parte diversi da quelli che sovrintendono alla liquidazione del compenso spettante al difensore nei confronti del suo assistito. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)
Tribunale Verona, 26 Gennaio 2016.


Mutuo e finanziamento - Foro del consumatore - Mediazione obbligatoria - TAEG ‑ Indeterminatezza - Nullità clausola - Sussistenza - Tassi BOT - Buona fede - Onorario - Mediazione avvocato -  Sussistenza.
Per i Giudizi in materia bancaria sussiste l'obbligo di esperire il tentativo di mediazione così come previsto dal D. LGS. 28/2010 sia per le controversie di competenza del Tribunale che del Giudice di Pace.
Inoltre qualora l'istante rivesta la qualifica di consumatore si applica l'art. 33 Cod. Cons., per cui la competenza territoriale spetta al Giudice del luogo di residenza o domicilio del consumatore (cfr. Cass. SS. UU. 14669/03).
La pratica commerciale, secondo cui in un contratto di finanziamento viene indicato un TAEG inferiore rispetto a quello realmente applicato, si qualifica come "pratica commerciale ingannevole" in quanto fornisce al consumatore medio una falsa informazione inducendolo ad assumere una decisione che altrimenti non avrebbe preso (Corte Giust. U.E. 15/01/12 C540/10).
La nullità della clausola relativa ai costi collegati all'erogazione non inficia la validità del contratto ma va dichiarata la nullità della clausola contrattuale relativa agli interessi e, in virtù di quanto espressamente indicato dall'art. 117 comma 7 TUB, va applicata la sostituzione del tasso applicato con quello minimo dei BOT nei dodici mesi antecedenti la stipula del contratto. (Rosita Magazzeno) (riproduzione riservata)
Giudice di Pace Buccino, 25 Gennaio 2016.


Inadempimento protratto nel tempo – Legittimità segnalazione alla Centrale Rischi.
E' legittima la segnalazione alla Centrale Rischi della Banca d'Italia in caso di inadempimento protratto nel tempo, e ciò a prescindere dall'esistenza di garanzie reali e personali poste a presidio dei crediti e dall'essere il debitore proprietario di immobili che non garantiscono il pagamento immediato della posizione debitoria ma solo il soddisfacimento a seguito di eventuale riscossione coattiva del credito. (Gaetano Giglio) (riproduzione riservata) Tribunale Bari, 08 Ottobre 2015.


Abuso del diritto - Assenza di previsione generale codicistica - Esistenza di specifiche disposizioni - Configurabilità comunque di un principio generale - Sussiste

Abuso del diritto - Alterazione della funzione oggettiva dell’atto - Violazione della buona fede oggettiva - Sussiste

Abuso del diritto - Elementi costitutivi
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Pur se il codice civile non contiene una previsione generale di divieto di esercizio del diritto in modo abusivo, ma solo specifiche disposizioni in cui viene sanzionato l’abuso con riferimento all’esercizio di determinate posizioni soggettive, da tali singole ipotesi può enuclearsi un principio generale di divieto di esercizio del diritto in modo abusivo. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)

Si ha abuso del diritto in tutti quei casi in cui si verifica un’alterazione della funzione obbiettiva dell’atto rispetto al potere di autonomia che lo configura, o perché si registra un’alterazione del fattore causale, o perché si realizza una condotta contraria alla buona fede ovvero comunque lesiva della buona fede altrui. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)

Gli elementi costitutivi dell’abuso sono tre: la titolarità di un diritto soggettivo, con possibilità di un suo utilizzo secondo una pluralità di modalità non rigidamente predeterminate; l’esercizio concreto del diritto in modo rispettoso della cornice attributiva, ma censurabile rispetto ad un criterio di valutazione giuridico od extragiuridico; la verificazione, a causa di tale modalità di utilizzo, di una sproporzione ingiustificata tra il beneficio del titolare ed il sacrificio cui è costretta la controparte. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)
Tribunale Reggio Emilia, 16 Giugno 2015.


Licenziamento per giusta causa – Molestie nei confronti delle colleghe – Legittimità del licenziamento – Proporzionalità e appropriatezza della sanzione – Lesione del vincolo fiduciario

Licenziamento per giusta causa – Affissione del codice disciplinare – Non necessarietà – Presunzione legale di conoscenza dei codici etici aziendali e del codice disciplinare contenuto nel C.C.N.L.
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In riferimento a condotte, poste in essere dal lavoratore, consistenti in reiterati comportamenti che costituiscono mancanza di rispetto e molestia grave nei confronti delle colleghe, tali da non poter essere consentite in ambito lavorativo, il datore di lavoro ha un preciso obbligo, discendente dall'art. 2087 c.c., di non tollerarle, adottando i necessari provvedimenti.
Nella specie, il provvedimento di licenziamento per giusta causa deve ritenersi appropriato e proporzionato alla gravità delle plurime condotte poste in essere, così da ledere irreparabilmente il vincolo fiduciario che sta alla base del rapporto di lavoro subordinato”. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)

La sottoscrizione, da parte del dipendente, che attesti la presa visione dei codici etici aziendali fa presumere che gli stessi siano legalmente conosciuti dal momento della predetta sottoscrizione, il che rende superflua la prova dell’eventuale affissione.
Quanto poi al codice disciplinare contenuto nel C.C.N.L., va osservato che esso è parte integrante del contratto collettivo che regola il rapporto di lavoro del dipendente.
Esso si considera pertanto legalmente conosciuto dal lavoratore, senza necessità alcuna di prova in ordine alla sua affissione; e ciò anche considerato il divieto – argomentabile e desumibile dall’art. 1175 c.c. – di venire contra factum proprium, il quale impone ai soggetti giuridici l’obbligo di coerenza ed esclude la possibilità di invocare la tutela giuridica, quando essa si ponga in contrasto con comportamento in antecedenza tenuto da colui che la richiede. (Fabrizio Daverio) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino, 02 Gennaio 2015.


Offerta non formale – Mancata accettazione del creditore – Difetto di correttezza e buona fede – Effetti – Mora del debitore – Insussistenza – Diritto del creditore agli interessi ed alla rivalutazione monetaria – Insussistenza.
Il rifiuto dell’adempimento parziale offerto dal debitore, anche se astrattamente legittimo e possibile per il creditore, si rivela contrario a correttezza e buona fede allorquando, nel caso concreto ne emerga il contrasto con i predetti canoni, come si verifica nell’ipotesi in cui la somma offerta da parte del debitore risulti, in pratica, corrispondente a quella pretesa dal creditore, discostandosi da questa in misura esigua e, per di più, tale differenza riguardi le sole spese successive, poiché in tal caso, invece, tale somma deve ritenersi manifestazione di una offerta avente carattere di serietà e satisfattività della pretesa creditoria azionata, con la conseguenza che simile offerta impedisce che il debitore possa essere ritenuto in mora, e come tale obbligato a corrispondere interessi di mora ed eventuale maggior danno. (Gianluca Cascella) (riproduzione riservata) Appello Napoli, 24 Ottobre 2014.


Offerta ritenuta non congrua – Comportamento del creditore secondo correttezza e buona fede – Mancato incasso e mancata restituzione del mezzo di pagamento – Conseguenze.
Nel caso in cui un assegno integrante una offerta ritenuta non congrua da parte del creditore, se dimostratane la effettiva e concreta insufficienza, non si rivela idoneo ad estinguere integralmente la pretesa creditoria anche se il debitore abbia inteso, con l’invio di esso, tacitare ogni danno che si assuma lamentato, e non fa venire meno il diritto del creditore a conseguire quanto ancora a lui eventualmente dovuto, si rivela conforme a correttezza e buona fede la condotta del creditore che o proceda ad incassare il relativo importo ed avviare azione esecutiva per il conseguimento della differenza residua che assuma ancora a lui dovuta, ovvero restituisca l’assegno azionando il titolo per l’intero importo; per converso, si rivela contrario ai richiamati canoni il comportamento del creditore che trattenga il titolo, limitandosi esclusivamente a lamentarne la incongruità, senza incassarlo e senza restituirlo al debitore, anche perché, se pure nelle more il titolo fosse scaduto risultando quindi non più incassabile, in ogni caso il preteso creditore avrebbe potuto porlo a base di un’azione esecutiva o, quantomeno, richiedere ingiunzione di pagamento sulla scorta di esso, per cui le conseguenze di tale inerzia del creditore, quali ad esempio la scadenza dell’assegno e l’impossibilità di incassarlo, non potranno essere imputate al debitore, dovendo invece gravare esclusivamente sul creditore, indipendentemente dal fatto che esse integrino o meno gli estremi della mora credendi. (Gianluca Cascella) (riproduzione riservata) Appello Napoli, 24 Ottobre 2014.


Responsabilità civile – Professioni intellettuali – Avvocato – Responsabilità del nuovo difensore per la pronunzia di inammissibilità della mutatio libelli introdotta in causa – Sussiste – Ragioni

Responsabilità civile – Professioni intellettuali – Avvocato – Obblighi informativi – Finalizzazione al consenso informato del cliente – Permanenza degli obblighi per tutta la durata del rapporto

Responsabilità civile – Professioni intellettuali – Avvocato – Giudizio di responsabilità per mancato adempimento degli obblighi informativi gravanti sul professionista – Ripartizione dell’onere probatorio

Responsabilità civile – Professioni intellettuali – Avvocato – Obbligo di informare il cliente di scelta processuale che abbia rilevanti conseguenze (precisazione-modificazione della domanda) – Sussiste – Modalità di assolvimento
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Il difensore subentrato in corso di giudizio nella difesa della parte attrice, quand’anche ravvisi l’erronea impostazione giuridica della citazione, non può prescindere, nella predisposizione dei successivi atti del procedimento, dalla diligente considerazione dei consolidati criteri discretivi tra la semplice emendatio libelli e la effettiva mutatio libelli che, implicando la novità della domanda sotto il profilo della causa petendi e del petitum, conducono alla inevitabile inammissibilità di siffatta domanda nuova, introducendo, al tempo stesso, una grave contraddizione logica nella linea difensiva nell’eventuale sede di gravame; la preventiva considerazione dei predetti aspetti è pienamente esigibile, in quanto rientrante nella diligenza media del professionista forense, senza implicare – nella specie – l’esimente della “speciale difficoltà” di cui all’art. 2236 c.c.. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)

L’esigenza dell’attività informativa del professionista nella fase precontrattuale è funzionale al conseguimento di un consenso informato da parte del cliente e trova il suo fondamento nei principii di cui all’art. 1175 c.c. nonché, per i rapporti sorti dopo il 2 febbraio 2013, anche nell’art. 13, comma 5, L.247/2012, che prevede tra gli obblighi informativi che il professionista forense deve osservare, prima del formale conferimento dell’incarico, anche quello di comunicare al cliente il grado di complessità dell’incarico stesso e di fornirgli tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili da quel momento fino a quello dell’esaurimento della propria attività; una volta che il contratto di prestazione d’opera professionale sia stato concluso, l’obbligo informativo permane per tutto il corso del rapporto perché costituisce oggetto primario della prestazione professionale. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)

Qualora il cliente non raggiunga il risultato cui mirava attraverso l’opera del professionista e attribuisca al medesimo la responsabilità dell’insuccesso, grava sul professionista l’onere di dimostrare i termini dell’accordo raggiunto con il cliente e il prodotto dell’attività consultiva svolta in favore dello stesso, in conformità ai principii affermati in tema di riparto dell’onere probatorio nei giudizio in cui sia prospettato l’inadempimento di obbligazioni contrattuali; in tale prospettiva risulta evidente come, attraverso l’assolvimento dell’obbligo informativo, il professionista sia chiamato a fornire la prova di aver colto tutti gli aspetti necessari a fornire una corretta ed esaustiva consulenza e, attraverso le informazioni assunte nel corso di essa dal cliente, una piena ed utile assistenza a quest’ultimo. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)

L’avvocato ha obbligo di far comprendere ai propri assistiti il significato e le possibili conseguenze processuali della decisione di procedere ad una precisazione-modificazione della domanda. Sebbene il particolare sia molto tecnico, e come tale è difficilmente comprensibile da chi non abbia una approfondita conoscenza giuridica, la rilevanza di esso impone al professionista di renderlo intellegibile agli attori mediante l’utilizzo di concetti ed espressioni che fossero alla loro portata. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)
Tribunale Verona, 04 Luglio 2014.


Contratti di borsa - Sollecitazione al pubblico risparmio - Doveri della banca - Correttezza e buona fede - Notizie riservate - Obblighi di informazione degli investitori - Responsabilità - Sussistenza.
In tema di appello al pubblico risparmio i principi di correttezza e di buona fede nei rapporti commerciali e contrattuali, di cui agli art. 1175 e 1375 cod. civ., impongono che l'offerta di titoli di partecipazione avvenga con modalità che consentano al contraente-investitore di effettuare una corretta analisi dell'offerta e della convenienza dell'operazione, dovendo escludersi che l'intento speculativo normalmente perseguito nelle operazioni di borsa esima l'altro contraente da alcuno degli elementari doveri di correttezza, sicché la banca che si trovi in posizione di vantaggio informativo, comunque acquisito, ha il dovere di non approfittarne in danno altrui, pena altrimenti la propria responsabilità. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 03 Luglio 2014.


Borsa - Mercato borsistico - Disponibilità di notizie riservate - Sfruttamento a proprio vantaggio - Danno subito dagli altri operatori, sebbene in posizione indipendente dall'operatore deviante - Risarcibilità - Fondamento.
I doveri di correttezza e trasparenza che, in virtù della complessiva disciplina del mercato borsistico, devono connotare il comportamento degli operatori finanziari hanno un ambito di applicazione più ampio rispetto alle norme del codice civile in tema di correttezza e buona fede, dettate con riferimento al singolo rapporto obbligatorio (art. 1175 cod. civ.) od al singolo contratto (art. 1375 cod. civ.), in quanto tendono a garantire la regolare formazione dei prezzi degli strumenti finanziari sul mercato a vantaggio di chiunque si trovi a contrattare sulla base di quei prezzi, in un dato momento, pur se in posizione indipendente dall'operatore deviante; l'art. 2 della legge 17 maggio 1991 n. 157 costituisce una particolare manifestazione dei suddetti doveri e ne prescrive per l'appunto il rispetto generalizzato quale modalità diretta a garantire la correttezza dell'appello al pubblico risparmio, sicché del danno da omessa informazione nei confronti degli investitori - costituito dal minor valore del titolo rispetto all'importo pagato per acquistarlo - rispondono le banche solidalmente a prescindere da un rapporto diretto con gli stessi. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 03 Luglio 2014.


Responsabilità civile – Professioni intellettuali – Avvocato – Imperizia e negligenza – Fattispecie

Responsabilità civile – Professioni intellettuali – Avvocato – Omesso accertamento di elemento essenziale della controversia che implichi applicazione di istituti generali del diritto – Imperizia e negligenza – Sussistono

Responsabilità civile – Professioni intellettuali – Avvocato – Nesso causale tra condotta negligente del professionista e risultato sfavorevole per il cliente – Accertamento secondo criterio prognostico di tipo probabilistico – Necessità

Responsabilità civile – Professioni intellettuali – Avvocato – Obblighi informativi – Finalizzazione al consenso informato del cliente – Permanenza degli obblighi per tutta la durata del rapporto
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Nell’espletamento di un incarico professionale, sono ravvisabili tutti i profili di imperizia e negligenza dell’avvocato che, presentato l’atto di querela per reati commessi da terzi in danno del cliente e costituitosi parte civile nel dibattimento, aperto dopo il compimento del termine prescrizionale penale, non abbia tenuto conto del maturarsi anche del termine prescrizionale civile, omettendo, già nella pendenza delle indagini, un atto interruttivo del diritto al risarcimento del danno da illecito extra contrattuale e poi inducendo il cliente ad agire per il risarcimento del danno da irragionevole durata del procedimento penale ed a ricorrere quindi in cassazione avverso il provvedimento di rigetto del ricorso “legge Pinto”, prospettando al cliente stesso il proprio ottimismo sulla probabilità di ottenere, per effetto dell’accoglimento del gravame, la condanna dello Stato al pagamento di una somma, indicata in un importo - varabile tra un minimo di ventimila euro ed un massimo di trecentomila euro - che non solo avrebbe risarcito il cliente del danno arrecatogli dai fatti di reato, ma lo avrebbe anche arricchito. Nelle descritte condotte del professionista è ravvisabile quantomeno la grave negligenza e l’imperizia consistite nella omessa considerazione e nella omessa informazione del cliente circa basilari principi giuridici in tema di rapporto tra prescrizione penale e prescrizione civile, nonché a proposito dei limiti di legge propri dell’azione da “legge Pinto”. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)

L’avvocato, al fine di adempiere diligentemente all’incarico di presentazione di atto di querela, deve tutelare il proprio assistito sotto ogni profilo, compreso quello civilistico, sicché il protrarsi delle indagini penali ed il compimento del termine di prescrizione dei reati oggetto della querela rendono doveroso per il professionista considerare la necessità dell’invio di un atto interruttivo del termine di prescrizione del diritto al risarcimento dal danno da illecito extra contrattuale, pacifico essendo che l’atto di denunzia–querela non è idoneo allo scopo; l’inerzia del professionista al riguardo giustifica pienamente un giudizio di responsabilità nei confronti del cliente per avere omesso un accertamento che, per l’esercente la professione forense, costituisce adempimento rutinario preliminare già all’iniziale sommaria disamina degli elementi essenziali della questione affidatagli e che, pertanto, avendo ad oggetto l’applicazione di un istituto generale del diritto civile e non comportando soluzioni d’opinabili questioni di diritto od interpretazione particolarmente impegnativa di normative complesse, costituisce un’ipotesi di ignoranza d’istituti elementari ovvero d’incuria o d’imperizia insuscettibili di giustificazione. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)

La valutazione della sussistenza del nesso causale tra condotta del professionista intellettuale e risultato sfavorevole per il cliente costituisce indispensabile presupposto per la formulazione di un giudizio di responsabilità del primo e va effettuata, secondo un criterio prognostico giacché, in materia di responsabilità per colpa professionale, al criterio della certezza degli effetti della condotta si può sostituire, nella ricerca del nesso di causalità, quello della probabilità di tali effetti e della idoneità della condotta a produrli cosicché il rapporto causale sussiste anche quando l’opera del professionista, se correttamente e prontamente svolta, avrebbe avuto non già la certezza bensì serie ed apprezzabili possibilità di successo; pertanto, nel caso di omessa considerazione, da parte dell’avvocato, del verificarsi di termini prescrizionali durante lo svolgimento dell’incarico professionale, è ravvisabile il nesso causale tra l’imperizia del professionista ed il danno patito dal cliente in conseguenza dell’estinzione del diritto che – secondo gli elementi del caso di specie – avrebbe avuto ragionevoli possibilità di riconoscimento in giudizio. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)

L’esigenza dell’attività informativa del professionista nella fase precontrattuale è funzionale al conseguimento di un consenso informato da parte del cliente e trova il suo fondamento nei principii di cui all’art. 1175 c.c. nonché, per i rapporti sorti dopo il 2 febbraio 2013, anche nell’art. 13, comma 5, L.247/2012, che prevede tra gli obblighi informativi che il professionista forense deve osservare, prima del formale conferimento dell’incarico, anche quello di comunicare al cliente il grado di complessità dell’incarico stesso e di fornirgli tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili da quel momento fino a quello dell’esaurimento della propria attività; una volta che il contratto di prestazione d’opera professionale sia stato concluso, l’obbligo informativo permane per tutto il corso del rapporto perché costituisce oggetto primario della prestazione professionale. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)
Tribunale Verona, 17 Giugno 2014.


Contratto di conto corrente bancario - Somme illegittimamente addebitate sul c.c. - Onere della prova in relazione al cattivo utilizzo dei mezzi di pagamento sussiste in capo all'operatore bancario .
Il D.Lgs 11/2010, nella ripartizione dell'onere della prova tra intermediario e cliente, ha inteso dettare una disciplina favorevole agli utenti, ponendo a carico dell'operatore bancario l'onere probatorio in ordine alle responsabilità dell'utente circa il cattivo utilizzo dei mezzi di pagamento. (Roberto Di Gregorio) (riproduzione riservata) Giudice di Pace Bergamo, 26 Maggio 2014.


Contratto di mutuo - Accettazione da parte della banca del pagamento delle rate di mutuo in misura inferiore a quella pattuita - Comportamento contrario alla volontà di avvalersi della clausola risolutiva espressa - Notifica dell'atto di precetto - Violazione dei principi di buona fede e correttezza nell'adempimento dell'esecuzione del contratto..
E' contrario ai principi di buona fede e correttezza nell'adempimento e nell'esecuzione del contratto il comportamento della banca che, dopo aver accettato dal coobbligato il pagamento, per oltre tre anni, della metà della rata di mutuo, dia corso all'azione esecutiva avvalendosi della clausola risolutiva espressa. (Nel caso di specie, è stata accolta, in sede di reclamo, l'istanza di sospensione dell'esecuzione). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Taranto, 31 Marzo 2014.


Buona fede contrattuale - Obbligo del creditore di preservare l’interesse della controparte - Fattispecie in tema di merchandising avente ad oggetto la riproduzione di una serie televisiva di cartoni animati.
Anche in mancanza di espressa pattuizione di specifici obblighi, la condotta del creditore che non preservi l’interesse della controparte, ma che, al contrario, dia luogo a continui cambiamenti di palinsesto, alimentando la dissafezione degli utenti, deve ritenersi una condotta non conforme alla clausola di buona fede che caratterizza il funzionamento del sinallagma del contratto di merchandising. (Fattispecie in tema riproduzione di una serie televisiva di cartoni animati). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 13 Febbraio 2014.


Conto corrente – Apertura di credito in genere – Fideiussione – Buona fede contrattuale – (Liberazione del fideiussore)..
In un rapporto di conto corrente e apertura di credito in genere, la Banca creditrice non deve richiedere al fideiussore la speciale autorizzazione di cui all’art. 1956, comma 1, c.c. per fornire nuovo credito al debitore, qualora possa ragionevolmente presumersi che lo stesso avesse conoscenza concreta ed effettiva delle mutate condizioni patrimoniali della debitrice e del loro progressivo deterioramento, poiché tale conoscenza fa venire meno qualsiasi esigenza di tutela del fideiussore, rendendo conseguentemente inapplicabile l’istituto dell’art. 1956 c.c. Fondano tale ragionevole presunzione tutte quelle situazioni in ragione delle quali deve escludersi che il fideiussore fosse soggetto stricto sensu terzo rispetto alla società debitrice (esemplificativamente quando il fideiussore riveste la qualità di socio della società debitrice e/o di amministratore della stessa etc.). (Dario Finardi) (riproduzione riservata)

Il fideiussore per avvalersi della tutela di cui all’art. 1956 c.c., deve essere meritevole della stessa essendo pertanto gravato di un duplice onus probandi: sia del requisito oggettivo della concessione da parte della creditrice, di nuovo credito al debitore, sia del requisito soggettivo della consapevolezza della creditrice del significativo peggioramento della condizione patrimoniale del debitore. Non può considerarsi raggiunta dal fideiussore la prova del requisito soggettivo, quando i dati dallo stesso forniti sono equivoci, ovvero permettono solo di capire che la creditrice conosceva la tensione finanziaria della debitrice. Di tal ché nell’ambito di un rapporto pluriennale di conto corrente e apertura di credito, la prosecuzione dello stesso da parte della Banca, continuando a mantenere a favore del correntista la somma convenuta, non è contrario a buona fede (essendo per altro un obbligo contrattuale) e parimenti la conoscenza della Banca di alcuni insoluti del debitore non è elemento sufficiente per revocare il rapporto. La concessione di nuovo credito da parte del creditore ai sensi dell’art. 1956 c.c. assume rilevanza rispetto alla liberazione del fideiussore, soltanto nei casi in cui si traduca in una violazione del dovere di solidarietà contrattuale gravante sul creditore, nella cui osservanza trova realizzazione l’obbligo del creditore di comportarsi secondo il canone della buona fede nell’esecuzione del contratto di garanzia. (Dario Finardi) (riproduzione riservata)
Tribunale Verona, 10 Settembre 2013.


Responsabilità civile – Professioni intellettuali – Risultato sfavorevole per il cliente – Negligenza del professionista – Nesso causale tra condotta ed evento – Criteri di individuazione.

Responsabilità civile – Professioni intellettuali – Avvocato – Adozione di strategia difensiva sollecitata dal cliente – Presupposti per l’affermazione di responsabilità del professionista.

Responsabilità civile – Professioni intellettuali – Avvocato – Strategia difensiva sollecitata dal cliente – Permanenza dell’obbligo informativo a carico del professionista – Ragioni.

Responsabilità civile – Professioni intellettuali – Obbligo informativo a carico del professionista – Consenso informato del cliente – Fondamento.

Responsabilità civile – Professioni intellettuali – Avvocato – Obbligo informativo a carico del professionista – Permanenza nei diversi gradi di giudizio.

Responsabilità civile – Professioni intellettuali – Avvocato – Inadempimento – Dovere di diligenza – Contenuti – Dovere di informazione, sollecitazione e dissuasione.

Responsabilità civile – Professioni intellettuali – Avvocato – Risultato sfavorevole per il cliente – Giudizio di responsabilità nei confronti del professionista – Onere probatorio gravante su quest’ultimo.

Responsabilità civile – Professioni intellettuali – Avvocato – Risultato sfavorevole per il cliente – Adozione di strategia difensiva sollecitata dal cliente – Permanenza dell’obbligo informativo a carico del professionista – Conseguenze sull’onere di prova.

Procedimento civile – Spese – Parziale accoglimento della domanda – Giustifica la compensazione delle spese di lite.
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La sussistenza del nesso causale tra negligenza del professionista e risultato sfavorevole per il cliente costituisce l’indispensabile presupposto per la formulazione di un giudizio di responsabilità nei confronti del primo e va valutata secondo un criterio prognostico di tipo probabilistico; più precisamente, in materia di colpa professionale, si può sostituire al criterio della certezza degli effetti della condotta quello della probabilità di tali effetti e della idoneità della condotta a produrli, sicché il rapporto causale sussiste anche quando l’opera del professionista, se correttamente e prontamente svolta, avrebbe avuto non già la certezza, bensì serie ed apprezzabili possibilità di successo. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)

La responsabilità dell’avvocato non è esclusa dalla circostanza che l’opzione per una determinata strategia difensiva sia stata sollecitata dal cliente; rientrando nel compito esclusivo del professionista la scelta della linea difensiva da seguire nella prestazione dell’attività professionale, va affermata la responsabilità del difensore che abbia adottato mezzi difensivi non diligentemente scelti tra quelli disponibili per la tutela del suo cliente. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)

Quand’anche il risultato sfavorevole difensiva sia riconducibile all’adozione di strategie difensive sollecitate dal cliente, il giudizio sulla responsabilità dell’avvocato non può prescindere dal contenuto degli obblighi informativi gravanti sul professionista nell’ambito del contratto di prestazione d’opera intellettuale, sulla premessa di ordine generale che il committente, invocando l’opera del professionista, mira a soddisfare il proprio interesse ad acquisire le informazioni utili per l’interpretazione di un dato della realtà e per la scelta della condotta più efficace al fine del perseguimento di un determinato risultato. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)

La necessità dell’attività informativa del professionista è funzionale al conseguimento di un consenso informato da parte del cliente e trova il suo fondamento nei principii fissati dagli art. 1175 -1176 c.c. e - per i rapporti sorti dopo il 25.1.2012 - anche dall’art. 9, comma 4, D.L. 1/2012, che prevede tra gli obblighi informativi che il professionista deve osservare, prima del formale conferimento dell’incarico, anche quello di comunicare al cliente il grado di complessità dell’incarico e di fornirgli tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili da quel momento fino a quello dell’esaurimento della propria attività. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)

Una volta che il contratto di prestazione d’opera professionale sia stato concluso, l’obbligo informativo a carico dell’avvocato permane per tutta la durata del rapporto e quindi, nel caso in cui il mandato riguardi più gradi di giudizio, per tutto il loro corso che costituisce l’oggetto primario della prestazione professionale. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)

La valutazione dell’inadempimento dell’avvocato all’obbligazione assunta, accettando l’incarico conferitogli, non può basarsi, di regola, sul solo mancato raggiungimento del risultato utile ma implica la violazione, soprattutto, del dovere di diligenza, nel cui ampio spettro rientrano a loro volta i doveri di informazione, di sollecitazione e di dissuasione, ai quali il professionista deve adempiere, così all’atto dell’assunzione dell’incarico come nel corso del suo svolgimento, prospettando al cliente le questioni di fatto e/o di diritto, rilevabili ab origine o insorte successivamente, ritenute ostative al raggiungimento del risultato e/o comunque produttive d’un rischio di conseguenze negative o dannose. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)

Qualora il cliente non raggiunga il risultato cui mirava attraverso l’opera del professionista e attribuisca al medesimo la responsabilità dell’insuccesso o quando vi sia contestazione sui limiti dell’incarico conferito, grava sul professionista l’onere di dimostrare i termini dell’accordo raggiunto con il cliente e il prodotto dell’attività consultiva svolta in favore dello stesso, in conformità ai principii in tema di riparto dell’onere probatorio nei giudizio in cui sia prospettato l’inadempimento di obbligazioni contrattuali. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)

L’obbligo informativo gravante sul professionista ha natura di obbligazione di risultato e - attraverso l’assolvimento di esso - il professionista è chiamato a fornire la prova di aver colto tutti gli aspetti necessari a fornire al cliente una corretta ed esaustiva consulenza ed una piena ed utile assistenza. Pertanto, nel caso in cui la scelta difensiva sia stata suggerita dal cliente ed accettata dall’avvocato, quand’anche si volesse escludere la sussistenza di un dovere di autonomia del secondo nei confronti del primo, il professionista ha comunque l’onere di dimostrare in quali termini ha svolto la propria attività consultiva e sulla base di quali informazioni è maturato il diverso orientamento dell’assistito (N.d.r.: nel caso di specie si trattava di una questione di prescrizione penale, non sollevata dal difensore su indicazione di uno dei due difesi). (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)

L'accoglimento solo parziale della domanda attorea giustifica la compensazione tra le parti delle spese di lite, in applicazione del consolidato orientamento  secondo il quale la riduzione anche sensibile della somma richiesta con la domanda, pur non integrando gli estremi della soccombenza reciproca, ugualmente può giustificare la compensazione totale o parziale delle spese; del pari, giustifica la compensazione delle spese la circostanza che la parte sia rimasta vittoriosa in misura più o meno significativamente inferiore rispetto all'entità del bene che voleva conseguire. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata)
Tribunale Verona, 28 Maggio 2013.


Buona fede - Comportamenti finalizzati ad evitare nel consumatore confusione sul marchio - Sussiste..
La buona fede si sostanzia in un obbligo di solidarietà che impone alle parti di agire in modo da preservare gli interessi dell’altra, a prescindere dagli specifici obblighi contrattuali, dovendosi compiere tutti gli atti necessari per la salvaguardia dell’interesse della controparte. L'obbligo di buona fede oggettiva o correttezza costituisce, infatti, un autonomo dovere giuridico, espressione di un generale principio di solidarietà sociale. Inserito nel quadro dei valori costituzionali e da intendersi come una specificazione degli "inderogabili doveri di solidarietà sociale" imposti dall'art. 2 Cost., la sua rilevanza si esplica nell'imporre, a ciascuna delle parti del rapporto obbligatorio, il dovere di agire in modo da preservare gli interessi dell'altra, a prescindere dall'esistenza di specifici obblighi contrattuali o di quanto espressamente stabilito da singole norme di legge. La buona fede, così intesa, certamente può essere adottata come parametro per esigere in capo ad una società, pur in assenza di obbligazioni contrattuali in tal senso, di mantenere condotte intese a garantire che non si verifichino comportamenti idonei a generare, nell’acquirente finale, confusione in ordine al riconoscimento di un marchio. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 11 Maggio 2013.


Ammortamento tempestivo del capitale - Rifiuto, da parte della banca - Principio di buona fede oggettiva ex art. 1375 c.c. - 1175 c.c. - Violazione - Configurabilità..
Il rifiuto della Banca di addivenire all’ammortamento, con imputazione di quanto pagato dall’attrice anche in conto capitale – al fine di neutralizzare il fenomeno anatocistico di produzione di interessi su interessi – può costituire grave inadempimento e giustificare la risoluzione dei mutui ai sensi degli art. 1453 e ss del cod. civ., se. alla stregua delle circostanze del caso di specie, risulti contrario al principio di buona fede oggettiva. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata) Tribunale Brindisi, 22 Marzo 2013.


Buona fede nell’esecuzione del contratto - Nozione - Fattispecie concreta. .
In tema di esecuzione del contratto, la buona fede si atteggia come impegno di cooperazione od obbligo di solidarietà, imponendo a ciascun contraente di tenere quei comportamenti che, a prescindere da specifici obblighi contrattuali o dal dovere extracontrattuale del principio del neminem laedere, sono idonei a preservare gli interessi della controparte, senza peraltro che ciò possa rappresentare un apprezzabile sacrificio per chi li pone in essere: in sostanza, il principio sancito dall’art. 1375 c.c. ha la portata di ampliare ovvero di restringere gli obblighi letteralmente assunti con il contratto, nei casi e nella misura in cui farli valere nel loro tenore letterale contrasterebbe con detto principio, senza peraltro che possa essere impedito di avvalersi di tutti gli strumenti apprestati dall’ordinamento per porre rimedio all’inadempimento di controparte ed al pregiudizio che ne deriva. L’obbligo di buona fede nell’esecuzione del contratto non ha allora un contenuto prestabilito, e quindi anche la mera inerzia può costituirne inadempimento, poiché l’osservanza del dovere di correttezza si pone nel sistema come limite interno di ogni situazione giuridica contrattuale soggettiva, per evitare che l’ossequio alla legalità formale si traduca in un sacrificio della giustizia sostanziale che scade nell’abuso del diritto. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata) Tribunale Reggio Emilia, 21 Febbraio 2013.


Conto corrente - Servizio di home banking - Intrusioni indebite da parte di terzi - Necessarie cautele da parte del cliente - Mancata dimostrazione da parte della banca di aver adottato misure di sicurezza adeguate - Negligenza - Sussistenza..
Nell'ambito del servizio di home banking, il rispetto da parte del cliente delle norme di sicurezza sulla custodia delle credenziali per accedere al servizio è condizione necessaria ma non sufficiente per escludere la possibilità di intrusioni indebite da parte di terzi, intrusioni che possono essere causate da un insufficiente grado di protezione del servizio offerto dalla banca, a prescindere da comportamenti negligenti del cliente. In base a tale principio, la banca deve essere condannata alla rifusione delle somme sottratte al cliente in seguito ad una illecita intrusione nel servizio qualora la banca stessa non dimostri che il cliente abbia violato le norme di custodia delle credenziali di accesso e non offra dimostrazione di aver adottato adeguati accorgimenti tecnici volti a tutelare la sicurezza del correntista o particolari cautele doverose in presenza di un ordine di bonifico con caratteristiche insolite rispetto alla normale operatività del cliente. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Asti, 03 Settembre 2012.


Mandato - Obbligazioni del mandatario - Obbligo di rendiconto - Contratto di gestione individuale di portafogli titoli - Rendiconto periodico - Onere legale del cliente di contestazione entro un termine determinato - Sussistenza - Esclusione - Fondamento - Obbligo del cliente di agire in buona fede - Configurabilità - Valutazione del comportamento complessivo del contraente da parte del giudice - Ammissibilità.
Con riguardo al contratto di gestione individuale di patrimoni mobiliari, il rendiconto periodicamente inviato al cliente dalla società di gestione del portafoglio di strumenti finanziari costituisce un vero conto di gestione e non un mero riepilogo di dati storico-contabili, ma la normativa di settore non pone alcun termine entro cui il cliente sia onerato della contestazione del rendiconto, né si dà applicazione analogica dell'art. 119 del d.lgs. 1° settembre 1993, n. 385 o dell'art. 1832 c.c. in tema di approvazione tacita dell'estratto conto bancario, attesa la differenza di contenuto e di funzione fra quest'ultimo ed i rendiconti di gestione, ovvero dell'art. 1712, secondo comma, cod. civ., il quale presuppone che l'esecuzione dell'incarico sia già interamente avvenuta e non si presta a disciplinare il contratto di gestione individuale di portafogli, che ha regole sue proprie essenzialmente dettate dall'esigenza di fornire all'investitore un "surplus" di tutela: pertanto, il mancato reclamo entro il termine prefissato non comporta la decadenza dal diritto di agire in responsabilità nei confronti del gestore, sebbene il comportamento complessivo del cliente, che come quello del gestore deve essere improntato a buona fede, possa essere valutato dal giudice nel contesto delle risultanze istruttorie. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 02 Dicembre 2010, n. 24548.


Contratti in genere – Effetti del contratto – Esecuzione di buona fede – Princìpi di correttezza e buona fede – Portata – Rilevanza sul piano dell'equilibrio delle contrapposte prestazioni contrattuali – Conseguenze – Possibilità da parte del giudice di intervenire anche in senso modificativo del programma contrattuale – Sussistenza – Condizioni..
I princìpi di correttezza e buona fede nell'esecuzione e nell'interpretazione dei contratti, di cui agli artt. 1175, 1366 e 1375 codice civile, rilevano sia sul piano dell'individuazione degli obblighi contrattuali, sia su quello del bilanciamento dei contrapposti interessi delle parti. Sotto il primo profilo, essi impongono alle parti di adempiere obblighi anche non espressamente previsti dal contratto o dalla legge, ove ciò sia necessario per preservare gli interessi della controparte; sotto il secondo profilo, consentono al giudice di intervenire anche in senso modificativo o integrativo sul contenuto del contratto, qualora ciò sia necessario per garantire l'equo contemperamento degli interessi delle parti e prevenire o reprimere l'abuso del diritto. (fonte CED – Corte di Cassazione) Cassazione civile, sez. III, 18 Settembre 2009, n. 20106.


Contratti in genere – Effetti del contratto – Esecuzione di buona fede – Abuso del diritto – Nozione – Esercizio di un diritto per fini ultronei e con effetti sproporzionatamente dannosi per la controparte – Conseguenze – Inefficacia dell'atto o risarcimento del danno. .
Si ha abuso del diritto quando il titolare di un diritto soggettivo, pur in assenza di divieti formali, lo eserciti con modalità non necessarie ed irrispettose del dovere di correttezza e buona fede, causando uno sproporzionato ed ingiustificato sacrificio della controparte contrattuale, ed al fine di conseguire risultati diversi ed ulteriori rispetto a quelli per i quali quei poteri o facoltà furono attribuiti. Ricorrendo tali presupposti, è consentito al giudice di merito sindacare e dichiarare inefficaci gli atti compiuti in violazione del divieto di abuso del diritto, oppure condannare colui il quale ha abusato del proprio diritto al risarcimento del danno in favore della controparte contrattuale, a prescindere dall'esistenza di una specifica volontà di nuocere, senza che ciò costituisca una ingerenza nelle scelte economiche dell'individuo o dell'imprenditore, giacché ciò che è censurato in tal caso non è l'atto di autonomia negoziale, ma l'abuso di esso (in applicazione di tale principio, è stata cassata la decisione di merito la quale aveva ritenuto insindacabile la decisione del concedente di recedere ad nutum dal contratto di concessione di vendita, sul presupposto che tale diritto gli era espressamente riconosciuto dal contratto). (fonte CED – Corte di Cassazione) Cassazione civile, sez. III, 18 Settembre 2009, n. 20106.


Abuso del diritto di credito - Responsabilità - Presupposti - Iscrizione ipotecaria dopo il deposito di domanda di concordato preventivo da parte del debitore - Sussistenza della responsabilità - Esclusione.
La responsabilità risarcitoria per abuso del diritto di credito , anche in relazione all'inosservanza dei generali doveri di lealtà e correttezza posti dall'art. 1175 cod. civ., postula un comportamento lesivo dell'interesse del debitore che esorbiti dal limite della ragionevole tutela dell'interesse del creditore, secondo una valutazione da effettuarsi al momento in cui il comportamento stesso è tenuto. Tale abuso non è configurabile nell'iscrizione di garanzia ipotecaria, per il solo fatto che segua la data della presentazione da parte dell'obbligato di domanda di ammissione al concordato preventivo, e che quindi, a norma dell'art. 168 legge fallim., non autorizzi il promuovimento o la prosecuzione di azioni esecutive sul patrimonio del debitore e non attribuisca prelazione nel rapporto con gli altri creditori concorrenti: l'ipotecante, infatti, mantiene prelazione rispetto ai crediti eventualmente insorti dopo l'indicata data, ed inoltre, si riappropria di tutte le sue facoltà, anche nei confronti del debitore, ove il concordato non vada a buon fine ed il successivo fallimento si chiuda senza il soddisfacimento (in tutto o in parte) delle sue ragioni (art. 120 legge fallim.). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Agosto 2004, n. 17205.