LIBRO QUARTO
Delle obbligazioni
TITOLO II
Dei contratti in generale
CAPO IV
Dell'interpretazione del contratto

Art. 1363

Interpretazione complessiva delle clausole
TESTO A FRONTE

I. Le clausole del contratto si interpretano le une per mezzo delle altre, attribuendo a ciascuna il senso che risulta dal complesso dell'atto.


GIURISPRUDENZA

Interpretazione contrattuale – Clausola traslativa degli oneri fiscali – Limitazione agli oneri riconnessi al tipo contrattuale stabilito dall’erogatore della prestazione.
La clausola traslativa del costo delle imposte non può estendersi alle somme dovute a titolo di sanzione, in quanto un simile accordo sarebbe contrario ai principi generali dell’ordine pubblico sanzionatorio, che correlano immancabilmente la sanzione in senso stretto e proprio all’autore dell’illecito. In difetto, la funzione preventiva della previsione di una sanzione pecuniaria sarebbe del tutto vanificabile tramite accordi traslativi.
La clausola può avere riguardo ai costi derivanti solo dallo specifico tipo di contratto. L’erogatore della prestazione contrattuale caratteristica è tenuto a garantire quantomeno i presupposti minimi di esistenza del tipo contrattuale. Consegue che grava sullo stesso garantire quantomeno la corrispondenza del regolamento contrattuale (dallo stesso predisposto) al corrispondente tipo contrattuale anche dal punto di vista fiscale. Ne deriva che sullo stesso grava l’onere economico derivante da una diversa qualificazione del rapporto.
[Nella fattispecie, il Giudice ha rigettato la domanda della società di leasing di subordinare il trasferimento di proprietà del bene al pagamento, da parte dell’utilizzatore, delle maggiori imposte accertate dall’Amministrazione finanziaria a seguito della riqualificazione del contratto, e quindi del regime fiscale applicato; pagamento richiesto in forza di clausola contrattuale traslativa degli oneri fiscali.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 27 Febbraio 2017.


Regolamento condominiale – Divieti di destinazione delle unità di proprietà individuale – Clausola mista recante menzione sia delle attività vietate sia dei pregiudizi che si intendono evitare – Ammissibilità – Riferimento a specifiche tipologie di immobili – Interpretazione estensiva – Esclusione.
Le clausole del regolamento condominiale che limitano la destinazione delle unità di proprietà individuale possono essere predisposte sia mediante specifica indicazione delle attività vietate, sia mediante più generale riferimento ai pregiudizi che si intendono evitare, o anche in forma mista prevedendo entrambe le tipologie di divieto, con la differenza che, al fine di stabilire se una determinata destinazione sia vietata o limitata, nella prima ipotesi è sufficiente verificare se la stessa è inclusa nell'apposito elenco, mentre nella seconda ipotesi è necessario accertare l'effettiva capacità di essa a produrre gli inconvenienti che si intendono evitare, dovendo coordinarsi la regola ermeneutica dell’art. 1365 c.c., relativa all’uso di indicazioni esemplificative, con l’esigenza di tutelare il libero esercizio dei diritti dominicali. In ogni caso le restrizioni delle facoltà inerenti alla proprietà esclusiva non sono suscettibili di interpretazione estensiva sia per quanto concerne il novero delle attività astrattamente esercitabili nella proprietà individuale  a cui si applicano le limitazioni regolamentari, sia per quanto attiene ai beni, e cioè alla tipologia e natura degli immobili soggetti alle limitazioni regolamentari, con la conseguenza che l’uso del termine “alloggi” per individuare le unità soggette al divieto di essere adibite “a qualsiasi altro uso che possa turbare la tranquillità dei condomini” non consente di estendere il divieto anche ad immobili aventi destinazione commerciale. (Pasquale Russolillo) (riproduzione riservata) Tribunale Avellino, 24 Febbraio 2017.


Azienda - Cessione - Responsabilità del cessionario per debiti futuri - Debito derivante dalla sopravvenuta inefficacia di pagamenti di crediti aziendali risultanti dalla documentazione contabile al momento della cessione dell'azienda.
La Prima sezione civile della corte di cassazione ha chiesto alle Sezioni Unite un intervento chiarificatore sulla questione se la cessione dell'azienda comporti comunque per il cessionario l'accollo dei debiti anche futuri di cui risultino i presupposti e, in particolare, dei debiti che nasceranno dalla sopravvenuta dichiarazione di inefficacia di pagamenti di crediti aziendali risultanti dalla documentazione contabile al momento della cessione dell'azienda.

Nell'ordinanza di rimessione si osserva che, secondo la giurisprudenza prevalente, «l'art. 58 del d.lgs. 10 settembre 1993, n. 385, nel prevedere il trasferimento delle passività al cessionario, in forza della sola cessione e del decorso del termine di tre mesi dalla pubblicità notizia di essa (secondo quanto previsto dal comma 2 dello stesso art. 58), e non la mera aggiunta della responsabilità di quest'ultimo a quella del cedente, deroga all'art. 2560 c.c., su cui prevale in virtù del principio di specialità» (Cass., sez. III, 26 agosto 2014, n. 18258, m. 632303) e comporta perciò il trasferimento anche dei debiti per sanzioni irrogate dopo la cessione per fatti commessi in precedenza (Cass., sez. IL 29 ottobre 2010, n. 22199, m. 614833).

Sennonché, se è indiscutibile che l'art. 58 legge bancaria prevede la liberazione del cedente alla scadenza del termine di tre mesi (Cass., sez. I, 3 maggio 2010, n. 10653, m. 613303), questa deroga non esclude affatto che quello previsto dall'art. 2560 c.c. sia un accollo cumulativo con trasferimento dei debiti al cessionario. E se nel caso della cessione bancaria è la legge a prevedere che ne consegua il trasferimento di tutte le situazioni soggettive attive e passive, non si vede perché un analogo effetto traslativo non debba aversi anche per le cessioni delle altre aziende commerciali, almeno quando sia l'atto di cessione a includere espressamente, come nel caso in esame, «tutte le situazioni attive e passive quali risultanti dalle scritture contabili regolarmente tenute». (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 21 Aprile 2016, n. 8090.