Codice Civile


LIBRO QUARTO
Delle obbligazioni
TITOLO IX
Dei fatti illeciti

Art. 2043

Risarcimento per fatto illecito
TESTO A FRONTE

I. Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno.


GIURISPRUDENZA

Abusiva concessione di credito - Codice della Crisi - Contratti e operazioni bancarie in genere.
Il curatore fallimentare è legittimato ad agire contro la banca per la concessione abusiva del credito qualificabile quando l’istituto bancario eroghi credito con dolo o colpa ad impresa in stato di difficoltà economico-finanziaria ed in mancanza di concrete prospettive di superamento della crisi, integrandosi così un illecito del soggetto finanziatore per essere venuto meno ai suoi doveri primari, ed obbligando il medesimo al risarcimento del danno, ove ne discenda l’aggravamento del dissesto favorito dalla continuazione dell’attività d’impresa.
Diversamente, non integra abusiva concessione di credito la condotta della banca che abbia erogato credito, pur al di fuori di una formale procedura di risoluzione della crisi, ad un’impresa suscettibile secondo una concreta valutazione ex ante di superare lo stato di crisi o di permanere sul mercato.
La sentenza impugnata viene così cassata con rinvio alla Corte d’Appello in diversa composizione, perché proceda alla trattazione della causa tenendo conto dei suddetti principi di diritto. (Monica Mandico) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 14 Settembre 2021, n. 24725.


Danno da procurato fallimento o da procurato concordato preventivo – Presupposti – Prevedibilità del danno – Onere dalla prova.
Il riconoscimento del danno da procurato fallimento o, come nel caso di specie, da procurato concordato preventivo, presuppone che, quando l’inadempimento o il ritardo non dipende da dolo del debitore (art. 1225 c.c.), il risarcimento è limitato al danno che poteva prevedersi al tempo in cui è sorta l’obbligazione, laddove la prevedibilità dell’obbligazione non costituisce un limite alla esistenza del danno, ma alla misura del suo ammontare e con la precisazione che incombe al creditore l’onere di fornire la prova della prevedibilità.

Tuttavia, la prevedibilità del danno risarcibile deve essere valutata con riferimento non al momento in cui è sorto il rapporto obbligatorio (come sembrerebbe adombrare il dato testuale della norma), ma a quello in cui il debitore, dovendo dare esecuzione alla prestazione e, potendo scegliere fra adempimento e inadempimento, è in grado di apprezzare più compiutamente e  quindi di prevedere il pregiudizio che il creditore può subire per effetto del suo comportamento inadempiente; infatti, il collegamento della prevedibilità del danno al tempo in cui è sorta l'obbligazione non tiene conto del periodo di tempo, a volte anche lungo, intercorrente fra tale momento e quello in cui la prestazione deve essere adempiuta (Cass., 30 gennaio 2007, n. 1956).

[Alla luce dei principi ora richiamati, il Tribunale ha escluso che, nel corso del rapporto contrattuale avente ad oggetto l’esecuzione dell’appalto per cui è causa, la convenuta potesse prevedere che eventuali propri inadempimenti potessero cagionare una crisi di liquidità della controparte contrattuale.] (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma, 01 Settembre 2021.


Immissioni intollerabili - Assenza di pregiudizio alla salute - Risarcibilità del danno non patrimoniale - Condizioni - Fondamento - Fattispecie.
Pur quando non rimanga integrato un danno biologico, non risultando provato alcuno stato di malattia, la lesione del diritto al normale svolgimento della vita familiare all'interno della propria casa di abitazione, tutelato anche dall'art. 8 della Convenzione europea dei diritti umani, nonché del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita quotidiane, integra una lesione che non costituisce un danno "in re ipsa", bensì un danno conseguenza e comporta un pregiudizio ristorabile in termini di danno non patrimoniale. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito, che aveva ritenuto dovuta la riparazione del pregiudizio del diritto al riposo, sofferto dalle parti lese in conseguenza delle immissioni sonore - in particolare notturne - dipendenti dall'installazione di un nuovo bagno in un appartamento contiguo, siccome ridondante sulla qualità della vita e, conseguentemente, sul diritto alla salute costituzionalmente garantito). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 28 Luglio 2021, n. 21649.


Antitrust - Danno da sovraprezzo - Illecito extracontrattuale.
Il Tribunale di Napoli, sezione specializzata in materia di imprese (Presidente dott. N. Graziano e Giudici dott.sse I. Grimaldi e V. Criscuolo), ha statuito che in presenza di cd. danno da “sovraprezzo” se è l’acquirente indiretto a dolersi di aver sopportato il sovrapprezzo, il trasferimento del sovrapprezzo è presunto (se l’attore realizza le tre condizioni indicate dall’art. 12 ma il convenuto può dimostrare che, invece, il trasferimento non si è realizzato (in tal caso il convenuto avrà l’onere di provare che l’attore ha scaricato a valle tutto o parte del sovrapprezzo).
Perché questo meccanismo operi l’art. 12 prevede che nell’azione per risarcimento del danno per trasferimento in tutto o in parte del sovrapprezzo se l’azione è promossa da un acquirente indiretto, il trasferimento è presunto a condizione che l’attore abbia provato: a)che il convenuto (autore che si colloca all’origine della violazione) ha commesso una violazione del diritto della concorrenza; b) che questa violazione ha determinato un sovrapprezzo; c) che l’attore/acquirente indiretto ha acquisto il bene o il servizio oggetto della violazione o beni o servizi che derivano dai predetti o li incorporano. […] In tal caso, ed in deroga alla previsione generale di cui all’art. 2043 c.c., al fine di rendere effettivo l’esercizio del diritto al risarcimento del danno per violazione del diritto della concorrenza si introduce una presunzione che consente di dare per provato il trasferimento (colmando quella difficoltà di assolvimento dell’onere probatorio senza il quale l’attore non potrebbe ottenere il risarcimento del danno patito) che, trattandosi di presunzione relativa, consente al convenuto di essere ammesso alla prova contraria, cioè di provare che il sovrapprezzo non è stato trasferito in tutto o in parte ovvero che il sovrapprezzo è stato scaricato dall’attore in tutto o in parte a valle. (Monica Mandico) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli, 06 Luglio 2021.


Responsabilità civile – Danni da cose in custodia – Caduta in buca su marciapiede – Presupposti.
Nel caso di cadute o scivolate su un pavimento (nella specie marciapiede), o comunque nell'altrui proprietà, quest'ultima non può ritenersi ''causa'' del danno, perché ciò che è inerte riveste un ruolo del tutto passivo nella produzione dell’evento, sicché quando la cosa svolge solo il ruolo di occasione dell'evento, ed è svilita a mero tramite del danno in effetti provocato da una causa ad essa estranea, che ben può essere integrata dallo stesso comportamento del danneggiato, si verifica il cosiddetto fortuito incidentale, idoneo ad interrompere il collegamento causale tra la cosa ed il danno disciplinato dall’art. 2051 c.c.  e in questi casi il giudizio sull'autonoma idoneità causale del fattore esterno, estraneo alla cosa, va tuttavia adeguato alla natura della cosa ed alla sua pericolosità, nel senso che tanto meno essa è intrinsecamente pericolosa e quanto più la situazione di possibile pericolo è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l'adozione delle normali cautele da parte del danneggiato, tanto più incidente deve considerarsi l'efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo e dunque la fattispecie può essere disciplinata unicamente - ricorrendo i presupposti della c.d. insidia - dall'art. 2043 c.c. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 22 Giugno 2021.


Responsabilità civile – Vendite a catena beni di consumo – Azioni a difesa dell’acquirente – Contrattuale verso il venditore – Extracontrattuale verso il produttore

Responsabilità civile – Responsabilità da prodotto difettoso – Nesso eziologico tra difetto e danno – Oneri probatori
.
Nelle cosiddette vendite “a catena” di beni di consumo spettano all'acquirente due azioni: quella contrattuale, che sorge solo nei confronti del diretto venditore, in quanto l'autonomia di ciascun trasferimento non gli consente di rivolgersi contro i precedenti venditori (restando salva l'azione di rivalsa del rivenditore nei confronti del venditore intermedio); quella extracontrattuale, che è esperibile dal compratore contro il produttore, ai sensi dell’art. 114 d.lgs. n. 206/05, per il danno sofferto in dipendenza dei vizi che rendono la cosa pericolosa, anche quando tale danno si sia verificato dopo il passaggio della cosa nell'altrui sfera giuridica.

La responsabilità da prodotto difettoso ha natura presunta, e non oggettiva, poiché prescinde dall'accertamento della colpevolezza del produttore, ma non anche dalla dimostrazione dell'esistenza di un difetto del prodotto. Incombe, pertanto, sul soggetto danneggiato - ai sensi dell'art. 120 d.lgs. n. 206/05 (cd. codice del consumo) - la prova del collegamento causale non già tra prodotto e danno, bensì tra difetto e danno e, una volta fornita tale prova, incombe sul produttore - a norma dell'art. 118 dello stesso codice - la corrispondente prova liberatoria, consistente nella dimostrazione che il difetto non esisteva nel momento in cui il prodotto veniva posto in circolazione, o che all'epoca non era riconoscibile in base allo stato delle conoscenze tecnico-scientifiche. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata)
Tribunale Salerno, 21 Giugno 2021.


Danneggiamento causato da incendio di autovettura parcheggiata - Evento prodotto dalla circolazione stradale - Configurabilità - Fattispecie.
Nel caso di sosta e posizione di arresto del veicolo a motore, l’assicurazione RCA opera solo se il sinistro può essere eziologicamente ricollegabile alla circolazione, in armonia anche con le previsioni del diritto dell’Unione Europea; mentre non opera laddove il sinistro sia intervenuto per causa autonoma, ivi compreso il caso fortuito, di per sé sufficiente a determinarlo e pertanto idonea ad interrompere il nesso della sua derivazione causale dalla circolazione. (Nella specie sono stati ritenuti non risarcibili i danni provocati dall’incendio di un ‘furgone rosticceria’ cagionato dalla manomissione dell’impianto GPL). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Reggio Emilia, 15 Giugno 2021.


Processo - Regole applicabili - Qualificazione dell’azione - Violazione del d.lgs. n. 196 del 2003 - Esclusione - Ordinaria azione risarcitoria - Conseguenze - Doppio grado del giudizio di merito - Inammissibilità del ricorso diretto in Cassazione - Fattispecie.
Qualora l'attore abbia proposto ricorso ai sensi dell'art. 152 del d.lgs. n. 196 del 2003 (cd. codice della privacy), domandando anche il risarcimento del danno, ma il tribunale abbia qualificato la domanda come azione di responsabilità civile da diffamazione non riconducibile alla mera responsabilità civile ex art. 15 del d.lgs. n. 196 del 2003, vigente "ratione temporis", l'impugnazione della relativa decisione segue le regole ordinarie, e pertanto deve essere proposta mediante appello, risultando invece inammissibile il ricorso diretto in Cassazione. ( nella specie la S.C. con riguardo alla domanda proposta dai consiglieri di un Comune sciolto per infiltrazioni della criminalità organizzata, di risarcimento del danno, ai sensi del d.lgs. n. 152 del 1996, in conseguenza della illecita pubblicazione della relazione redatta dalla commissione incaricata di accertare i presupposti per lo scioglimento degli organi elettivi dell'ente locale, qualificata dal giudice di primo grado come ordinaria azione di responsabilità civile, ha ritenuto inammissibile il ricorso per cassazione). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 31 Maggio 2021, n. 15162.


Espropriazione immobiliare - Custodia - Ordine di liberazione.
Deve ritenersi inesigibile da parte del custode di un immobile pignorato un controllo costante, esercitato attraverso la sua ininterrotta presenza in loco, giorno e notte, senza interruzioni, per impedire che il debitore, anteriormente all’esecuzione dell’ordine di liberazione, possa attuare condotte di doloso danneggiamento dell’immobile da lui occupato; per contro, difetta il requisito della causalità della colpa in relazione alle condotte concretamente esigibili da parte del custode medesimo, consistenti in una sorveglianza discontinua, per l'intrinseca inidoneità ad evitare eventi del tipo di quello verificatosi. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Savona, 23 Aprile 2021.


Danno da perdita del rapporto parentale – Tabella basata sul sistema a punti – Estrazione del valore medio del punto – Componenti del calcolo – Correttivi – Liquidazione del danno senza fare ricorso alla tabella.
Al fine di garantire non solo un'adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l'uniformità di giudizio a fronte di casi analoghi, il danno da perdita del rapporto parentale deve essere liquidato seguendo una tabella basata sul sistema a punti, che preveda, oltre l'adozione del criterio a punto, l'estrazione del valore medio del punto dai precedenti, la modularità e l'elencazione delle circostanze di fatto rilevanti, tra le quali, da indicare come indefettibili, l'età della vittima, l'età del superstite, il grado di parentela e la convivenza, nonché l'indicazione dei relativi punteggi, con la possibilità di applicare sull'importo finale dei correttivi in ragione della particolarità della situazione, salvo che l'eccezionalità del caso non imponga, fornendone adeguata motivazione, una liquidazione del danno senza fare ricorso a tale tabella. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 21 Aprile 2021, n. 10579.


Revoca dell’amministratore prima della scadenza del termine previsto nell’atto di nomina - Diritto al risarcimento dei danni - Sussistenza - Limiti.
L'amministratore di condominio, in ipotesi di revoca deliberata dall'assemblea prima della scadenza del termine previsto nell'atto di nomina, ha diritto, oltre al soddisfacimento dei propri eventuali crediti, anche al risarcimento dei danni, in applicazione dell'art. 1725, comma 1, c.c., salvo che sussista una giusta causa, indicativamente ravvisabile tra quelle che giustificano la revoca giudiziale dello stesso incarico. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 19 Marzo 2021, n. 7874.


Immissioni rumorose e altri danni conseguenti alla c.d. movida notturna – Violazione dei diritti fondamentali – Responsabilità del Comune – Risarcimento del danno non patrimoniale – Quantificazione del danno in via equitativa.
Sussiste la responsabilità del Comune per non aver posto in essere tutto quanto era in suo potere per ricondurre le immissioni rumorose entro i limiti previsti per ciascuna zona, secondo la sua classificazione acustica, e, in generale, per evitare o contenere gli altri effetti nocivi della movida.

Il Comune deve pertanto essere condannato al risarcimento del danno non patrimoniale per non aver impedito le immissioni rumorose illecite, ex artt. 2043 e 2059 c.c. nei confronti degli attori residenti, a fronte della violazione del loro diritto al riposo, al sonno, al tranquillo svolgimento delle normali attività di godimento dell’habitat domestico e di quartiere.

Questo peculiare danno di carattere non patrimoniale non può che essere valutato con criterio equitativo, ai sensi dell’art. 1226 cod. civ., non potendo essere provato nel suo preciso ammontare. (Silvia Bortolotti) (Marco Buffa) (Alessandro Sodde) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino, 11 Marzo 2021.


Risarcimento del danno - Condanna generica - Separazione del giudizio sull'"an" da quello sul "quantum" - Opposizione del convenuto - Ammissibilità - Conseguenze - Verifica, in termini di certezza, dell'esistenza o dell'inesistenza del danno - Necessità - Effetti sulla prosecuzione della pretesa attorea in una separata fase od in un distinto giudizio.
L'opposizione del convenuto alla domanda di condanna generica al risarcimento del danno è ammissibile ed impone al giudice di stabilire se il pregiudizio si sia verificato o meno con certezza e non con semplice probabilità, con la conseguenza che l'accertamento negativo di detto danno preclude la prosecuzione della pretesa attorea in una seconda fase o in un successivo giudizio. Tale prosecuzione è, invece, legittima ove siffatto accertamento, pur condotto in termini di certezza e non di probabilità, dia esito positivo, ma sia nondimeno necessario quantificare in concreto il pregiudizio in esame in una separata fase od in un distinto giudizio. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 22 Febbraio 2021, n. 4653.


Responsabilità aquiliana – Responsabilità da cose in custodia – Sufficienza del nesso causale tra cosa e danno – Interruzione del nesso causale: caso fortuito

Responsabilità aquiliana – Morte causata da fatto illecito – Liquidazione del danno non patrimoniale – Criteri – Danno morale e personalizzazione del danno
.
La responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia prevista dall'art. 2051 cod. civ. ha carattere oggettivo e richiede solo la sussistenza del nesso causale tra la cosa in custodia ed il danno arrecato, senza che rilevi al riguardo la condotta del custode e l'osservanza o meno di un obbligo di vigilanza. Tale responsabilità è esclusa solamente dal caso fortuito (da intendersi nel senso più ampio, comprensivo del fatto del terzo e del fatto dello stesso danneggiato), fattore che attiene non già ad un comportamento del custode (che è irrilevante) bensì al profilo causale dell'evento, riconducibile non alla cosa che ne è fonte immediata ma ad un elemento esterno, recante i caratteri dell'imprevedibilità e dell'inevitabilità. L'attore che agisce per il riconoscimento del danno ha, quindi, l'onere di provare l'esistenza del rapporto eziologico tra la cosa e l'evento lesivo, mentre il custode convenuto, per liberarsi dalla sua responsabilità, deve provare l'esistenza di un fattore estraneo alla sua sfera soggettiva, idoneo ad interrompere quel nesso causale.

In tema di danno non patrimoniale risarcibile in caso di morte causata da un illecito, il danno morale terminale e quello biologico terminale si distinguono, in quanto il primo (danno da lucida agonia o danno catastrofale o catastrofico) consiste nel pregiudizio subìto dalla vittima in ragione della sofferenza provata nel consapevolmente avvertire l'ineluttabile approssimarsi della propria fine ed è risarcibile a prescindere dall'apprezzabilità dell'intervallo di tempo intercorso tra le lesioni e il decesso, rilevando soltanto l'intensità della sofferenza medesima; mentre il secondo, quale pregiudizio alla salute che, anche se temporaneo, è massimo nella sua entità ed intensità, sussiste, per il tempo della permanenza in vita, a prescindere dalla percezione cosciente della gravissima lesione dell'integrità personale della vittima nella fase terminale della stessa, ma richiede, ai fini della risarcibilità, che tra le lesioni colpose e la morte intercorra un apprezzabile lasso di tempo.

Quando il fatto illecito integra gli estremi di un reato, spetta alla vittima il risarcimento del danno non patrimoniale nella sua più ampia accezione, ivi compreso il danno morale, inteso quale sofferenza soggettiva causata dal reato. Tale pregiudizio può essere permanente o temporaneo (circostanze delle quali occorre tenere conto in sede di liquidazione, ma irrilevanti ai fini della risarcibilità), e può sussistere sia da solo, sia unitamente ad altri tipi di pregiudizi non patrimoniali (ad es., derivanti da lesioni personali o dalla morte di un congiunto): in quest'ultimo caso, però, di esso il giudice dovrà tenere conto nella personalizzazione del danno biologico o di quello causato dall'evento luttuoso, mentre non ne è consentita una autonoma liquidazione. (Fabrizio Gioffredi) (Massimo Salvadori) (riproduzione riservata)
Appello Firenze, 18 Febbraio 2021.


Diffamazione - Requisiti - Comunicazione con più persone - Presenza di minori - Rilevanza - Condizioni.
In tema di risarcimento danni da diffamazione, il requisito della comunicazione con più persone può essere ravvisato nel caso in cui le frasi offensive siano pronunciate alla presenza di un adulto e di minori in tenera età qualora questi ultimi, pur non essendo in grado di cogliere lo specifico significato delle parole usate, ne possano cogliere la generica portata lesiva, tanto da rimanerne turbati o divenire a loro volta potenziali strumenti di propagazione dei contenuti diffamatori. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 15 Febbraio 2021, n. 3785.


Centrale dei Rischi - Segnalazione - Legittimità - Accertamento - Presupposti - Sussistenza del debito segnalato - Insufficienza - Onere della prova - Ripartizione.
In tema di risarcimento del danno derivante da illegittima segnalazione alla Centrale dei Rischi della Banca d'Italia, il giudice, per stabilire se una banca abbia correttamente o meno comunicato l'inadempimento di una obbligazione del cliente, non deve limitarsi a valutare "ex post" se, all'esito del giudizio tra tale banca e lo stesso cliente, le eccezioni da quest'ultimo frapposte all'adempimento dei propri obblighi si siano rivelate infondate, ma è tenuto a stabilire, con valutazione "ex ante", se, al momento in cui il medesimo cliente ha rifiutato detto adempimento, i motivi del rifiuto apparissero oggettivamente non infondati e prospettati in buona fede, gravando l'onere della relativa prova su chi domanda il risarcimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 09 Febbraio 2021, n. 3130.


Trading criptovalute – Interruzione operatività piattaforma virtuale – Responsabilità banca – Richiesta risarcitoria – Onere della prova.
Il cliente correntista che, lamentando il ritardo con il quale la banca ha stornato un bonifico erroneamente accreditato sul proprio conto corrente dalla piattaforma virtuale ***Stamp attraverso la quale il cliente realizzava trading su criptovalute, formula una richiesta risarcitoria per perdita di chance e inadempimento contrattuale, anche per la perdita di tempo, fondata sul conseguente blocco dell’attività di trading per circa due mesi, è tenuto a fornire sia la prova, pur se solo in modo presuntivo o secondo un calcolo di probabilità, della realizzazione in concreto di alcuni dei presupposti per il raggiungimento del risultato sperato e impedito dalla condotta illecita della quale il danno risarcibile dev’essere conseguenza immediata e diretta, sia quella della sussistenza di una lesione di un interesse di rilevanza costituzionale, sempre che la lesione sia grave e il danno non sia futile. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata) ABF Milano, 04 Febbraio 2021.


Responsabilità del medico da nascita indesiderata - Possibilità di interruzione della gravidanza ai sensi dell'art. 6, lett. b), della l. n. 194 del 1978 - Processo patologico determinante probabili anomalie o malformazioni del feto - Grave pericolo per la salute della donna - Configurabilità - Accertamento in concreto - Necessità.
Nel giudizio avente ad oggetto il risarcimento del danno cosiddetto da nascita indesiderata, il medico che non informi correttamente e compiutamente la gestante dei rischi di malformazioni fetali correlate a una patologia dalla medesima contratta può essere chiamato a risarcire i danni conseguiti alla mancata interruzione della gravidanza, la quale si giustifica oltre il novantesimo giorno, ai sensi dell'art. 6, lett. b), della legge n. 194 del 1978, in presenza di un accertamento di processi patologici che possono provocare, con apprezzabile grado di probabilità, rilevanti anomalie del nascituro, idonei a determinare per la donna un grave pericolo - da accertarsi in concreto e caso per caso, senza che sia necessario che la malformazione si sia già prodotta o risulti strumentalmente o clinicamente accertata - per la sua salute fisica o psichica. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 15 Gennaio 2021, n. 653.


Spese stragiudiziali - Distinzione da quelle legali - Possibilità di compensazione tra tali spese - Esclusione.
Le spese sostenute per l'assistenza stragiudiziale hanno natura di danno emergente, consistente nel costo sostenuto per l'attività svolta da un legale nella fase pre-contenziosa, con la conseguenza che il loro rimborso è soggetto ai normali oneri di domanda, allegazione e prova e che, anche se la liquidazione deve avvenire necessariamente secondo le tariffe forensi, esse hanno natura intrinsecamente differente rispetto alle spese processuali vere e proprie; pertanto, gli importi riconosciuti per il ristoro delle spese stragiudiziali non possono essere compensati con le somme liquidate, a diverso titolo, per le spese giudiziali relative alle successive prestazioni di patrocinio in giudizio. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 04 Novembre 2020, n. 24481.


Compensatio lucri cum damno - Danno risarcibile - Determinazione giudiziale - Riferimento a tutte le risultanze del giudizio - Fondamento.
L'eccezione di "compensatio lucri cum damno" è un'eccezione in senso lato, vale a dire non l'adduzione di un fatto estintivo, modificativo o impeditivo del diritto azionato, ma una mera difesa in ordine all'esatta entità globale del pregiudizio effettivamente patito dal danneggiato, ed è, come tale, rilevabile d'ufficio dal giudice il quale, per determinare l'esatta misura del danno risarcibile, può fare riferimento, per il principio dell'acquisizione della prova, a tutte le risultanze del giudizio. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 30 Ottobre 2020, n. 24177.


Collocazione in CIG - Violazione dei criteri di rotazione - Danno non patrimoniale da forzata inattività - Configurabilità - Fondamento.
Nell'ipotesi di accertata violazione dei criteri di rotazione per la collocazione in cassa integrazione, cui sia correlata anche la totale privazione di mansioni, il risarcimento del danno patrimoniale da illegittima sospensione - ristorato con il pagamento delle differenze fra il trattamento in CIG e le retribuzioni maturate nei relativi periodi - non assorbe il danno non patrimoniale sofferto per la forzata inattività - da liquidare in base a valutazione equitativa, anche mediante il ricorso alla prova presuntiva - quale lesione del fondamentale diritto al lavoro, inteso soprattutto come mezzo di estrinsecazione della personalità di ciascun cittadino nonché dell'immagine, della dignità e della professionalità del dipendente. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 28 Settembre 2020, n. 20466.


Fideiussione – Clausole riproduttive schema ABI – Nullità parziale o totale – Esclusione – Tutela risarcitoria

Fideiussione – Clausole riproduttive schema ABI – Tutela risarcitoria – Condizioni e onere della prova
.
La nullità per violazione della disciplina antitrust è espressamente prevista per le intese illecite tra imprenditori, ma non per i contratti, come quelli di fideiussione in favore di una banca, stipulati a valle, rispetto ai quali, in quanto costituiscano lo sbocco delle intese illecite e ne rappresentino l'esecuzione, l'ordinamento giuridico prevede la tutela risarcitoria a favore del contraente danneggiato.

L'azione risarcitoria per danno ingiusto esperibile dal fideiussore che lamenti la conformità del modello di fideiussione adottato in favore di una banca a quello predisposto dall'ABI - censurato dalla Banca d'Italia perché contrastante con la normativa sulla concorrenza - implica, quale carattere costitutivo della pretesa attorea, che il fideiussore fornisca la prova del carattere uniforme dell'applicazione della clausola contestata, uniformità che necessita della prova a) dell’esistenza di un illecito anticoncorrenziale, b) della corrispondenza tra lo schema contrattuale cui è acceduto il garante e quello derivante dal predetto illecito e c) della effettiva lesione della libertà di scelta del fideiussore. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma, 21 Settembre 2020.


"Mutatio libelli" - Domanda relativa a diritti eterodeterminati - Enunciazione di fatti storici nuovi o diversi nel corso del giudizio di appello - Configurabilità - Esclusione - Fattispecie.
Costituisce domanda nuova, inammissibile in appello, quella relativa ad un diritto cd. eterodeterminato (o non autoindividuante) allorquando i fatti storici allegati in primo grado a sostegno dell'azione vengono sostituiti o integrati da fatti nuovi e diversi, dedotti con i motivi di gravame. (Nella specie, la S.C. ha accolto il ricorso col quale si denunciava che, pur essendo stata introdotta in primo grado un'azione di risarcimento del danno per responsabilità extracontrattuale di una operatrice sanitaria per omessa vigilanza su una persona non autosufficiente, il giudice d'appello non aveva limitato la sua statuizione alla qualificazione giuridica della fattispecie, ma aveva erroneamente ravvisato una responsabilità di natura contrattuale in base a circostanze di fatto - la sussistenza di un contratto di assistenza e le relative trattative per la sua conclusione - dedotte per la prima volta con l'impugnazione). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 15 Settembre 2020, n. 19186.


Vendita forzata - Mancato trasferimento del bene all'aggiudicatario - Responsabilità del creditore procedente o dell’agente per la riscossione - Natura extracontrattuale - Configurabilità - Fondamento - Conseguenze - Danno risarcibile - Interesse negativo.
La vendita forzata - anche nel caso di esecuzione disciplinata dal d.P.R. n. 602 del 1973 - non ha natura negoziale, ma costituisce attività che si svolge nell'ambito di un processo e sotto la direzione del giudice dell'esecuzione, sicché né il creditore (nell'espropriazione ordinaria), né l'agente della riscossione (nella procedura giurisdizionale di riscossione coattiva) assumono obbligazioni dirette, di natura contrattuale o precontrattuale, nei confronti dell'aggiudicatario; ne consegue che non è configurabile, in caso di mancato trasferimento del bene aggiudicato, una loro responsabilità contrattuale ex artt. 1218 e ss. c.c. o precontrattuale ex artt. 1337 e 1338 c.c., fermo restando il dovere di "neminem laedere" sanzionato dall'art. 2043 c.c., con conseguente risarcibilità del cosiddetto interesse negativo - e non di quello contrattuale positivo - in relazione all'acquisto del bene aggiudicato. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 26 Agosto 2020, n. 17814.


Autorità pubblica – Comunicato stampa – Lesione all’onore e reputazione – Competenza A.G.O. – Sussistenza

Autorità pubblica – Comunicato stampa on-line – Lesione all’immagine e reputazione professionale operatore commerciale – Ricorso ex art. 700 c.p.c. – Requisiti – Sussistenza
.
Il mero comunicato stampa di una Autorità pubblica, nella fattispecie l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, è riconducibile nell’alveo dei comportamenti posti in essere in assenza di esercizio di potere amministrativo ed a fronte del quale, in astratto, il privato vanta un diritto soggettivo all’onore ed alla reputazione, il cui referente normativo si rinviene nell’art. 2 della Costituzione e la cui violazione è fonte di risarcimento del danno. (Raimondo Iusto) (riproduzione riservata)

Il comunicato stampa oggetto della domanda cautelare atipica appare corretto e legittimo nella parte in cui si limita ad informare sull’avvio dell’attività pre-istruttoria condotta dall’Autorità per accertare l’esistenza di pratiche speculative ma, al contrario, l’accostamento della predetta notizia agli operatori commerciali ivi indicati – tra cui la ricorrente –, in uno al contesto comunicativo appare sostanzialmente immotivato e certamente idoneo a ledere l’immagine e la reputazione della società ricorrente inducendo i consumatori – e non solo – a ritenere che a carico della società ricorrente siano state già accertate o, quantomeno segnalate, pratiche commerciali scorrette (Nella fattispecie il comunicato stampa concerneva la semplice richiesta, durante il lockdown, di informazioni a numerosi operatori della GDO per acquisire dati sull’andamento dei prezzi di vendita al dettaglio e dei prezzi di acquisto all’ingrosso di generi alimentari di prima necessità al fine di individuare eventuali fenomeni di sfruttamento dell’emergenza sanitaria a base dell’aumento di tali prezzi rispetto a quelli correnti nei mesi precedenti differenziati a livello provinciale: i maggiori aumenti si sarebbero riscontrati in aree non interessate da “zone rosse” o da misure rafforzate di contenimento della mobilità, per cui l’Autorità riteneva di non poter escludere che tali maggiori aumenti potessero esser dovuti anche a fenomeni speculativi). (Raimondo Iusto) (riproduzione riservata)

Quanto al requisito del periculum che la condotta illecita – consistita nella pubblicazione del suddetto comunicato stampa – possa offendere diritti della persona della società ricorrente indubbiamente è difficile, nel caso di specie, ritenere che lo stesso non appaia sussistente in re ipsa attesa la rilevanza del soggetto giuridico quale operatore commerciale, la diffusione del marchio almeno su scala regionale, la circostanza, non contestata dalla resistente, che il comunicato della Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato è stato poi ripreso da diversi organi di informazione che ne hanno aumentato l’efficacia lesiva. Inoltre, deve anche tenersi conto della circostanza che, nel futuro giudizio di merito, la determinazione dei danni effettivamente subiti dalla ricorrente, sia sul piano direttamente patrimoniale che all’immagine e alla propria reputazione, sarebbe oggettivamente complessa e di difficile liquidazione sicché è forte il rischio che la tutela risarcitoria non sia in grado di riparare effettivamente e concretamente i pregiudizi subiti dalla società ricorrente per effetto della condotta illecita sopra descritta. (Raimondo Iusto) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli Nord, 30 Luglio 2020.


Risarcimento danni – Micropermanente – Insussistenza di postumi invalidanti permanenti sulla base del solo esame obiettivo – Esclusione.
In tema di risarcimento del danno da cd. micropermanente, la disposizione contenuta nel D.L. n. 1 del 2012, art. 32, comma 3 ter, conv., con modif., dalla L. n. 27 del 2012, costituisce non già una norma di tipo precettivo, ma una "norma in senso lato", a cui può esser data un’interpretazione compatibile con l’art. 32 Cost., dovendo essa esser intesa nel senso che l’accertamento del danno alla persona deve essere condotto secondo una rigorosa criteriologia medico-legale, nel cui ambito, tuttavia, non sono precluse fonti di prova diverse dai referti di esami strumentali, i quali non sono l’unico mezzo utilizzabile ma si pongono in una posizione di fungibilità ed alternatività rispetto all’esame obiettivo (criterio visivo) e all’esame clinico.

Il solo esame obiettivo, pertanto, non può comportare, di per sé, l’insussistenza di postumi invalidanti permanenti, in contrasto con quanto affermato dalla stessa CTU e con la documentata situazione di lesione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 01 Luglio 2020, n. 13292.


Danni cagionati da fauna selvatica – Responsabilità della P.A. – Non configurabilità responsabilità ex articolo 2052 c.c. – Configurabilità responsabilità ex articolo 2043 c.c. – Valutazione nel caso concreto di quale ente aveva i poteri di amministrazione e gestione

Danni cagionati da fauna selvatica – Responsabilità della P.A. ex articolo 2043 c.c

Normativa regionale Emilia Romagna – Funzioni di gestione e amministrazione in capo alla Regione – Responsabilità della regione e non delle Province – Decorrenza 1/1/2016
.
La responsabilità per i danni provocati da animali selvatici alla circolazione dei veicoli deve essere imputata non già ex art. 2052 c.c., essendo lo stato di libertà della selvaggina incompatibile con l’obbligo di custodia; bensì ex art. 2043 c.c., valutando se nel caso concreto vi sia stata la violazione di un precetto che imponeva alla PA di tenere una determinata condotta di cautela, all’ente, sia esso Regione, Provincia, Ente Parco, Federazione o Associazione, ecc., a cui siano stati concretamente affidati i poteri di amministrazione del territorio e di gestione della fauna ivi insediata, sia che i poteri di gestione derivino dalla legge, sia che trovino la fonte in una delega o concessione di altro ente.
La normativa regionale dell’Emilia Romagna prevede che dal 1/1/2016 le funzioni di gestione e amministrazione della fauna selvatica siano in capo alla Regione Emilia Romagna, non già alle Province. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Reggio Emilia, 30 Giugno 2020.


Diffamazione - Diritto di cronaca e diritto di critica - Fattispecie.
Le dichiarazioni dell’ausiliario del pubblico ministero incaricato di effettuare intercettazioni telefoniche nell’ambito di un’inchiesta penale per tangenti, rese in interviste e in pubblici dibattiti, che con espressioni allusive e insinuanti fanno intendere che, contrariamente al vero, una persona (nella specie: un noto uomo politico) sia coinvolta come indagato in detta inchiesta non rientrano né nel diritto di cronaca né nel diritto di critica, ma hanno natura diffamatoria e sono fonte di responsabilità. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata) Appello Roma, 24 Giugno 2020.


Polizza inadeguata – Scopertura assicurativa – Transazione tra l’assicurato scoperto ed il terzo danneggiato – Responsabilità del Broker assicurativo.
L’intervenuta transazione tra assicurato e danneggiato non esclude la responsabilità del Broker assicurativo per avere intermediato un contratto inadeguato. Ove il pregiudizio lamentato dall’assicurato consista nella riduzione delle proprie pretese economiche in sede transattiva, a causa del ridotto potere contrattuale, il danno può essere individuato nella perduta chance di una transazione a condizioni migliori. (Eugenio Bresciani) (riproduzione riservata) Tribunale Brescia, 27 Maggio 2020.


Fatto reato nei confronti della Pubblica Amministrazione accertato in sede penale - Azione di responsabilità svolta dalla P.A. in sede civile - Ammissibilità.
L'azione di responsabilità civile promossa dalle pubbliche amministrazioni per il ristoro dei danni cagionati dall'illecito commesso dai propri dipendenti può essere esercitata in maniera indipendente dall'azione di responsabilità per danno erariale, anche qualora il fatto materiale, costituente reato, sia stato accertato in un giudizio penale nel quale la P.A. danneggiata non si sia costituita parte civile. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 07 Maggio 2020, n. 8634.


Danno ambientale - Impugnazione dei provvedimenti amministrativi relativi - Giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo - Danni alla salute o alla proprietà causati dal medesimo fatto generatore del danno ambientale - Azione risarcitoria e inibitoria - Giurisdizione del giudice ordinario - Sussistenza - Conformità dell’azione nociva a provvedimenti autorizzativi della P.A. - Incidenza sul sistema di riparto della giurisdizione - Esclusione - Fondamento - Incidenza sui poteri del giudice ordinario - Limiti.
In materia di danno ambientale, sono devolute alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, ai sensi dell'art. 310 del d.lgs. n. 152 del 2006, le controversie derivanti dall'impugnazione, da parte dei soggetti titolari di un interesse alla tutela ambientale di cui al precedente art. 309, dei provvedimenti amministrativi adottati dal Ministero dell'ambiente per la precauzione, la prevenzione e il ripristino ambientale, restando invece ferma la giurisdizione del giudice ordinario in ordine alle cause risarcitorie o inibitorie promosse da soggetti ai quali il fatto produttivo di danno ambientale abbia cagionato un pregiudizio alla salute o alla proprietà, secondo quanto previsto dall'art. 313, comma 7, dello stesso decreto legislativo. L'eventualità che l'attività nociva sia svolta in conformità a provvedimenti autorizzativi della P.A. non incide sul riparto di giurisdizione (atteso che ai predetti provvedimenti non può riconoscersi l'effetto di affievolire diritti fondamentali dei terzi) ma esclusivamente sui poteri del giudice ordinario, il quale, nell'ipotesi in cui l'attività lesiva derivi da un comportamento materiale non conforme ai provvedimenti amministrativi che ne rendono possibile l'esercizio, provvederà a sanzionare, inibendola o riportandola a confomità, l'attività rivelatasi nociva perché non conforme alla regolazione amministrativa, mentre, nell'ipotesi in cui risulti tale conformità, dovrà disapplicare la predetta regolazione ed imporre la cessazione o l'adeguamento dell'attività in modo da eliminarne le conseguenze dannose. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 23 Aprile 2020, n. 8092.


Danni cagionati dalla fauna selvatica - Risarcibilità da parte della P.A. a norma dell'art. 2052 c.c. - Fondamento.
I danni cagionati dalla fauna selvatica sono risarcibili dalla P.A. a norma dell'art. 2052 c.c., giacché, da un lato, il criterio di imputazione della responsabilità previsto da tale disposizione si fonda non sul dovere di custodia, ma sulla proprietà o, comunque, sull'utilizzazione dell'animale e, dall'altro, le specie selvatiche protette ai sensi della l. n. 157 del 1992 rientrano nel patrimonio indisponibile dello Stato e sono affidate alla cura e alla gestione di soggetti pubblici in funzione della tutela generale dell'ambiente e dell'ecosistema. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 20 Aprile 2020, n. 7969.


Danno all'immagine ed alla reputazione - Danno "in re ipsa" - Esclusione - Onere di allegazione e prova - Necessità - Quantificazione - Criteri - Ricorso alle presunzioni - Ammissibilità - Contestazione in sede di legittimità - Limiti - Fattispecie.
Il danno all'immagine ed alla reputazione (nella specie, per un articolo asseritamente diffamatorio), inteso come "danno conseguenza", non sussiste "in re ipsa", dovendo essere allegato e provato da chi ne domanda il risarcimento. Pertanto, la sua liquidazione deve essere compiuta dal giudice, con accertamento in fatto non sindacabile in sede di legittimità, sulla base non di valutazioni astratte, bensì del concreto pregiudizio presumibilmente patito dalla vittima, per come da questa dedotto e dimostrato, anche attraverso presunzioni gravi, precise e concordanti, che siano fondate, però, su elementi indiziari diversi dal fatto in sé, ed assumendo quali parametri di riferimento la diffusione dello scritto, la rilevanza dell'offesa e la posizione sociale della vittima. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 18 Febbraio 2020, n. 4005.


Danni cagionati dalla fauna selvatica - Responsabilità della P.A. - Fondamento - Entrata in vigore della l. n. 157 del 1992 - Irrilevanza - Onere probatorio - Contenuto - Obbligo di predisporre dispositivi specifici - Sussistenza - Presupposti.
In tema di responsabilità extracontrattuale, il danno cagionato dalla fauna selvatica in circolazione è risarcibile dalla P.A. non ex art. 2052 c.c., essendo lo stato di libertà della selvaggina incompatibile con qualsiasi obbligo di custodia, ma, anche dopo l'entrata in vigore della l. n. 157 del 1992, in forza dell'art. 2043 c.c., con la conseguenza che spetta al danneggiato provare la condotta colposa causalmente efficiente dell'ente pubblico. In particolare, il dovere della P.A. di predisporre dispositivi specifici per avvisare dei rischi o scoraggiare l'attraversamento degli animali può trovare fondamento solo in norme particolari poste a tutela di chi si trovi ad attraversare un certo territorio in una situazione di concreto pericolo, da valutare "ex ante", quale è, con riguardo all'utilizzo della rete viaria, l'art. 84, comma 2, reg. es. c.d.s., che impone, a fini general-preventivi e sulla base di un principio di precauzione, l'installazione di segnali "quando esiste una reale situazione di pericolo sulla strada, non percepibile con tempestività da un conducente che osservi le normali regole di prudenza". (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 18 Febbraio 2020, n. 4004.


Diffamazione, ingiurie ed offese - Dovere del pubblico ufficiale di riferire fatti di reato - Conseguente responsabilità per diffamazione - Esclusione - Limiti.
Il dovere del pubblico ufficiale di riferire i fatti costituenti reato non lo esime dalla responsabilità civile per diffamazione qualora, con lettere dirette a varie autorità, riferisca fatti generici e non accertati, senza indicazione di fonti di prova, ed esprima giudizi offensivi. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 15 Gennaio 2020, n. 528.


Risarcimento del danno - Morte di congiunti - Danni "iure proprio" da perdita di rapporto parentale - Decesso del dipendente imputabile ad inadempimento datoriale ex art. 2087 c.c. - Regime probatorio ex art. 2087 c.c. - Applicabilità - Esclusione.
La domanda di risarcimento dei danni conseguenti alla perdita del rapporto parentale, proposta "iure proprio" dai congiunti del lavoratore, quali soggetti estranei al rapporto di lavoro, anche se la morte del dipendente sia derivata da inadempimento contrattuale del datore di lavoro verso il dipendente, trova la sua fonte esclusiva nella responsabilità extracontrattuale di cui all'art. 2043 c.c., sicché non è soggetta al regime probatorio proprio della responsabilità ex art. 2087 c.c., né la circostanza che l'azione aquiliana, oggetto del giudizio, individui il nucleo dell'elemento soggettivo del convenuto in una "porzione" di un'azione contrattuale, soggetta a regole probatorie differenti, sposta il relativo onere ex art. 2697 c.c. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 02 Gennaio 2020, n. 2.


Danno non patrimoniale – Liquidazione forfetizzata dei pregiudizi ordinari attraverso i meccanismi tabellari – Ulteriori pregiudizi peculiari al caso concreto – Personalizzazione della liquidazione forfettaria – Ammissibilità – Condizioni – Oneri motivazionali del giudice – Contenuto.
In presenza di un danno permanente alla salute, la misura standard del risarcimento prevista può essere aumentata solo in presenza di conseguenze dannose del tutto anomale ed affatto peculiari, poiché le conseguenze dannose da ritenersi normali e indefettibili secondo l’id quod plerumque accidit, ovvero quelle che qualunque persona con la medesima invalidità non potrebbe non subire, non giustificano alcuna personalizzazione in aumento del risarcimento, che è dovuta solo in presenza di situazioni che connotano il caso concreto con modalità che non sono generali e inevitabili per tutti coloro che abbiano patito quel tipo di lesione ma straordinarie specifiche ed eccezionali, da indicare con motivazione analitica e non stereotipata. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Reggio Emilia, 11 Dicembre 2019.


Responsabilità aggravata - Azione ex art. 96, commi 1 e 2, c.p.c. - Proposizione in un giudizio separato ed autonomo - Ammissibilità - Esclusione - Fondamento.
La domanda di risarcimento danni ex art. 96, commi 1 e 2, c.p.c. deve essere formulata necessariamente nel giudizio che si assume temerariamente iniziato o contrastato, non potendo essere proposta in via autonoma, riguardando un'attività processuale che come tale va valutata nel giudizio presupposto da parte del medesimo giudice, anche per esigenze di economia processuale e per evitare pronunce contraddittorie nei due giudizi. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 09 Dicembre 2019, n. 32029.


Circolazione stradale – Investimento del pedone – Comportamento colposo del pedone investito – Presunzione di colpa a carico dell’investitore – Onere della prova.
L’accertamento del comportamento colposo del pedone investito da un veicolo non è sufficiente per l’affermazione della sua esclusiva responsabilità, essendo pur sempre necessario che l’investitore vinca la presunzione di colpa posta a suo carico dall’art. 2054 c.c., comma 1, dimostrando di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno e tenendo conto che, a tal fine, neanche rileva l’anomalia della condotta del primo, ma occorre la prova che la stessa non fosse ragionevolmente prevedibile e che il conducente avesse adottato tutte le cautele esigibili in relazione alle circostanze del caso concreto, anche sotto il profilo della velocità di guida mantenuta.

In caso di investimento di un pedone, la responsabilità del conducente è esclusa quando risulti provato che non vi era, da parte di quest’ultimo, alcuna possibilità di prevenire l’evento, situazione ricorrente allorché il pedone abbia tenuto una condotta imprevedibile ed anormale, sicché l’automobilista si sia trovato nell’oggettiva impossibilità di avvistarlo e comunque di osservarne tempestivamente i movimenti. Non è pertanto sufficiente la dimostrazione dell’imprevedibilità del comportamento del pedone, dovendo comunque il conducente investitore superare l’invocata presunzione, con dimostrazione di aver fatto tutto quanto possibile per evitare il danno. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 04 Dicembre 2019, n. 31714.


S.r.l. semplificate – Responsabilità del socio ex artt. 2043 e 2476 co. 7 c.c. per manifesta sottocapitalizzazione della società – Sussistenza – Esclusione

S.r.l. semplificate – Obbligatoria formazione di riserva legale ex art. 2363 co. 5 c.c. – Applicabilità – Limiti

S.r.l. semplificate – Obbligo di “conservazione dell’integrità patrimoniale” di cui all’art. 2394 c.c. – Applicabilità – Limiti
.
Il socio di s.r.l. “semplificata” non può essere chiamato a rispondere, ex artt. 2043 e 2476, settimo comma, c.c. per i danni arrecati ai terzi in ragione della manifesta sottocapitalizzazione della società, e dunque della palese insufficienza dei mezzi patrimoniali di cui la stessa è stata dotata, perché ciò si risolverebbe nel mancato riconoscimento del beneficio della responsabilità limitata ai soci della s.r.l. semplificata, almeno fino al momento in cui la stessa non si sia dotata di adeguate risorse patrimoniali, e detti soci finirebbero per rispondere per le obbligazioni assunte dalla società fino al momento in cui non risultino accantonate risorse patrimoniali pari ad almeno 10.000 Euro.

La regola dell’obbligatoria formazione di una riserva legale cui destinare un quinto degli utili (ex art. 2363, quinto comma, c.c.) opera anche per le s.r.l. semplificate, in relazione alle quali è delineabile un principio di patrimonializzazione progressiva di tutte le s.r.l. con capitale inferiore a 10.000 euro, ma da detto principio non può derivare, in via automatica, un obbligo giuridico in capo agli amministratori di realizzare utili (da accantonare), trattandosi di prospettiva certo auspicabile, che tuttavia non tiene conto della ineliminabile variabile costituita dal rischio d’impresa.

L’obbligo di conservazione dell’integrità patrimoniale di cui all’art. 2394 c.c. (cui corrisponde la previsione dell’art. 2484 n. 4 c.c.), gravante anche sugli amministratori di s.r.l. semplificate, deve essere coniugato con i rischi che connotano l’avvio di una nuova attività imprenditoriale, ed a tal fine soccorrono criteri per la verifica ex ante dell’attività gestoria tratti dagli insegnamenti della disciplina aziendalistica e basati sulle buone prassi imprenditoriali, ai quali oggi è stato riconosciuto rango di veri e propri obblighi di legge con l’introduzione del secondo comma dell’art. 2086 c.c. (Francesco Dimundo) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 03 Dicembre 2019.


Professione sanitaria – Obbligo di informazione – Conseguenze.
Le conseguenze della violazione dei diritti alla salute e all’informazione in termini di danni risarcibili possono essere le seguenti:

1) Nell’ipotesi in cui il sanitario, con la sua condotta colposa, cagioni un danno alla salute (intesa anche nel senso di peggioramento della situazione antecedente) alla persona che si è sottoposta alla sua attività chirurgica o terapeutica, se la persona avrebbe comunque voluto sottoporsi, nelle medesime condizioni, a tale attività sanitaria, è risarcibile - ovviamente - soltanto il danno alla salute, nella sua duplice composizione di danno biologico/relazionale e danno morale (cfr. da ultimo Cass. sez. 3, ord. 27 marzo 2018 n. 7513 e Cass. sez. 3, 31 gennaio 2019 n. 2788); se invece la persona non avrebbe scelto di sottoporsi all’attività sanitaria, altrettanto ovviamente il risarcimento investirà pure il danno derivante da lesione del diritto all’autodeterminazione (quale diritto inscindibilmente connesso con il diritto all’informazione, il cui esercizio è condizionato ad una informazione effettiva e veritiera).

2) Nell’ipotesi in cui il sanitario cagioni danno alla salute con una condotta non colposa.
Applicando ancora lo stesso paradigma che regola l’ipotesi precedente, deve riconoscersi che, nel caso in cui la persona sulla quale il medico ha espletato la sua attività sanitaria non avrebbe fornito il consenso se fosse stata adeguatamente informata, a detta persona spetterà tanto il risarcimento del danno derivante dalla lesione del diritto all’informazione/autodeterminazione (valutando equitativamente la conseguente sofferenza) quanto (quale ulteriore conseguenza del difetto della sua volontà) il danno derivante dalla lesione del diritto alla salute sotto forma di situazione differenziale (ovvero peggioramento) tra quella in cui il soggetto si trovava prima dell’attività sanitaria in questione e quella in cui viene a trovarsi dopo l’espletamento di essa.
Deve peraltro precisarsi che, poiché il presupposto di tale ultima ipotesi è, come si è visto, che sia stato cagionato dal sanitario - pur con una condotta non colposa - danno alla salute della persona non informata, questa situazione differenziale nel senso del peggioramento non può mai essere eventuale, costituendo proprio e comunque il danno alla salute dalla cui sussistenza si sono prese le mosse.

3) Nel caso in cui l’attività sanitaria non cagioni nessun danno alla salute e la persona avrebbe comunque scelto di sottoporsi, ictu oculi non vi è spazio per alcun risarcimento, non essendo stati lesi nè il diritto all’autodeterminazione nè il diritto alla salute.

4) Infine, rimane la fattispecie in cui si deve valutare la conseguenza di una assoluta omissione diagnostica o di una diagnosi inadeguata ovvero insufficiente perché arrestatasi al livello in cui sarebbero stati ben attuabili ulteriori e più approfonditi accertamenti.
Anche in questa ipotesi occorre separare il caso in cui non ne è derivato danno alla salute della persona che avrebbe dovuto ricevere una congrua diagnosi da quello in cui invece tale danno sia derivato.
a) Nel primo caso, la lesione investe il diritto all’autodeterminazione, perché - ut supra evidenziato proprio nella vicenda qui esaminata - non consente di esercitarlo in pienezza di informazione. Sarà quindi risarcibile il danno, che la persona interessata dovrà ovviamente dimostrare come sussistente, allegando e provando - eventualmente per via presuntiva - di avere subito pregiudizi di natura non patrimoniale in termini di sofferenza soggettiva per la contrazione della libertà di disporre di se stessa e per la privazione della possibilità di prepararsi adeguatamente ad un evento imprevisto ed inaspettato a causa dell’inadempimento del sanitario, comunque destinato a incidere, almeno temporaneamente, sul modus vivendi psicologico della persona lesa, salvo naturalmente - come in tutti i casi sin qui esposti in cui sia risarcibile un danno - che controparte dimostri che nessun pregiudizio risarcibile nel caso concreto sussista quale conseguenza dell’attività sanitaria, pur se effettuata in modo gravemente colpevole.
b) Nel caso in cui, invece, la conseguenza dell’assenza o insufficienza diagnostica integri altresì gli estremi della lesione al diritto alla salute - cioè venga accertato un danno biologico si ricade nella fattispecie, già esaminata più sopra, del risarcimento del danno alla salute unitamente al risarcimento del danno all’autodeterminazione, dovendosi nuovamente applicare il paradigma che distingue la condotta del sanitario a seconda che sia colposa o che non lo sia.
Un esempio di tal genere che si manifesta sovente, alla luce del notorio, è proprio quello del c.d. tri-test effettuato alla donna in gravidanza, che - come nella fattispecie qui affrontata non viene poi sviluppato e doverosamente approfondito con ulteriori mezzi diagnostici, senza peraltro neppure informare la persona interessata sull’esistenza di tali ulteriori mezzi, sui ben ampi margini di errore dello screening adottato e sul pro e contro dell’eventuale approfondimento. In questa ipotesi, la condotta non può non definirsi colposa, in quanto negligentemente ed imprudentemente non si adempie all’obbligo informativo di cui si è trattato più sopra. E il danno alla salute può configurarsi qualora il nascituro venga poi alla luce affetto da patologie che avrebbero potuto essere identificate con i suddetti mezzi diagnostici e questo alteri l’equilibrio psicofisico della persona non informata, p. es. cagionandole una sindrome depressiva (vale a dire, un danno biologico psichico). Se ciò avviene, come già si è anticipato, dovrà essere risarcito anche il conseguente danno alla salute. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 15 Novembre 2019, n. 29709.


Esecuzione forzata - Immobile locato prima del pignoramento dal non proprietario - Inopponibilità alla procedura - Pagamento dei canoni al locatore - Applicabilità dell'art. 1189 c.c. - Condizioni - Azione del custode giudiziario per risarcimento danni da occupazione "sine titulo" - Limiti.
In materia di esecuzione forzata, il contratto di locazione di immobile stipulato, quale locatore, da parte del non proprietario prima del pignoramento del medesimo bene, ancorché valido, non è opponibile alla procedura esecutiva, essendo invece ad essa opponibile il pagamento liberatorio effettuato al locatore, anche dopo la trascrizione del pignoramento, dal conduttore in buona fede ex art. 1189 c.c, in deroga alla regola dell'inefficacia del pagamento al non legittimato (art. 560, comma 2, c.p.c.); sicché, il custode, che non ha titolo di pretendere il pagamento dei canoni di locazione essendo stati riscossi con effetto liberatorio nei confronti del "solvens", può agire per ottenere, previa dimostrazione dell'ammontare del danno da occupazione "sine titulo", la differenza tra questa, ove maggiore, e quanto già corrisposto al locatore a titolo di canoni di locazione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 14 Novembre 2019, n. 29491.


Fondo in comproprietà - Domanda di un singolo comproprietario per il risarcimento dei danni derivanti da fatto illecito del terzo - Litisconsorzio necessario tra tutti - Esclusione - Fondamento

Fondo in comproprietà - Danno cagionato da terzi al godimento del bene - Esperibilità dell'azione risarcitoria da parte del singolo comproprietario - Sussistenza - Fondamento - Misura della liquidazione - Fattispecie
.
In materia di comunione nei diritti reali, la domanda di risarcimento danni da fatto illecito del terzo (nella specie, realizzazione di manufatto abusivo sul fondo confinante) esperita da uno dei comproprietari, pur riguardando anche gli altri non richiede l'integrazione necessaria del contraddittorio trattandosi di azione a tutela della proprietà comune, non implicante l'accertamento della titolarità del proprio o dell'altrui diritto di proprietà.

In materia di comunione nei diritti reali, l'azione risarcitoria esperita dal comproprietario di un bene "pro indiviso" per il minor godimento del bene (nella specie, per violazione della normativa edilizia da parte del proprietario confinante) dà diritto ad ottenere la liquidazione del danno nella misura necessaria a compensare tutte le disutilità derivanti dalla compromissione delle facoltà dominicali, consistenti nel deprezzamento del bene comune, dovendosi presumere che l'attore abbia agito nell'interesse degli altri comunisti rimasti inerti in virtù del principio della "rappresentanza reciproca", fondata sulla comunione di interessi ed attributiva a ciascuno d'una "legittimazione sostitutiva". (massima ufficiale)
Cassazione civile, sez. III, 14 Novembre 2019, n. 29506.


Liquidazione del danno alla salute - Menomazioni preesistenti “concorrenti” - Risarcimento del danno - Criteri - Discrezionalità del giudice - Configurabilità - Fattispecie.
In tema di liquidazione del danno alla salute, l'apprezzamento delle menomazioni preesistenti "concorrenti" in capo al danneggiato rispetto al maggior danno causato dall'illecito va compiuto stimando, prima, in punti percentuali l'invalidità complessiva, risultante cioè dalla menomazione preesistente sommata a quella causata dall'illecito e poi quella preesistente all'illecito, convertendo entrambe le percentuali in una somma di denaro, con la precisazione che in tutti quei casi in cui le patologie pregresse non impedivano al danneggiato di condurre una vita normale lo stato di invalidità anteriore al sinistro dovrà essere considerato pari al cento per cento; procedendo infine a sottrarre dal valore monetario dell'invalidità complessivamente accertata quello corrispondente al grado di invalidità preesistente, fermo restando l'esercizio del potere discrezionale del giudice di liquidare il danno in via equitativa secondo la cd. equità giudiziale correttiva od integrativa, ove lo impongano le circostanze del caso concreto. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione con la quale il giudice di appello aveva accertato che il danneggiato, a causa del sinistro stradale occorsogli, aveva patito conseguenze dannose che avevano reso più penosa la menomazione preesistente di cui era portatore e aveva correttamente precisato che ai fini del calcolo del danno la sottrazione doveva essere operata non già tra i diversi gradi di invalidità permanente, bensì tra i corrispondenti valori monetari). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 11 Novembre 2019, n. 28986.


Danno - Prossimi congiunti dell'offeso - Danno non patrimoniale - Sofferenza soggettiva e mutamento delle abitudini di vita - Risarcibilità - Condizioni - Invalidità solo parziale del congiunto e condivisione dell'assistenza prestata - Irrilevanza - Fattispecie.
Il familiare di una persona lesa dall'altrui condotta illecita può subire un danno non patrimoniale che deve essere risarcito nel suo duplice aspetto della sofferenza soggettiva e del conseguito mutamento peggiorativo delle abitudini di vita, purché tali pregiudizi rivestano i caratteri della serietà del danno e della gravità della lesione, senza che rilevino l'invalidità solo parziale del congiunto o la ripartizione fra più familiari dell'assistenza prestata. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva escluso il danno non patrimoniale del marito e dei figli della paziente lesa, risultata non totalmente dipendente dai congiunti, perchè questi avevano prestato "un'assistenza familiare, per quanto faticosa sul piano psicologico, evidentemente condivisa ed avvenuta principalmente durante i ricoveri ospedalieri"). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 04 Novembre 2019, n. 28220.


Attività sanitaria in regime di accreditamento - Domanda di pagamento delle prestazioni eccedenti il tetto di spesa - Infondatezza - Ragioni.
In tema di attività sanitaria esercitata in aregime di accreditamento, è infondata la domanda di pagamento delle prestazioni sanitarie eccedenti il limite di spesa formulata - a titolo di inadempimento contrattuale o di illecito extracontrattuale - dalla società accreditata nei confronti dell'ASL e della Regione, atteso che la mancata previsione dei criteri di remunerazione delle prestazioni c.d. "extra budget" è giustificata dalla necessità di dover comunque rispettare i tetti di spesa ed il vincolo delle risorse pubbliche disponibili e che la struttura privata accreditata non ha l'obbligo di rendere prestazioni eccedenti quelle concordate. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 29 Ottobre 2019, n. 27608.


Dichiarazione giudiziale di paternità naturale – Risarcimento del danno endofamiliare – Concorso di colpa del figlio ultramaggiorenne – Sussistenza – Criterio di liquidazione – Equità – Metà del minimo assegno di mantenimento mensile.
Il ritardo del figlio nel promuovere l’azione di riconoscimento della paternità naturale non può andare a detrimento del padre incrementando sine die l’importo del risarcimento endofamiliare, nei casi in cui l’azione sia concretamente esperibile e non venga esperita.

Il risarcimento del danno deve, in ogni caso, essere parametrato ad un arco temporale in cui può, plausibilmente e secondo l’id quod plerumque accidit, essersi in concreto avvertito il vuoto affettivo-consolatorio dovuto alla mancanza del padre, cioè verosimilmente fino alla maggiore età.

La misura del risarcimento endofamiliare di questo tipo non può che essere stabilita in via equitativa, facendo riferimento al parametro della metà dell’assegno minimo mensile di mantenimento per un figlio. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Vicenza, 24 Ottobre 2019.


Responsabilità medica – Lesioni – Natura della responsabilità dell’operatore sanitario – Danno intermittente – Danno da premorienza – Presupposti – Tecniche di liquidazione.
L’art. 7 l. 8 marzo 2017, n. 24, il quale sancisce la natura extracontrattuale della responsabilità dell’operatore sanitario non esercente la libera professione, è una disposizione avente natura sostanziale. Pertanto, in applicazione dei principi generali dell’ordinamento in materia di successione delle leggi nel tempo, la responsabilità del medico per fatti antecedenti a tale novella legislativa deve essere ricondotta alla categoria della responsabilità contrattuale da “contatto sociale qualificato”.

In tema di risarcimento del danno biologico da invalidità permanente, con l’espressione “danno intermittente” si fa riferimento alle ipotesi in cui un soggetto danneggiato in conseguenza di un illecito venga a mancare in data precedente alla liquidazione del danno da parte del giudice e il suo decesso sia imputabile a cause diverse e in alcun modo ricollegabili a tale illecito.

A tali fattispecie può essere ricondotto, per identità di ratio, il caso del soggetto il quale subisca un pregiudizio alla salute in conseguenza di un intervento chirurgico ma, successivamente, sia vittima di un infarto in alcun modo ricollegabile al suddetto intervento e, pur sopravvivendo, versi in coma e stato vegetativo.
In siffatte ipotesi, non può trovare applicazione il criterio risarcitorio normalmente utilizzato per la liquidazione del danno alla persona, dovendo altresì essere applicate, per analogia, le Tabelle del Tribunale di Milano che si occupano del cosiddetto “danno da premorienza”. (Stefano Romoli) (riproduzione riservata)
Tribunale Treviso, 23 Ottobre 2019.


Azione civile esercitata nel giudizio penale per un reato solo doloso - Giudizio di rinvio ex art. 622 c.p.p. - Fondamento della domanda risarcitoria sulla colpa - Ammissibilità - Fattispecie.
Ove l'azione civile sia stata esercitata in un processo penale per un reato solo doloso nel giudizio civile di rinvio ai sensi dell'art. 622 c.p.p., in relazione alla responsabilità ex art. 2043 c.c. o ex art. 2049 c.c., può essere fatto valere il diverso elemento soggettivo della colpa, il quale nell'illecito civile, a differenza che per i delitti, è perfettamente fungibile con quello del dolo. (In applicazione del principio, la S.C. ha confermato la decisione con la quale il giudice del rinvio ex art. 622 c.p.p. aveva ritenuto sussistente la responsabilità civile di un direttore di banca per non avere vigilato sul dipendente della propria filiale che, delegato dalle vittime, aveva emesso e incassato numerosi assegni circolari e bancari di ingente importo privi di bene fondi e in assenza di provvista sul conto corrente delle deleganti, nonostante il giudice penale ne avesse escluso la responsabilità a titolo di concorso nel reato di appropriazione indebita per assenza del dolo). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 15 Ottobre 2019, n. 25918.


Vizio costruttivo o manutentivo che renda la "res" inidonea alla funzione protettiva - Responsabilità della P.A. per violazione delle regole di comune prudenza - Configurabilità - Fattispecie.
La responsabilità della pubblica amministrazione per una "res" che presenti un vizio costruttivo o manutentivo che la renda inidonea alla funzione protettiva cui dovrebbe assolvere può derivare non solo dall'inosservanza di specifiche norme prescrittive di standard di sicurezza, ma anche dalla violazione di regole di comune prudenza. (In relazione al sinistro occorso ad un automobilista uscito di strada a causa del ghiaccio presente sulla carreggiata e del cedimento del parapetto che la fiancheggiava, la S.C. ha confermato la sentenza di merito cha aveva ritenuto sussistente la responsabilità dell'ente proprietario della strada in ragione dell'accertata inidoneità della barriera protettiva a contenere gli urti dei veicoli anche a basse velocità). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 15 Ottobre 2019, n. 25925.


Azione di responsabilità - Effetto vincolante della condanna risarcitoria generica pronunciata in sede penale - Interferenza con l'accertamento in sede civile.
In tema di azione di responsabilità, l’effetto vincolante della condanna risarcitoria generica pronunciata in sede penale non interferisce con il doveroso accertamento in sede civile dell’esistenza in concreto del danno e della entità delle conseguenze pregiudizievoli. (Edoardo Staunovo-Polacco) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 26 Settembre 2019, n. 24043.


Azione revocatoria – Diritto risarcitorio del creditore nella ipotesi ex art. 2901 quarto comma c.c..
In tema di azione revocatoria, laddove il terzo acquirente abbia a sua volta alienato il bene, e l’acquisto del sub-acquirente sia fatto salvo ex art. 2901 quarto comma c.c., sussiste ciò nondimeno il diritto del creditore a ottenere dal primo acquirente il risarcimento del danno (quantificabile nel del corrispettivo versato al primo acquirente dal sub-acquirente), purché: i) l’atto dispositivo compiuto dal debitore sia revocabile ex art. 2901 c.c.; ii) dopo la sua stipulazione, il terzo acquirente abbia compiuto atti elusivi della garanzia patrimoniale; iii) il fatto del terzo acquirente sia connotato da un’originaria posizione di illiceità concorrente con quella del debitore (consilium fraudis) ovvero da una posizione di illiceità autonoma; iv) sussista in concreto un eventus damni causato dal fatto illecito del primo acquirente (Cass. 4721/2019, 251/1996, 1941/1993). (Mauro Meneghini) (Antonio Restiglian) (riproduzione riservata) Tribunale Vicenza, 23 Settembre 2019.


Direttiva 75/362/CEE – Mancata attuazione Direttiva Europea – Obbligo risarcitorio – Prescrizione del diritto.
Dalla mancata attuazione della Direttiva 75/362/CEE deriva un obbligo risarcitorio di natura indennitaria e pararisarcitoria in capo allo Stato in favore del medico specializzando in Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva. (Luigi Fadalti) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 26 Luglio 2019.


Responsabilità solidale o in concorso del dipendente - Esclusione.
Non è accoglibile la domanda risarcitoria proposta nei confronti del dipendente di una banca, quando non sia stato attivato nei suoi confronti un titolo di responsabilità autonomo e diverso da quello contrattuale contestato all’istituto.

L’art. 1228 c.c. costituisce l’estensione alla sfera contrattuale della disciplina prevista dall’art. 2049 c.c., determinando un’ipotesi di responsabilità contrattuale e non extracontrattuale, prevedendo che il soggetto che si avvalga dell’opera di terzi risponda del fatto colposo o doloso di costoro.

L’art. 1228 c.c., da un lato, è considerato espressione di un criterio di allocazione di rischi, per il quale i danni cagionati dal dipendente sono posti a carico dell’impresa, come componente dei costi di questa, dall’altro tutela il creditore che non intrattiene alcun rapporto con il dipendente e non potrebbe, in caso di inadempimento, rivolgersi ai terzi per il risarcimento del danno. Diversa è la fattispecie di cui all’art. 2049 c.c., per la quale l’ausiliario risponde in proprio, a titolo di illecito extracontrattuale, del fatto che leda interessi tutelati nella vita di relazione.

Il fatto dell’ausiliare costituisce una fattispecie di inadempimento imputabile al debitore e come tale può dare luogo a carico di costui, oltre all’obbligo di risarcimento dei danni, alla risoluzione del contratto nell’ipotesi di cui all’art 1453 cod civ. ovvero all’annullamento o alla pronuncia di nullità del contratto. Corollario di ciò è che il fatto dannoso e l’obbligo risarcitorio rimangono a carico esclusivo del committente, che si avvale dell’ausiliario quale strumento di esecuzione della prestazione, purché il fatto dell’ausiliario non esorbiti dall’area della normalità esecutiva del contratto e sempre che esista il rapporto di occasionalità necessaria. (Piero Cecchinato) (riproduzione riservata)
Tribunale Venezia, 02 Luglio 2019.


Risarcimento del danno - Valutazione e liquidazione - Infortunio - Rendita corrisposta dall'ente gestore di assicurazione sociale - Detrazione delle somme corrispondenti dal risarcimento - Necessità - Fondamento - Fattispecie.
Le somme che l'ente gestore di assicurazione sociale - nella specie, l'Inps - abbia liquidato al danneggiato a titolo di rendita per l'invalidità civile vanno detratte dall'ammontare dovuto, allo stesso titolo, dal responsabile civile al medesimo danneggiato, giacché quest'ultimo verrebbe altrimenti a conseguire un importo maggiore di quello cui ha diritto. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 20 Giugno 2019, n. 16580.


Accertamento - Criterio del "più probabile che non" - Portata - Esame isolato dei singoli elementi - Esclusione - Valutazione complessiva ed organica degli stessi - Necessità.
In tema di illecito civile, il nesso di causalità materiale va accertato secondo il criterio del "più probabile che non", indicando esso la misura della relazione probabilistica concreta tra condotta ed evento dannoso, con apprezzamento non isolato bensì complessivo ed organico dei singoli elementi indiziari o presuntivi a disposizione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 20 Giugno 2019, n. 16581.


Danno arrecato da terzi alla società e ai soci - Diritto al risarcimento in capo al singolo socio - Sussistenza - Presupposti - Fattispecie.
Qualora terzi arrechino danno ad una società di capitali, il socio è legittimato a domandare il ristoro del pregiudizio da lui subito ove non risarcibile alla società perché riguardante la sfera personale (diritto all'onore od alla reputazione) o la perdita di opportunità personali, economiche e lavorative dello stesso socio o la riduzione del cd. merito creditizio di quest'ultimo. (Nella specie, l'attore aveva dedotto che il fallimento di due società, delle quali egli era socio accomandatario e garante, era da imputare all'avvenuta escussione di una fideiussione dovuta all'illegittima revoca di un finanziamento pubblico e all'inadempimento di alcune obbligazioni). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 20 Giugno 2019, n. 16581.


Chiamata in causa dall'assicuratore con domanda di regresso ex art. 2055 c.c. - Condizione di proponibilità di cui all'art. 145 d.lgs. n. 209 del 2005 - Esclusione - Fondamento.
L'art. 145 del d.lgs. n. 209 del 2005, ai sensi del quale l'azione per il risarcimento dei danni causati dalla circolazione dei veicoli a motore può essere proposta solo dopo che siano decorsi sessanta giorni da quello in cui il danneggiato abbia chiesto il risarcimento del danno all'impresa di assicurazione, non trova applicazione nell'ipotesi in cui il medesimo assicuratore, convenuto in giudizio per l'integrale risarcimento, proceda alla chiamata in garanzia impropria di un altro danneggiante (e del suo assicuratore) per sentirlo dichiarare corresponsabile dei danni lamentati dall'attore, ai fini della ripartizione interna ex art. 2055 c.c. dell'obbligazione solidale, atteso che tale domanda non ha ad oggetto alcuna richiesta di risarcimento del danno, trovando invece titolo nella disciplina dei rapporti tra coobbligati solidali. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 31 Maggio 2019, n. 14873.


Lesioni c.d. micropermanenti – Accertamento strumentale – Necessità – Esclusione.
La norma di cui all'art. 139 co. 2 Dlgs 209/2005, come modificato dall'art. 32 co 3-ter e 3 quater DL 1/2012 , convertito con L. 27/2012 (con la quale è stato sancito che il danno alla persona per lesioni di lieve entità poteva essere liquidato solo a seguito di riscontro medico legale da cui risultasse "visivamente o strumentalmente accertata l'esistenza della lesione" e che aveva con ciò escluso la possibilità di risarcire postumi permanenti che non fossero rigorosamente verificabili sulla scorta di accertamenti medici fondati su esami strumentali) deve essere interpretata nel senso di imporre un accertamento rigoroso in rapporto alla singola patologia, tenendo presente che vi possono essere situazioni nelle quali, data la natura della malattia e la modestia della lesione, l'accertamento strumentale risulta, in concreto, l'unico in grado di fornire la prova rigorosa che la legge richiede; ma di non ignorare che sono possibili casi in cui si possa giungere ad una diagnosi attendibile anche senza ricorrere a detti accertamenti, tenuto conto del ruolo insostituibile della visita medico legale e dell'esperienza clinica dello specialista, mediante le quali dovranno essere rassegnate al giudice conclusioni scientificamente documentate e giuridicamente ineccepibili. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 18 Aprile 2019, n. 10819.


Incidente stradale – Morte – Danno tanatologico iure proprio – Danno da perdita delle elargizioni economiche – Presupposti – Tecniche di liquidazione.
Il risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale è subordinato alla sussistenza di un duplice presupposto: il primo, di diritto, consistente nell’esistenza di un vincolo riconosciuto dall’ordinamento giuridico fra la vittima e l’attore, e il secondo, di fatto, richiedendosi la sussistenza di un vincolo affettivo fra gli stessi.
Tale danno, da liquidare sulla base del valore di riferimento di cui alle Tabelle del Tribunale di Milano, può essere personalizzato entro i limiti ivi sanciti. Tuttavia, la personalizzazione deve essere giustificata da circostanze anomale, inusuali ed eccezionali, con la precisazione che conseguenze “normali” del danno non vuole affatto dire conseguenze “non gravi” e, pertanto, le circostanze che possono giustificare la personalizzazione sono solo quelle che si discostano, per intensità o frequenza, da quelle ordinariamente derivanti da un evento luttuoso.

La giurisprudenza prevalente considera risarcibile il danno patito da tutti coloro i quali godevano di una stabile e periodica contribuzione da parte della vittima primaria dell’illecito, come, nel caso di specie, moglie e figlia del defunto.
La liquidazione di tale voce di danno patrimoniale consta di tre fasi.
In primo luogo, deve essere accertato il reddito netto annuo del defunto, tenendo conto anche dei presumibili incrementi futuri.
Dalla somma così ottenuta bisogna sottrarre la cosiddetta quota sibi, ossia la parte di reddito che il defunto avrebbe presumibilmente tenuto per sé, non devolvendola ai bisogni della famiglia.

Infine, la quota di reddito così accertata deve essere capitalizzata in base a un coefficiente pari alla differenza fra la durata media della vita di un individuo del sesso del coniuge richiedente meno l’abbattimento relativo allo scarto fra vita biologica e vita lavorativa e l’età della richiedente al momento del fatto, per la moglie, ed in base a un coefficiente di capitalizzazione pari al numero presumibile di anni per i quali si sarebbe protratto il sussidio paterno, per la figlia. (Stefano Romoli) (riproduzione riservata)
Tribunale Treviso, 16 Aprile 2019.


Franchising – Fatto dell’affiliato – Responsabilità dell’affiliante – Presupposti – Colpa dell’affiliante – Necessità.
Sia nel caso di franchising di beni che in quello di franchising di servizi, nonostante l'uso comune del marchio, affiliante e affiliato sono soggetti distinti dal punto di vista economico e giuridico; ne consegue che non si può fondare la responsabilità dell’affiliante per il fatto dell’affiliato sul principio dell’apparenza, ma è necessario provare una sua colpa, derivante dall’inadeguatezza del know how e delle procedure tecniche ed operative per la gestione della clientela ovvero dall’inadeguatezza della scelta dell’affiliato. (Vincenzo Meli) (riproduzione riservata) Tribunale Perugia, 04 Aprile 2019.


Società di capitali – Azione sociale di responsabilità ex artt. 2393 e 2394 c.c. – Legittimazione esclusiva del curatore – Sussistenza

Società di capitali – Azione individuale del socio e del terzo ex art. 2395 c.c. – Natura aquiliana della responsabilità – Presupposti

Società di capitali – Azione individuale del socio e del terzo ex art. 2395 c.c. – Nesso di causalità – Affidamento imprudente del creditore - Esclusione

Società di capitali – Azione individuale del socio e del terzo ex art. 2395 c.c. – Nesso di causalità – Alterazione della volontà negoziale del creditore per effetto delle false rappresentazioni dell’amministratore – Sussistenza
.
Nelle società assoggettate a procedura fallimentare, il curatore ha la legittimazione esclusiva all’esercizio delle azioni di responsabilità previste dagli articoli 2393 e 2394 cod. civ. Tali azioni risarcitorie sono destinate a tutelare il patrimonio sociale e la massa dei creditori, la cui rappresentanza, unitaria ed inderogabile, è attribuita ex lege al curatore fallimentare. Pertanto, non permane alcuna legittimazione, ancorché residuale, in capo al singolo creditore che abbia proposto suddette azioni prima della dichiarazione di fallimento, sia pure in caso di inerzia del curatore. (Ilaria Guadagno) (Riproduzione riservata)

L’articolo 2395 cod. civ. attua, in ambito societario, e rispetto ai doveri degli amministratori, il generale principio della risarcibilità dell’ingiustificato danno codificato dall’articolo 2043 cod. civ. A norma dell’art 2395 c.c., in caso di atti di “mala gestione” dell’amministratore di una società di capitali, la responsabilità risarcitoria nei confronti del contraente-terzo discende dalla coesistenza di tre elementi: un atto o un’omissione dolosi o colposi degli amministratori, nell'esercizio della loro funzione; il danno diretto al patrimonio del socio o del terzo; il nesso di causalità tra l'atto illecito e il danno subito dal socio o dal terzo. (Ilaria Guadagno) (Riproduzione riservata)

L’incolpevole affidamento, quale fattore rilevante per il nesso eziologico da cui deriva un danno risarcibile, rileva sia nel momento genetico del rapporto, che in quello funzionale della sua esecuzione. In tal senso, l’atteggiamento complessivamente imprudente del creditore interrompe il nesso di causalità tra la condotta dell’organo amministrativo e la produzione di un danno “diretto” nella sfera patrimoniale del soggetto leso. Ciò accade se il creditore non si attiene al principio di ordinaria diligenza, tenendo conto che il creditore può conoscere, anche aliunde, la condizione economico-finanziaria e patrimoniale della società con cui instaura un rapporto obbligatorio. Precedenti ed eventuali rapporti commerciali già intercorsi tra le medesime parti non rappresentano, di per sé, un presupposto bastevole a fondare la convinzione circa la solvibilità del debitore. (Ilaria Guadagno) (Riproduzione riservata)

Il creditore può proporre l’azione di cui all’articolo 2395 cod. civ. per dimostrare l’alterazione della propria volontà negoziale a causa della mendacità delle scritture e dei bilanci della società con cui instaura rapporti obbligatori. Invero, ben può il bilancio, se non veritiero, essere fonte di responsabilità sia verso i soci sia verso i terzi in buona fede, tratti in inganno dai dati e dalle risultanze di esso, ove raffiguranti una falsa immagine della situazione economico-patrimoniale della società. (Ilaria Guadagno) (Riproduzione riservata)
Tribunale Napoli, 02 Aprile 2019.


Danno non patrimoniale – Liquidazione – Modalità – Liquidazione finalisticamente unitaria – Pregiudizio complessivamente subito tanto sotto l'aspetto della sofferenza interiore quanto sotto quello dell'alterazione/modificazione peggiorativa della vita di relazione.
La liquidazione finalisticamente unitaria del danno non patrimoniale (non diversamente da quella prevista per il danno patrimoniale) ha pertanto il significato di attribuire al soggetto una somma di danaro che tenga conto del pregiudizio complessivamente subito tanto sotto l'aspetto della sofferenza interiore (cui potrebbe assimilarsi, in una suggestiva simmetria legislativa, il danno emergente in guisa di vulnus "interno" arrecato al patrimonio del creditore), quanto sotto quello dell'alterazione/modificazione peggiorativa della vita di relazione in ogni sua forma e considerata in ogni suo aspetto, senza ulteriori frammentazioni nominalistiche (danno idealmente omogeneo al cd. "lucro cessante" quale proiezione "esterna" del patrimonio del soggetto). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 29 Marzo 2019, n. 8755.


Vendita beni immobili – Violenza relativa – Minaccia di far valere un diritto – Responsabilità precontrattuale – Segnalazione di sofferenza – Abuso del diritto.
Non sono esperibili i rimedi ex artt. 1434 e 1438 cod. civ. avverso un contratto di compravendita quando il venditore asseritamente minacciato aveva precedentemente manifestato di voler vendere il bene e la vendita è avvenuta a condizioni economiche per lui vantaggiose.

Il danno da illegittima segnalazione in Centrale Rischi non è riscontrabile, in re ipsa, nell’illegittimità della segnalazione, essendo altresì necessaria la prova, da parte del danneggiato, del beneficio economico che lo stesso avrebbe conseguito tramite l’impiego del denaro che gli è stato ingiustamente negato a causa della segnalazione.

Integra la fattispecie dell’abuso del diritto la condotta della banca che revoca le linee di credito concesse a un’impresa a seguito di un ritardo irrisorio nel pagamento della rata di un mutuo, con delibera, peraltro, cronologicamente antecedente rispetto al ritardo stesso. Tuttavia, all’accertamento dell’abuso del diritto non corrisponde automaticamente il risarcimento del danno, dovendo tale danno essere allegato e provato dal danneggiato. (Stefano Romoli) (riproduzione riservata)
Tribunale Treviso, 15 Febbraio 2019.


Obbligazioni di valore – Cumulo di rivalutazione monetaria ed interessi legali – Condizioni.
Nel caso del risarcimento del danno da fatto illecito extracontrattuale, trattandosi di obbligazione di valore, occorre sommare all’importo liquidato la rivalutazione monetaria, secondo l’indice ISTAT dell’incremento dei prezzo al consumo per le famiglie degli impiegati e degli operai, ma l’ammontare che, in tal modo, si raggiunge nei singoli anni, non dev’essere maggiorato degli interessi legali, salvo che venga offerta una prova, quand’anche presuntiva, «che la somma rivalutata (o liquidata in moneta attuale) sia inferiore a quella di cui avrebbe disposto, alla stessa data della sentenza, se il pagamento della somma originariamente dovuta fosse stato tempestivo.» (Cass. civ., Sez. III, 13.7.2018, ord. n. 18564, la cui massima, per esteso, è la seguente: «Nella obbligazione risarcitoria da fatto illecito, che costituisce tipico debito di valore, è possibile che la mera rivalutazione monetaria dell'importo liquidato in relazione all'epoca dell'illecito, ovvero la diretta liquidazione in valori monetari attuali, non valgano a reintegrare pienamente il creditore il quale va posto nella stessa condizione economica nella quale si sarebbe trovato se il pagamento fosse stato tempestivo. In tal caso, è onere del creditore provare, anche in base a criteri presuntivi, che la somma rivalutata (o liquidata in moneta attuale) sia inferiore a quella di cui avrebbe disposto, alla stessa data della sentenza, se il pagamento della somma originariamente dovuta fosse stato tempestivo. Tale effetto dipende prevalentemente, dal rapporto tra remuneratività media del denaro e tasso di svalutazione nel periodo in considerazione, essendo ovvio che in tutti i casi in cui il primo sia inferiore al secondo, un danno da ritardo non è normalmente configurabile. Ne consegue, per un verso che gli interessi cosiddetti compensativi costituiscono una mera modalità liquidatoria del danno da ritardo nei debiti di valore; per altro verso che non sia configurabile alcun automatismo nel riconoscimento degli stessi.(In applicazione del principio, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata che, con riferimento al danno derivato da anticipazioni di crediti non recuperati, aveva liquidato gli interessi, sul capitale via via rivalutato, in modo automatico, senza alcuna valutazione dell'indicato profilo probatorio).»). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Benevento, 02 Febbraio 2019.


Locazione - Occupazione abusiva dell'immobile locato da parte di un terzo - Legittimazione del conduttore ad agire direttamente contro il terzo per riottenerne la disponibilità - Sussistenza.
L'art. 1585, comma 2, c.c., che attribuisce al conduttore la legittimazione ad agire contro i terzi che arrechino molestie concernenti il godimento dell'immobile, è analogicamente applicabile ai casi in cui il fatto illecito del terzo, che occupi abusivamente l'immobile concesso in locazione, impedisca l'attuazione di tale rapporto, sicchè egli può agire direttamente contro l'autore dell'illecito per ottenere la disponibilità del bene e/o per il risarcimento del danno. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 17 Gennaio 2019, n. 1036.


Danno non patrimoniale - Definizione e declinazione - Danno terminale - Danno tanatologico - Danno catastrofale - Danno esistenziale - Danno da invalidità temporanea - Natura di danno biologico - Formido mortis - Natura di danno non patrimoniale.
Le espressioni "danno terminale", "danno tanatologico", "danno catastrofale" non corrispondono ad alcuna categoria giuridica, ma possono avere al massimo un valore descrittivo, e neanche preciso.

Il danno da invalidità temporanea patito da chi sopravviva quodam tempore ad una lesione personale mortale è un danno biologico, da accertare con gli ordinari criteri della medicina legale, e da liquidare avendo riguardo alle specificità del caso concreto;

La formido mortis patita da chi, cosciente e consapevole, sopravviva quodam tempore ad una lesione personale mortale, è un danno non patrimoniale, da accertare con gli ordinari mezzi di prova, e da liquidare in via equitativa avendo riguardo alle specificità del caso concreto. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 13 Dicembre 2018, n. 32372.


Azioni a difesa del possesso - Reintegrazione da spoglio - Risarcimento del danno - Abusiva occupazione di immobile altrui - Conseguenze - Condanna generica - Configurabilità - Successiva liquidazione del danno - Valutazione equitativa - Ammissibilità - Parametro di riferimento - Valore reddituale del bene.
La privazione del possesso conseguente all'occupazione di un immobile altrui costituisce un fatto potenzialmente causativo di effetti pregiudizievoli ed idoneo a legittimare la pronunzia di condanna generica al risarcimento del danno, ben potendo il giudice successivamente liquidare in concreto il detto danno per mezzo di una valutazione equitativa ex art. 1226 c.c. che tenga conto, quale parametro di quantificazione, del valore reddituale del bene. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 04 Dicembre 2018, n. 31353.


Responsabilità medica – Applicazione retroattiva della legge Gelli-Bianco – Bipartizione della responsabilità civile della struttura sanitaria e dell'esercente la professione sanitaria – Prescrizione – Onere della prova – Distinzione.
Le disposizioni della legge Gelli – Bianco in tema di responsabilità medica (le quali, come è noto, creano una bipartizione della responsabilità civile, differenziando la posizione della struttura sanitaria da quella dell'esercente la professione sanitaria), trovano applicazione anche nei processi in corso.

La struttura sanitaria o sociosanitaria pubblica o privata che, nell'adempimento della propria obbligazione, si avvalga dell'opera di esercenti la professione sanitaria, anche se scelti dal paziente e ancorché non dipendenti della struttura stessa, risponde, ai sensi degli articoli 1218 e 1228 del codice civile, delle loro condotte dolose o colpose. La medesima disciplina si applica anche alle prestazioni sanitarie svolte in regime di libera professione intramuraria ovvero nell'ambito di attività di sperimentazione e di ricerca clinica ovvero in regime di convenzione con il Servizio sanitario nazionale nonché attraverso la telemedicina.

In altre parole, la struttura sanitaria risponderà dei fatti illeciti compiuti dagli esercenti la professione sanitaria secondo le regole della responsabilità contrattuale, con importanti conseguenze in termini di prescrizione, onere della prova e danno risarcibile: il termine prescrizionale sarà infatti di dieci anni e il danneggiato dovrà semplicemente provare il titolo da cui deriva l'obbligazione (ad es. c.d. contratto di spedalità) rimanendo in capo alla struttura sanitaria la prova dell'esatto adempimento ovvero dell'inadempimento non imputabile, ed il danno risarcibile è limitato al danno che poteva prevedersi al tempo in cui è sorta l'obbligazione, salvo che in caso di dolo.

L'esercente la professione sanitaria, invece, sarà chiamato a rispondere del proprio operato ai sensi dell'articolo 2043 del codice civile (salvo che abbia agito nell'adempimento di obbligazione contrattuale assunta con il paziente, ipotesi non ricorrente nel caso di specie), cioè secondo le norme sulla responsabilità extracontrattuale, che prevedono un termine prescrizionale di "soli" cinque anni ed un gravoso onere della prova in capo al danneggiato, che dovrà non solo allegare ma provare il fatto illecito, il danno, l'elemento soggettivo ed il nesso eziologico tra condotta ed evento.

Va inoltre considerato che con riferimento alla posizione del Sanitario, la limitazione di responsabilità professionale ai soli casi di dolo o colpa grave ai sensi dell'art. 2236 c.c. attiene esclusivamente alla perizia nella soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà che trascendono la preparazione media, o perché' la particolare complessità discende dal fatto che il caso non è stato ancora studiato a sufficienza o perché non è stato ancora dibattuto con riferimento ai metodi da adottare. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Latina, 27 Novembre 2018.


Azione di responsabilità contro il curatore revocato ex art. 38 l. fall. - Legittimazione processuale del curatore - Esclusività - Limiti - Inerzia dell'amministrazione fallimentare - Conseguenze - Legittimazione del fallito - Azione extracontrattuale di risarcimento danni contro il curatore - Ammissibilità - Prescrizione - Sospensione durante la pendenza della procedura fallimentare - Esclusione - Fondamento - Fattispecie.
La legittimazione diretta del fallito alla proposizione dell'azione ex art. 38 l. fall. contro il curatore revocato è configurabile solo nel caso di ingiustificata inerzia del nuovo curatore, essendo di regola legittimata a tale azione solo la massa dei creditori. Nei confronti del curatore, anche non revocato, il fallito è tuttavia sempre legittimato a richiedere, per fatti illeciti che non incidano sul patrimonio fallimentare, il risarcimento dei danni ex art. 2043 c.c., il cui termine prescrizionale decorre dalla produzione del danno e non resta sospeso ai sensi dell'art. 2941 n. 6 c.c., poiché tale disposizione si riferisce a fattispecie di responsabilità nascente dall'amministrazione del patrimonio altrui, non applicabile al rapporto in questione non compreso nell'attività fallimentare. (Nella specie la S.C., ha confermato la decisione della corte d'appello che, ritenuta improponibile l'azione ex art. 38 l. fall. da parte del fallito nei confronti del curatore revocato, non avendo ravvisato inerzia da parte del nuovo curatore - che aveva assunto tale decisione dopo avere valutato le risultanze di un parere legale - diversamente qualificando l'azione proposta quale domanda ex art. 2043 c.c., ne aveva dichiarato la prescrizione, ritenendo non applicabile alla specie l'ipotesi di sospensione prevista dall'art. 2941 n. 6 c.c.). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 15 Ottobre 2018, n. 25687.


Somme spettanti al fallito a titolo di risarcimento del danno biologico o morale - Attribuzione al fallimento - Esclusione - Fattispecie.
Le somme spettanti a persona fisica successivamente fallita, a titolo di risarcimento del danno biologico o del danno morale, attesa la natura strettamente personale, sin dall'origine, del relativo diritto, rientrano nella previsione dell'art. 46, comma 1, n. 2) l. fall. e non possono essere quindi attribuite al fallimento. (In applicazione del predetto principio, la S.C. ha accolto il ricorso con il quale la società ricorrente lamentava di essere stata condannata a pagare il risarcimento del danno c.d. differenziale, vale a dire, l'eccedenza del credito risarcitorio rispetto a quanto pagato dall'Inail, non direttamente all'infortunato, imprenditore individuale, ma alla curatela del fallimento di questi). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 15 Ottobre 2018, n. 25618.


Risarcimento del danno – Cd. microlesioni – Prova mediante esame clinico strumentale – Necessità – Esclusione.
Ferma restando la necessità di un rigoroso accertamento medico-legale da compiersi in base a criteri oggettivi, la sussistenza dell’invalidità permanente non può essere esclusa per il solo fatto che non sia documentata da un referto strumentale per immagini, sulla base di un automatismo che vincoli sempre e comunque il riconoscimento dell’invalidità permanente ad una verifica di natura strumentale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 11 Settembre 2018, n. 22066.


Immissioni - Rapporti di vicinato - Disciplina ex art. 844 c.c. - Contemperamento fra esigenze della proprietà e della produzione - Rilevanza solo per le propagazioni rientranti nella normale tollerabilità - Immissioni realizzate al di fuori di tale ambito - Illecito extracontrattuale - Determinazione del danno - Irrilevanza del contemperamento - Fondamento - Fattispecie.
L'art. 844 c.c. impone, nei limiti della normale tollerabilità e dell'eventuale contemperamento delle esigenze della proprietà con quelle della produzione, l'obbligo di sopportazione di quelle inevitabili propagazioni attuate nell'ambito delle norme generali e speciali che ne disciplinano l'esercizio. Viceversa, l'accertamento del superamento della soglia di normale tollerabilità di cui all'art. 844 c.c. comporta, nella liquidazione del danno da immissioni, l'esclusione di qualsiasi criterio di contemperamento di interessi contrastanti e di priorità dell'uso poiché, venendo in considerazione, in tale ipotesi, unicamente l'illiceità del fatto generatore del danno arrecato a terzi, si rientra nello schema dell'azione generale di risarcimento danni ex art. 2043 c.c. e specificamente, per quanto concerne il danno non patrimoniale risarcibile, in quello dell'art. 2059 c.c. (In applicazione dell'enunciato principio, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata per avere applicato, ai fini dell'ammontare del risarcimento, pure il criterio della "priorità dell'uso" in un caso in cui le immissioni provenienti da un'officina superavano la soglia di normale tollerabilità). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 03 Settembre 2018, n. 21554.


Conto corrente bancario - Circolazione titolo di credito - Verifica preventiva della "copertura" di un vaglia postale circolare - Bene emissione - Assunzione di obbligazione integrativa del contratto - Telefonata a operatore non identificato dell'emittente - Diligenza nell'adempimento - Esclusione - False informazioni preventive fornite dall'istituto di credito - Responsabilità contrattuale - Responsabilità extracontrattuale - Risarcimento del danno.
L'istituto di credito, nel caso in cui accetti di effettuare, su richiesta di un suo correntista, una verifica preventiva sulla “copertura” di un titolo di credito, assume, ai sensi dell'art. 1176, c. 2, c.c. un'obbligazione integrativa del contratto di conto corrente, che non può ritenersi diligentemente adempiuta con la semplice telefonata rivolta ad un operatore non identificato della banca emittente.

Conf. Tribunale Verona 27.09.2012 n. 2049 (www.Ilcaso.it, 2013, pg. 8997, pt. I). (Giacomo Pasini) (riproduzione riservata)
Tribunale Trento, 08 Agosto 2018.


Lesioni personali colpose a seguito di investimento avvenuto con veicolo risultato rubato – Azione contro il Fondo di garanzia per le vittime della strada – Fondatezza della domanda pur in assenza di immediato rilievo dei dati della targa da parte della vittima e delle dichiarazioni rese in corso di giudizio da testimoni non menzionati nella denuncia-querela.
In un processo contro il Fondo di Garanzia per le vittime della strada che ha ad oggetto la richiesta di risarcimento dei danni per lesioni personali colpose a seguito di investimento avvenuto con veicolo successivamente risultato rubato si può ritenere certamente fondata la domanda pur in assenza di immediato rilievo dei dati della targa da parte della vittima e delle dichiarazioni rese in corso di giudizio da testimoni non menzionati nella denuncia-querela. (Gilberto Casalino) (riproduzione riservata) Appello Trieste, 31 Luglio 2018.


Intervento edilizio su bene di proprietà - Limiti - Danni all'edificio costruito in aderenza - Responsabilità extracontrattuale - Condizioni.
L'intervento di ristrutturazione edilizia da parte del proprietario costituisce esercizio del diritto di proprietà ma non può tradursi in un arbitrio, con la conseguenza che, quando da tale intervento derivi un danno all'altrui edificio costruito in aderenza, a causa della perdita di stabilità, il proprietario ne risponde a titolo di responsabilità extracontrattuale laddove abbia conoscenza della procuranda instabilità del complesso edificato e ometta di approntare le cautele necessarie al fine di evitare pregiudizio all'altrui fabbricato aderente, in violazione del principio del "neminem laedere". (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 27 Luglio 2018, n. 19935.


Risarcimento del danno – Da morte di un congiunto – Figlio in giovane età – Prova del danno – Fatto notorio.
Il danno morale inteso come sofferenza interiore si affianca alla lesione fisio-relazionale, finendo per comporre il danno alla persona da liquidare unitariamente e compiutamente. Se è vero che di tali componenti occorre dare la prova, si può ritenere che, rispetto alla morte di un figlio e di una figlia, entrambi in giovane età, appartenga al notorio l’esistenza di un danno soggettivo patito dai congiunti in tutte le sue componenti. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 19 Luglio 2018, n. 19158.


Responsabilità medica – Onere della prova – Conservazione della cartella clinica – Conseguenze sulla responsabilità del medico

Responsabilità medica – Onere della prova – Conservazione della cartella clinica – Smarrimento ad opera della struttura sanitaria – Conseguenze sulla responsabilità del medico

Responsabilità sanitaria – Onere della prova – Conservazione della cartella clinica – Smarrimento ad opera della struttura sanitaria – Conseguenze sulla responsabilità del medico
.
Il principio di vicinanza della prova, fondato sull'obbligo di regolare e completa tenuta della cartella, le cui carenze od omissioni non possono andare a danno del paziente (Cass. 12273/2004; Cass. 1538/2010 e, di recente, Cass. 7250/2018), non può operare in pregiudizio del medico per la successiva fase di conservazione, in quanto dal momento in cui l'obbligo di conservazione si trasferisce sulla struttura sanitaria, l'omessa conservazione è imputabile esclusivamente ad essa; la violazione dell'obbligo di conservazione non può dunque riverberarsi direttamente sul medico determinando una inversione dell'onere probatorio. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

I medici possono trovarsi, in caso di smarrimento della cartella clinica ad opera della struttura sanitaria, in una posizione simmetrica a quella del paziente, rischiando a loro volta di essere pregiudicati dalla impossibilità di documentare le attività svolte e regolarmente annotate sulla cartella clinica, in quanto, diversamente opinando, si finirebbe per violare quegli stessi principi in materia di prossimità della prova che ispirano le conseguenze pregiudizievoli per il medico che, dalla presenza di lacune nella cartella clinica, verrebbe diversamente a trarre vantaggio. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Il ruolo dei medici evocati in causa come convenuti insieme alla struttura sanitaria è -non meno che quello dei pazienti, o parenti dei pazienti che abbiano agito in giudizio - un ruolo attivo, nel senso che, ove convenuti, devono attivarsi per articolare nel modo migliore la propria difesa.

Sono, quindi, gli stessi medici, che abbiano scrupolosamente compilato la cartella clinica, a poterne e doverne richiedere copia alla struttura per acquisirne disponibilità al fine di articolare le proprie difese di produrla in giudizio, così che, se non possono ritenersi gravati dagli obblighi di conservazione della cartella (che gravano sulla struttura sanitaria), essi non sono esenti dall'ordinario onere probatorio; non possono pertanto con successo, qualora non abbiano essi stessi curato la produzione in giudizio della cartella clinica e non abbiano la disponibilità della copia che avrebbero avuto l'onere, all'inizio della causa, di richiedere, pretendere che siano imputate alla struttura sanitaria eventuali lacune della copia della cartella clinica prodotta in giudizio quando la struttura sanitaria dichiari di aver smarrito l'originale della cartella. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 13 Luglio 2018, n. 18567.


Contratti di borsa - Liquidazione del danno - Unico fatto illecito generatore del lucro e del danno - Necessità - Fondamento - Fattispecie in tema di "bond" argentini.
La corretta applicazione del criterio generale della "compensatio lucri cum damno" postula che, quando unico è il fatto illecito generatore del lucro e del danno, nella quantificazione del risarcimento si tenga conto anche di tutti i vantaggi nel contempo derivati al danneggiato, perché il risarcimento è finalizzato a sollevare dalle conseguenze pregiudizievoli dell'altrui condotta e non a consentire una ingiustificata locupletazione del soggetto danneggiato. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la sentenza di appello che aveva correttamente quantificato il danno, conseguente all'acquisto di obbligazioni argentine, in misura pari al capitale investito, sottraendo da tale importo il valore delle cedole riscosse ed il controvalore dei titoli concambiati, considerati un arricchimento derivante dal medesimo fatto illecito). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 18 Giugno 2018, n. 16088.


Sollecitazione al pubblico risparmio - Prospetto informativo - Responsabilità c.d. da prospetto - Natura giuridica - Responsabilità aquiliana - Sussistenza - Responsabilità da contatto - Esclusione.
In tema di sollecitazione al pubblico risparmio, la responsabilità per violazione delle regole destinate a disciplinare il prospetto informativo che correda l'offerta di prodotti finanziari ha natura aquiliana, essendo tali regole volte a tutelare un insieme ancora indeterminato di soggetti ed a consentire a ciascuno di essi la corretta percezione dei dati occorrenti al compimento di scelte consapevoli, non essendo ancora configurabile, al momento dell'emissione del prospetto, un contatto sociale con i futuri eventuali investitori. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 14 Giugno 2018, n. 15707.


Sollecitazione al pubblico risparmio - Prospetto informativo - Responsabilità c.d. da prospetto - Natura giuridica - Responsabilità aquiliana - Sussistenza - Responsabilità da contatto - Esclusione.
In tema di sollecitazione al pubblico risparmio, la responsabilità per violazione delle regole destinate a disciplinare il prospetto informativo che correda l'offerta di prodotti finanziari ha natura aquiliana, essendo tali regole volte a tutelare un insieme ancora indeterminato di soggetti ed a consentire a ciascuno di essi la corretta percezione dei dati occorrenti al compimento di scelte consapevoli, non essendo ancora configurabile, al momento dell'emissione del prospetto, un contatto sociale con i futuri eventuali investitori. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 14 Giugno 2018, n. 15707.


Responsabilità ex art. 2051 c.c. - Responsabilità ex art. 2043 c.c. -  Condotta colposa del danneggiato - Ordinaria diligenza ex art. 1227 co. 2 c.c. - Insussistenza del nesso causale tra cosa e danno - Rigetto della domanda risarcitoria nei confronti dell’Ente comunale.
Un comportamento imprudente del danneggiato, atto ad escludere che lo stesso abbia adoperato l’ordinaria diligenza che gli si richiede, può, tanto nel caso di responsabilità ex art. 2051 c.c., quanto in quella generica ex art. 2043 c.c. - oltre che integrare un concorso di colpa ex art. 1227 co.1 c.c. - interrompere il nesso eziologico sussistente tra la causa del danno ed il danno stesso, portando ad escludere la responsabilità in capo al danneggiante.

Qualora il danno non è l’effetto esclusivo di un dinamismo interno alla cosa, ma richieda che l’agire umano, ed in particolare quello del danneggiato si unisca al modo di essere della cosa, essendo di per sé statica ed inerte, per la prova del nesso causale occorre altresì dimostrare che lo stato dei luoghi presentava un’obiettiva situazione di pericolosità, tale da rendere molto probabile, se non inevitabile, il danno.

Differentemente, allorché la cosa svolga solo il ruolo di occasione dell’evento e sia svilita a mero tramite del danno, provocato da una causa ad essa estranea, che ben può rintracciarsi nello stesso comportamento del danneggiato, si verifica il c.d. fortuito incidentale, sufficiente ad interrompere il collegamento causale tra la cosa ed il danno.

(Nel caso di specie, caduta del pedone a seguito della discesa dal marciapiede nel punto caratterizzato da maggior dislivello, peraltro ben visibile, anziché da altro punto che consentisse un accesso più agevole sulla strada). (Agostino Parisi) (riproduzione riservata)
Tribunale Potenza, 08 Giugno 2018.


Risarcimento del danno – Danno non patrimoniale – Risarcibilità sotto ogni profilo – Affermazione – Rilevanza delle ripercussioni sulla vita privata del danneggiato – Sussiste – Lesione alla sfera sessuale – Risarcibilità in quanto lesione del diritto alla salute.
Il danno biologico (cioè la lesione della salute), quello morale (cioè la sofferenza interiore) e quello dinamico-relazionale (altrimenti definibile “esistenziale”, e consistente nel peggioramento delle condizioni di vita quotidiane nei suoi vari aspetti inclusi quelli che attengono alla sfera sessuale) costituiscono pregiudizi non patrimoniali ontologicamente diversi e tutti risarcibili. Il giudice di merito, in relazione ad una visione complessiva della persona e sulla base di prove anche presuntive, deve determinare il ristoro del pregiudizio subito senza incorrere in vuoti risarcitori, riferibili anche al mancato riconoscimento delle ripercussioni sulla vita privata, contrastanti con l’art.32 Cost. e con i principi affermati dagli artt.3 e 7 della Carta di Nizza recepita dal Trattato i Lisbona e dall’art.8 della CEDU.

La sfera sessuale non dee essere valutata solo nell’ottica della funzione procreativa, ma come un aspetto rilevante dell’espressione della personalità e tutelabile come componente del diritto alla salute.

[Nella fattispecie, i giudici d’appello non avevano ravvisato la risarcibilità del danno derivato al ricorrente dall’ipogonadismo seguito ad un incidente stradale, in ragione della mancata dimostrazione della sua concreta condizione affettivo-relazionale.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 31 Maggio 2018, n. 13770.


Occupazione senza titolo di bene immobile altrui – Danno per mancato godimento dell’immobile come “danno-conseguenza” e non “in re ipsa” – Onere per il proprietario del bene di allegare e di provare i fatti da cui discende il lamentato pregiudizio.
Nell’ipotesi di occupazione senza titolo di bene immobile non sussiste un danno in re ipsa per il proprietario del bene (ammetterlo equivarrebbe ad introdurre una rigida presunzione a favore del medesimo, che prescinde e lo esonera dall’allegazione e dalla prova dei fatti in cui consisterebbe il danno). Il giudice di merito dovrà accertare se il proprietario dell’immobile abbia allegato e provato il danno-conseguenza che potrebbe essergli derivato dall’occupazione senza titolo del bene, come, a titolo esemplificativo, l’intenzione concreta di concederlo in locazione durante tale periodo, l’avere sostenuto spese per risiedere in altro immobile che altrimenti non avrebbe dovuto affrontare, l’avere avuto concreta intenzione nel frattempo di venderlo. (Annamaria Varini) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 25 Maggio 2018, n. 13071.


Liquidazione - Detraibilità della rendita INAIL per infortunio “in itinere”.
L'importo della rendita per l'inabilità permanente corrisposta dall'INAIL per l'infortunio in itinere occorso al lavoratore va detratto dall'ammontare del risarcimento dovuto, allo stesso titolo, al danneggiato da parte del terzo responsabile del fatto illecito. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 22 Maggio 2018, n. 12566.


Liquidazione - Detraibilità della pensione di reversibilità.
Dal risarcimento del danno patrimoniale patito dal familiare di persona deceduta per colpa altrui non deve essere detratto il valore capitale della pensione di reversibilità accordata dall'Inps al familiare superstite in conseguenza della morte del congiunto. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 22 Maggio 2018, n. 12564.


Liquidazione – Colpa medica – Detraibilità indennità di accompagnamento.
Dall'ammontare del danno subito da un neonato in fattispecie di colpa medica, e consistente nelle spese da sostenere vita natural durante per l'assistenza personale, deve sottrarsi il valore capitalizzato della indennità di accompagnamento che la vittima abbia comunque ottenuto dall'Inps in conseguenza di quel fatto. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 22 Maggio 2018, n. 12567.


Abusiva concessione di credito ad imprenditore in stato di insolvenza - Azione da illecito aquiliano nei confronti del finanziatore (banca) per il risarcimento del danno causato ai creditori - Responsabilità nei confronti dei terzi che abbiano confidato sulla solvibilità dell’imprenditore - Sussistenza - Condizioni.
In tema di concessione abusiva di credito, sussiste la responsabilità della banca, che finanzi un'impresa insolvente e ne ritardi perciò il fallimento, nei confronti dei terzi che, in ragione di ciò, abbiano confidato nella sua solvibilità ed abbiano continuato ad intrattenere rapporti contrattuali con essa, allorché sia provato che i terzi non fossero a conoscenza dello stato di insolvenza e che tale mancanza di conoscenza non fosse imputabile a colpa. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 14 Maggio 2018, n. 11695.


Risarcimento del danno – Causato da reato – Necessità di allegazione e prova – Sussiste – Prova mediante presunzioni – Ammissibilità.
Anche quando il fatto illecito integra gli estremi del reato, Il danno non patrimoniale, costituendo anch’esso un danno-conseguenza, deve essere specificamente allegato e provato ai fini risarcitori, anche mediante presunzioni, non potendo mai considerarsi in re ipsa.

L’art. 2059 c.c. opera esclusivamente sul piano della limitazione della risarcibilità del danno non patrimoniale ai soli casi previsti dalla legge, lasciando integri gli elementi della fattispecie costitutiva dell’illecito ex art. 2043 c.c.. Occorre distinguere l’ambito della risarcibilità del danno non patrimoniale, che si ricava dall’individuazione delle norme che prevedono siffatta tutela, dalla verifica giudiziale di tale pregiudizio, che deve compiersi attraverso gli ordinari criteri di accertamento dei fatti previsti dall’ordinamento giuridico. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 10 Maggio 2018, n. 11269.


Risarcimento del danno – Responsabilità professionale – Attività sanitaria – Consenso informato – Indicazione dei rischi connessi alla scorretta esecuzione dell’intervento – Necessità – Esclusione – Natura contrattuale della responsabilità – Affermazione – Onere della prova – Grava sul medico.
In tema di consenso informato, il tenore dell’informazione non può spingersi a descrivere rischi improbabili o esiti infausti di per sé discendenti da una scorretta esecuzione dell’atto sanitario, posto che altrimenti dovrebbe accogliersi un inammissibile ragionamento tautologico per cui ogni volta in cui sia ravvisabile una condotta in qualche misura negligente nell’esecuzione della terapia o dell’intervento chirurgico dovrebbe necessariamente ravvisarsi, al contempo, una omissione informativa. Il che evidentemente non è.

Il paziente che agisce in giudizio deducendo l’inesatto adempimento dell’obbligazione sanitaria deve provare il contratto e allegare l’inadempimento del sanitario restando a carico del debitore l’onere di provare l’esatto adempimento. Infatti, nell’obbligazione di mezzi il mancato o inesatto risultato della prestazione non consiste nell’inadempimento, ma costituisce il danno consequenziale alla non diligente esecuzione della prestazione. Pertanto in queste obbligazioni in cui l’oggetto è la stessa attività, l’inadempimento coincide con il difetto di diligenza nell’esecuzione della prestazione, cosicché può senza dubbio ritenersi che la prova sia più “vicina” a chi ha eseguito la prestazione piuttosto che al paziente che l’ha ricevuta; tanto più che trattandosi di obbligazione professionale il difetto di diligenza consiste nell’inosservanza delle regole tecniche che governano il tipo di attività al quale il debitore è tenuto e che quindi è esigibile che sia quest’ultimo a dimostrare. Tale conclusione non è stata modificata dall’intervento della Legge Balduzzi, la responsabilità del medico ospedaliero – anche dopo l’entrata in vigore dell’articolo 3 Legge n. 189/12 – essendo da qualificarsi come contrattuale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Ravenna, 02 Maggio 2018.


Risarcimento del danno – Danno non patrimoniale – Unitarietà e onnicomprensività – Criteri di valutazione – Danno parentale – Nozione – Liquidazione di danno biologico e danno esistenziale – Duplicazione – Sussiste.
Il danno da perdita parentale si concreta nel vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno, e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti. In presenza di una liquidazione del danno morale, laddove siffatti aspetti relazionali non siano stati presi in considerazione, dal relativo ristoro non può prescindersi.

La natura unitaria e onnicomprensiva del danno non patrimoniale deve essere interpretata nel senso: di unitarietà rispetto a qualsiasi lesione di un interesse o valore costituzionalmente protetto e non suscettibile di valutazione economica; di onnicomprensività intesa come obbligo di tenere conto, a fini risarcitori, di tutte le conseguenze derivanti dall’evento di danno, procedendo, a seguito di articolata, compiuta ed esaustiva istruttoria, ad un accertamento concreto e non astratto del danno, all’uopo dando ingresso a tutti i necessari mezzi di prova.

Nel procedere all’accertamento e alla quantificazione del danno risarcibile, il giudice deve valutare tanto l’aspetto interiore del danno sofferto quanto quello dinamico-relazionale. Costituisce pertanto duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione del danno biologico e del danno cd. esistenziale, mentre una differente ed autonoma valutazione andrà compiuta con riferimento alla sofferenza interiore patita dal soggetto in conseguenza della lesione del suo diritto alla salute.

In presenza di un danno permanente alla salute, la misura standard del risarcimento può essere aumentata, nella sua componente dinamico-relazionale, solo in presenza di conseguenze dannose del tutto anomale, eccezionali ed affatto peculiari. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 13 Aprile 2018, n. 9196.


Risarcimento del danno – Cd. micropermanente – Prova del danno – Necessità di accertamento clinico strumentale – Esclusione – Colpo di frusta – Accertamento medico-legale – Necessità – Affermazione – Sufficienza della sintomatologia dolorosa riferita dal danneggiato – Esclusione.
La Corte Suprema di Cassazione, terza sezione civile, con la sentenza 1272 del 19/01/2018, ha escluso che per la prova delle lesioni di lieve entità, c.d. micropermanenti, sia sempre indispensabile l’accertamento clinico strumentale; è invece fondamentale che la singola patologia sia accertata in maniera rigorosa dal medico legale il quale è chiamato a stabilire se la lesione sussista e quale percentuale sia ad essa ricollegabile in conformità alle leges artis. Tuttavia vi possono essere situazioni nelle quali per la natura o la modestia della lesione, come nel caso della lesione al rachide cervicale, c.d. “colpo di frusta”, l’accertamento clinico strumentale risulti essere, con ogni probabilità, l’unico mezzo decisivo che consente al c.t.u. di fornire la prova rigorosa richiesta dalla legge, di rappresentare quindi al giudice una conclusione scientificamente documentata e giuridicamente ineccepibile. In tali circostanze, il c.t.u, non può limitarsi a dichiarare accertata la patologia sulla base del dato puro e semplice, e in sostanza non verificabile, del dolore più o meno accentuato che il danneggiato riferisca. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Ravenna, 13 Aprile 2018.


Banca e borsa – Irregolare attività di agente di cambio – Segnalata alla Consob – Tardiva attività ispettiva – Responsabilità per omessa vigilanza – Sussiste.
Sulla scia della decisione delle Sezioni Unite (22 luglio 1999, n.500), che ha riconosciuto la risarcibilità ai sensi dell’art. 2043 c.c. del danno causato dall’esercizio illegittimo della funzione pubblica, si colloca l’ormai remoto riconoscimento della responsabilità della Consob, tenuta all’osservanza del principio del neminem laedere, per omissione di controllo.

L’inerzia o il ritardo della Consob non possono mai e in nessun caso trovare giustificazione nella discrezionalità tecnica che connota la sua attività, fermo essendo che la discrezionalità relativa al quomodo della vigilanza non può mai estendersi anche alla scelta radicale tra l’attivarsi o non, soprattutto qualora sussistano gravi indizi di irregolarità.

La Consob è assoggettata ad un vero e proprio obbligo giuridico di impedire o circoscrivere il danno mediante l’esercizio dei propri poteri di vigilanza.

[Nella fattispecie, la Cassazione ha confermato la condanna inflitta alla Consob al risarcimento dei danni subiti da svariati investitori a seguito dell’attività illecita di un agente di cambio, in considerazione del ritardo con cui era stata attuata l’attività ispettiva a seguito della segnalazione di irregolarità.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 12 Aprile 2018, n. 9067.


Responsabilità extracontrattuale – Da attività medica – Vaccinazione – A soggetto immunodepresso – In assenza di indicazioni sullo stato di immunodeficienza – Esistenza del nesso causale – Esclusione.
È insussistente il nesso di causalità fra la condotta ascrivibile al Ministero della Salute e l’esito infausto delle vaccinazioni operate in assenza di alcuna evidenza dello stato di immunodeficienza congenita del paziente e in epoca anteriore rispetto all’insorgenza dei primi allarmi nella comunità scientifica. [Fattispecie in materia di morte e lesioni permanenti causate dalla somministrazione ante 1981 del vaccino antipoliomielite col sistema Sabin.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 20 Marzo 2018, n. 6846.


Responsabilità medica - Colpa - Nesso di causa tra la condotta colposa e l'evento di danno - Necessità - Ritardo diagnostico -
Incidenza sul successivo decorso della malattia
.
La mera individuazione di profili di colpa nella condotta del sanitario non è sufficiente all'affermazione della sua responsabilità, richiedendosi anche la ricorrenza del nesso di causa tra la condotta colposa e l'evento di danno, costituente oggetto di un ulteriore e autonomo accertamento giudiziale, cosicchè la sussistenza della prima non comporta - di per sè - la dimostrazione del secondo e viceversa (cfr. Cass. n. 21619/2007 e n. 29315/2017).
"1.3. Invero, la motivazione della sentenza evidenzia chiaramente tale situazione di incertezza, laddove afferma che "non è possibile ricostruire il preciso determinismo causale" (pag. 8) e che "non è possibile ricostruire l'esatto apporto causale delle singole condotte nell'eziopatogenesi dell'esito invalidante" (pag. 11).
Tali affermazioni non risultano contraddette o superate - quanto alla posizione del M. - dal rilievo (a pag. 9) che il "primo intervallo temporale di ritardo nella formulazione della diagnosi è da porre in relazione causale con la condotta del M.", che evidenzia l'esistenza del nesso fra la condotta omissiva e il ritardo diagnostico, ma non anche fra tale ritardo e l'esito invalidante finale; nè dall'ulteriore rilievo (a pag. 11) che "ci fu un sicuro ritardo diagnostico da parte dei sanitari del pronto soccorso potenzialmente idoneo ad incidere sul successivo decorso della malattia", giacchè l'avverbio "potenzialmente" non è affatto idoneo ad indicare una effettiva e concreta relazione condizionante -in termini di preponderanza dell'evidenza ("più probabile che non")- fra il ritardo diagnostico e il successivo decorso della malattia." (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 15 Febbraio 2018, n. 3693.


Risarcimento del danno - Danni morali - Liquidazione equitativa del danno non patrimoniale - Criteri - Realtà socioeconomica della vittima - Irrilevanza - Fondamento - Fattispecie.
In materia di illecito aquiliano, ai fini della liquidazione equitativa del danno non patrimoniale, il giudice del merito non deve tenere conto della realtà socio-economica nella quale la somma da liquidare è presumibilmente destinata a essere spesa, poiché tale elemento è estraneo al contenuto dell'illecito e, ove considerato, determinerebbe una irragionevole lesione del valore della persona umana. (In applicazione dell'anzidetto principio, la S.C. ha ritenuto ininfluente - ai fini della liquidazione del danno conseguente ad un sinistro stradale con esito mortale - la residenza in Romania dei soggetti danneggiati). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 15 Febbraio 2018.


Danno cagionato da fauna selvatica – Delega della Regione alla Provincia – Mancato Stanziamento di Fondi – Legittimazione passiva concorrente della Regione Delegante – Sussistenza – Responsabilità solidale della Regione – Sussistenza.
Accertata la responsabilità della Città Metropolitana di Torino per i danni patiti dall’automobilista all’esito di un sinistro con animale selvatico (nella specie, capriolo), va altresì dichiarata la responsabilità solidale della Regione Piemonte per non avere stanziato alcun finanziamento in favore della Città Metropolitana per le delegate funzioni in materia di protezione e gestione della fauna selvatica, e per non avere così posto la Città Metropolitana delegata nelle condizioni di potere concretamente adempiere al compito affidatole. (Simone Pettiti) (riproduzione riservata) Giudice di Pace Pinerolo, 25 Gennaio 2018.


Danno all’immagine dell’ente collettivo – Danno conseguenza – Prova della diminuzione della considerazione.
Il danno all’immagine, compresa quella di una persona giuridica o in generale di un ente collettivo, è un danno-conseguenza e in quanto tale richiede la specifica prova da parte di chi ne invoca il risarcimento “della diminuzione della considerazione della persona giuridica o dell'ente nel che si esprime la sua immagine, sia sotto il profilo della incidenza negativa che tale diminuzione comporta nell'agire delle persone fisiche che ricoprano gli organi della persona giuridica o dell'ente e, quindi, nell'agire dell'ente, sia sotto il profilo della diminuzione della considerazione da parte dei consociati in genere o di settori o categorie di essi con le quali la persona giuridica o l'ente di norma interagisca” (Cass., 30 settembre 2014, n. 20558; Cass., 04 giugno 2007, n. 12929).

La mera allegazione che “agli occhi di tutti i soggetti che hanno avuto percezione dell’accaduto [l’ente collettivo] sia apparso come associazione che sperpera somme senza ottenere risultati” descrive la lesione di una situazione giuridica tutelata dall’ordinamento, ma non prova il danno-conseguenza della lesione sulla base di un nesso di causalità. (Francesco Fontana) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma, 22 Gennaio 2018.


Condomino - Danni alle parti comuni causati da singolo condomino - Obbligo di risponderne nei confronti degli altri condomini - Sussistenza - Riconoscimento o accertamento giudiziale della responsabilità - Necessità - Fondamento.
Il condomino risponde dei danni da lui causati alle parti comuni, solo se vi sia stato riconoscimento di responsabilità o all'esito di un accertamento giudiziale, non potendo l'assemblea, in mancanza di tali condizioni, porre a suo carico l’obbligo di ripristino, o imputargli a tale titolo alcuna spesa, ed essendo obbligata ad applicare, come criterio di ripartizione della spesa, la regola generale stabilita dall’art. 1123 c.c. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 07 Novembre 2017, n. 26360.


 .
Nel vigente ordinamento, alla responsabilità civile non è assegnato solo il compito di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subìto la lesione, poiché sono interne al sistema la funzione di deterrenza e quella sanzionatoria del responsabile civile.

Non è quindi ontologicamente incompatibile con l'ordinamento italiano l'istituto di origine statunitense dei risarcimenti punitivi. Il riconoscimento di una sentenza straniera che contenga una pronuncia di tal genere deve però corrispondere alla condizione che essa sia stata resa nell'ordinamento straniero su basi normative che garantiscano la tipicità delle ipotesi di condanna, la prevedibilità della stessa ed i limiti quantitativi, dovendosi avere riguardo, in sede di delibazione, unicamente agli effetti dell'atto straniero e alla loro compatibilità con l'ordine pubblico. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 05 Luglio 2017, n. 16601.


Filiazione naturale – Riconoscimento giudiziale della paternità – Obbligo di mantenimento – Retroattività – Prescrizione – Responsabilità per inadempimento degli obblighi genitoriali – Prova del danno – Valutazione equitativa.
Il genitore che, omettendo il riconoscimento, obbliga il figlio ad intraprendere l’azione giudiziale per l’accertamento del rapporto di filiazione non può giovarsi del conseguente ritardo: ne deriva che la prescrizione del diritto al mantenimento non decorre dalla nascita, ma dal momento dell’accertamento giudiziale della paternità (o maternità). Tuttavia, poiché la prestazione degli alimenti in favore dei figli costituisce un’obbligazione di durata, il termine quinquennale per la prescrizione non decorre unitariamente, bensì dalla data delle singole scadenze in relazione alle quali sorge l’interesse a ciascun adempimento.

Premesso che la sentenza dichiarativa della filiazione naturale produce gli effetti del riconoscimento, essa comporta per il genitore l’adempimento degli obblighi derivanti dalla filiazione legittima, compreso l’obbligo di mantenimento il quale ha efficacia retroattiva.

Il dovere di mantenere, istruire ed educare i figli sussiste per il solo fatto di averli generati, e non viene meno neppure per il fatto che l’altro genitore abbia provveduto integralmente alle esigenze dei figli. L’inadempimento di quegli obblighi costituisce un illecito civile riconducibile nell’alveo delle previsioni dell’art.2043 c.c., con la conseguente esperibilità, laddove determini la lesione di diritti costituzionalmente garantiti, dell’azione per il ristoro del danno non patrimoniale.

Il danno da privazione della figura paterna determina una grave lesione della sfera dei diritti della persona tutelati dalle previsioni costituzionali, e può essere provato attraverso il ricorso a presunzioni semplici nonché attraverso il ricorso a nozioni di comune esperienza. Esso deve essere quantitativamente determinato con il criterio equitativo. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Massa, 04 Luglio 2017.


Procedimento civile – Azione ex art. 263 c.c. Impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità – Domanda di risarcimento del danno – Mancanza di allegazione di fatti – Mancanza di prove – Rigetto.
Deve respingersi la domanda di risarcimento del danno avanzata dalla madre, formulata nelle conclusioni del proprio atto di costituzione, ma sfornita di qualunque supporto tanto in punto di allegazioni di specifici fatti e comportamenti causativi di danno per la minore e la stessa quanto in punto di prove offerte. (Luigi Cardillo) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 10 Maggio 2017.


Procedure concorsuali – Prolungata durata della procedura – Dovuta a negligenza o inerzia degli organi della procedura – Danno inflazionistico per il creditore – Responsabilità extracontrattuale degli organi della procedura – Sussiste.
La prolungata durata di una procedura concorsuale può determinare un danno per il creditore che, in conseguenza del fenomeno inflazionistico, vede eroso il valore reale delle somme che debbono essergli restituite. Tuttavia, la soluzione di tale problema non può di certo essere trovata facendo sorgere un’obbligazione di pagamento in capo all’imprenditore soggetto alla procedura concorsuale, che medio tempore non può in alcun modo adempiere e che dovrebbe subire i pregiudizi derivati dalle scelte di soggetti terzi e/o da circostanze estranee alla sua sfera di controllo.
Appare doveroso pretendere dai curatori/commissari delle procedure concorsuali ogni sforzo volto alla chiusura entro il più breve tempo possibile delle stesse, potendo valutarsi una responsabilità extracontrattuale laddove si accertino negligenze o inerzie in capo agli organi della procedura che hanno per colpa impedito una tempestiva soddisfazione dei creditori. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Padova, 17 Marzo 2017.


Dichiarazione falsa o reticente del terzo pignorato – Responsabilità ex art. 2043 c.c. – Esperibilità in autonomo giudizio.
Il terzo pignorato, chiamato a rendere la dichiarazione, ai sensi dell’art. 547 cod. proc. Civ., deve fornire indicazioni complete e dettagliate dal punto di vista oggettivo, in modo da consentire l’identificazione dell’oggetto della prestazione dovuta al debitore esecutato, compresi il titolo ed il quantum del credito pignorato; invece, dal punto di vista soggettivo, è necessario e sufficiente che dichiari quali siano i rapporti intrattenuti soltanto col soggetto che nell’atto di pignoramento è indicato come debitore sottoposto ad esecuzione. (Stefano Bazzani) (riproduzione riservata)

Nel caso in cui il pignoramento sia rivolto nei confronti di un organo dell’apparato di uno Stato Estero privo di autonomia patrimoniale o che si avvalga di altri organi o soggetti per adempiere alle proprie obbligazioni, deve essere il creditore procedente a farsi carico di tale situazione dandone atto nel pignoramento. (Stefano Bazzani) (riproduzione riservata)

L’instaurazione del giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo (oggi la contestazione della dichiarazione del terzo ai sensi dell’art. 549 cod. proc. civ. come sostituito dalla legge 24 dicembre 2012 n. 228) non costituisce condizione di proponibilità della domanda risarcitoria, potendo tutt’al più la mancata contestazione della dichiarazione del terzo rilevare come fatto colposo del creditore, la cui valutazione ai sensi dell’art. 1227, comma primo o comma secondo, cod. civ costituisce oggetto di un accertamento di fatto demandato al giudice di merito.
Ne consegue che l’azione di responsabilità ai sensi dell’art. 2043 cod. civ. da parte del creditore procedente che assuma di avere subito danni per la dichiarazione falsa o reticente resa dal terzo pignorato nel processo di espropriazione presso terzi può essere esperita con giudizio autonomo e distinto da questo processo. (Stefano Bazzani) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 28 Febbraio 2017, n. 5037.


Esecuzione forzata – Mobiliare – Presso terzi – Dichiarazione del terzo – Reticente o elusiva – Responsabilità aquiliana – Sussistenza

Dichiarazione del terzo – Reticente o elusiva – Responsabilità aquiliana – Azionabilità della relativa pretesa risarcitoria in via autonoma – Ammissibilità – Mancata contestazione del comportamento del terzo nel giudizio ex art. 549 c.p.c. – Rilevanza ex art. 1227 c.c. – Sussistenza
.
Nell'espropriazione presso terzi, qualora la dichiarazione da questi resa, ai sensi dell'art. 547 c.p.c., risulti, in esito al successivo giudizio di accertamento contemplato dall'art. 549 c.p.c., reticente od elusiva, sì da favorire il debitore ed arrecare pregiudizio al creditore istante, a carico di detto terzo deve ritenersi configurabile non la responsabilità processuale aggravata di cui all'art. 96 c.p.c. (dato che egli, al momento di quella dichiarazione, non ha ancora la qualità di parte), ma, con riguardo al dovere di collaborazione nell'interesse della giustizia che al terzo incombe quale ausiliario del giudice, la responsabilità per illecito aquiliano, a norma dell'art. 2043 c.c., in relazione alla lesione del credito altrui per il ritardo nel conseguimento del suo soddisfacimento provocato con quel comportamento doloso o colposo.

L’instaurazione del giudizio di accertamento dell’obbligo del terzo (oggi la contestazione della dichiarazione del terzo ai sensi dell’art. 549 c.p.c. come sostituito dalla l. n. 228 del 2012) non costituisce condizione di proponibilità della domanda risarcitoria da parte del creditore procedente che assuma di aver subito danni per la dichiarazione falsa o reticente resa dal terzo pignorato, potendo tutt’al più la mancata contestazione della dichiarazione di quest'ultimo rilevare come fatto colposo del creditore, la cui valutazione, ai sensi dell’art. 1227, commi 1 o 2, c.c. costituisce oggetto di una accertamento di fatto demandato al giudice del merito. (massima ufficiale)
Cassazione civile, sez. III, 28 Febbraio 2017, n. 5037.


Illegittima segnalazione presso una centrale rischi - Lesione alla reputazione del segnalato - Risarcimento del danno “in re ipsa” - Liquidazione in via equitativa - Applicabilità.
In caso di illegittima segnalazione presso una centrale rischi, sussiste il danno da lesione all’immagine sociale della persona ingiustamente indicata come insolvente: tale lesione costituisce un danno reale che deve essere risarcito senza necessità per il danneggiato di fornire la prova della sua esistenza.

Quando l’attività istruttoria non consenta di dare certezza alla misura del danno, esso può essere liquidato in via equitativa, tenendo conto di tutte le circostanze del caso concreto.
(Nel caso di specie, al ricorrente è stato riconosciuto un risarcimento pari a ¼ della somma illegittimamente iscritta a sofferenza). (Antonio Cavallo) (Maria Magro) (riproduzione riservata)
Tribunale Cosenza, 16 Febbraio 2017.


Fallimento – Responsabilità degli amministratori – Concessione abusiva di credito – Concorso della banca – Legittimazione del curatore – Sussistenza

Fallimento – Responsabilità degli amministratori – Concessione abusiva di credito – Concorso della banca – Responsabilità extracontrattuale – Condotta colposa
.
Il curatore è legittimato ad agire nei confronti delle banche che abbiano concorso nella responsabilità dell’organo gestorio nella causazione del danno per concessione abusiva di credito. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

In tema di concorso della banca nei fatti dell’amministratore che danno luogo a responsabilità per concessione abusiva di credito, non è necessaria la prova che le banca fosse consapevole dello scopo perseguito dell’amministratore; trattandosi di concorso a titolo di responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c., è, infatti, sufficiente che la condotta della banca sia connotata da colpa. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Prato, 15 Febbraio 2017.


Danno alla persona – Invalidità permanente – Lesione all'integrità psico-fisica – Effetti sulla riduzione percentuale della capacità lavorativa specifica – Onere della prova del danneggiato.
Il grado di invalidità permanente determinato da una lesione all'integrità psico-fisica non si riflette automaticamente, né tanto meno nella stessa misura, sulla riduzione percentuale della capacità lavorativa specifica, sicché è onere del danneggiato – per consentire al giudice di procedere ad una liquidazione del danno patrimoniale futuro con criteri presuntivi, e ciò anche nei casi in cui la ricorrenza dello stesso risulti altamente probabile per l'elevata percentuale di invalidità permanente - supportare la richiesta risarcitoria con elementi idonei alla prova del pregresso effettivo svolgimento di attività economica, ovvero del possesso di una qualificazione professionale acquisita e non ancora esercitata (Cass. 10/03/2016, n. 4673; Cass. 10/07/2015, n. 14517; v. anche Cass. 3/07/2014, n. 15238).

La liquidazione del danno patrimoniale da incapacità lavorativa, patito in conseguenza di un sinistro stradale da un soggetto percettore di reddito da lavoro, deve avvenire ponendo a base del calcolo il reddito effettivamente perduto dalla vittima, e non il triplo della pensione sociale. Il ricorso a tale ultimo criterio, ai sensi dell'art. 137 cod. ass., può essere consentito solo quando il giudice di merito accerti, con valutazione di fatto non sindacabile in sede di legittimità, che la vittima al momento dell'infortunio godeva sì di un reddito, ma questo era talmente modesto o sporadico da rendere la vittima sostanzialmente equiparabile ad un disoccupato (Cass., ord., 4/05/2016, n. 8896). Il che non si è verificato nel caso all'esame. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 07 Febbraio 2017, n. 3121.


Responsabilità Civile – Incidente sciistico – Disciplina speciale prevista dalla legge 263/2003 – Diligenza particolare richiesta allo sciatore che procede a monte.
Agli incidenti sciistici si applica la disciplina speciale prevista dalla legge 263/2003 secondo la quale, nel caso di scontro tra sciatori, anche se vige la regola per cui, fino a prova contraria, si presume che ciascuno di essi abbia concorso ugualmente a produrre il danno, allo sciatore che procede a monte è richiesta una particolare diligenza (con norme ulteriormente dettagliate dal D.M. 20 dicembre 2005, n. 20288 che contiene il c.d. «Decalogo dello sciatore»). (Gianfranco Di Garbo) (riproduzione riservata) Tribunale Lecco, 15 Gennaio 2017.


Contratto con effetti protettivi nei confronti dei terzi - Responsabilità da status - Responsabilità verso terzi da certificazioni o attestazioni inesatte - Presupposti - Certificazione energetica erronea.
Trova applicazione all’interno del nostro ordinamento giuridico la figura dei contratti con effetti protettivi nei confronti dei terzi, al cui interno vanno annoverate le fattispecie di c.d. responsabilità da status.
Ed infatti in esse si può rinvenire quell’interesse particolare del terzo, non equiparabile a quello dei restanti consociati, ma in vario modo correlato con quello del soggetto professionista e con quello del terzo che con questi ha raggiunto l’accordo e che ha diritto alla prestazione.
E’ infatti quel particolare legame che vale da un lato a differenziare la posizione del “terzo”, rendendolo meritevole di protezione, e dall’altro a delimitare l’area della responsabilità del professionista, escludendo che questi sia chiamato a rispondere in chiave contrattuale nei confronti di chiunque possa subire un danno eziologicamente riferibile alla propria condotta.
La figura dei contratti con effetti protettivi dunque definisce ed al contempo limita la posizione del professionista per le informazioni attestate.
Per esse questi risponde a titolo contrattuale solo verso quei soggetti che siano legati in modo peculiare alla propria controparte.
Da ciò due corollari.
Il primo costituito dalla circostanza che tale responsabilità verso terzi postula sempre l’esistenza di un rapporto contrattuale o da contatto sociale con un determinato soggetto. Essa dunque non è predicabile nei confronti di chi svolga una certa attività di informazione senza esservi contrattualmente tenuto nei confronti di qualcuno.
Il secondo costituito dalla circostanza che le classi di terzi protetti debbono essere identificabili ex ante e dunque già sulla scorta del peculiare contenuto del contratto stipulato fra le parti, seppure solo in astratto e , quindi, secondo un criterio di normalità (l’allievo nel certificato di idoneità rilasciato dalla scuola al maestro di scii, l’acquirente nella relazione ipocatastale rilasciata dal notaio al venditore, etc).
E’ dunque responsabile verso il compratore per inadempimento contrattuale l’ingegnere che rilasci al venditore un certificato energetico relativo ad un immobile, che successivamente si riveli erroneo. (Francesco Lupia) (riproduzione riservata)
Tribunale Avezzano, 02 Gennaio 2017.


Locazione – Locazione di immobili – Contratto non registrato – Nullità – Conseguenze.
Il contratto di locazione non registrato è nullo ai sensi dell'art. 1, comma 346, della l. 30 dicembre 2004 n. 311, con la conseguenza che la prestazione compiuta in esecuzione d' un contratto nullo costituisce un indebito oggettivo, regolato dall'art. 2033 c.c., e non dall'art. 1458 c.c. e che l'eventuale irripetibilità di quella prestazione potrà attribuire al solvens, ricorrendone i presupposti, il diritto al risarcimento del danno ex art. 2043 c.c. o al pagamento dell'ingiustificato arricchimento ex art. 2041 c.c. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 13 Dicembre 2016, n. 25503.


Condominio negli edifici (nozione, distinzioni) - Sopraelevazione - In genere - Condominio - Indennità di sopraelevazione - Natura - Responsabilità da atto lecito - Conseguenze.
La domanda volta al conseguimento dell'indennità ex art. 1127, comma 4, c.c. fonda su di un debito per responsabilità da atto lecito del proprietario dell'ultimo piano che, realizzando la sopraelevazione, abbia aumentato il proprio diritto sulle parti comuni dell'edificio e, pertanto, non include, neppure implicitamente, la richiesta risarcitoria derivante dalla compromissione statica o architettonica dell'edificio, ovvero dalla diminuzione di aria e luce ai piani sottostanti, azione che origina, al contrario, da fatto illecito di detto proprietario, ex art. 2043 c.c., e della quale la prima suppone, anzi, l'accertata inesistenza dei presupposti. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 15 Novembre 2016, n. 23256.


Assicurazione - Veicoli (circolazione-assicurazione obbligatoria) - Risarcimento del danno - Azione diretta nei confronti dell'assicurato - Procedimenti concorsuali a carico dell'assicuratore (effetti) - Società di assicurazione posta in liquidazione coatta amministrativa - Impresa designata - Successione a titolo particolare nel processo - Conseguenze - Possibilità di avvalersi della prescrizione già eccepita dalla prima - Sussistenza.
In tema di assicurazione obbligatoria della responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti, la successione "ope legis" dell'impresa designata dal Fondo di garanzia vittime della strada alla società assicuratrice posta in liquidazione coatta amministrativa determina una successione a titolo particolare nel diritto controverso, ex art. 111, comma 3, c.p.c., per effetto della quale l'impresa designata può avvalersi anche dell'eccezione di prescrizione già proposta dalla società assicuratrice. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 25 Ottobre 2016, n. 21454.


Diffamazione in occasione di un comizio elettorale – Risarcimento danni ex art. 2043 c.c. – Legittimo esercizio del diritto di critica ex art. 21 Cost. – Scriminante ex art. 51 c.p.c – Sussistenza.
Nel valutare la portata offensiva di una frase (nella specie caratterizzata da espressioni del tipo “insignificante”, affetto da “immoralità umana” ed “amoralità politica”), e l’eventuale sussistenza della scriminante del diritto di critica ex art. 51 c.p., il giudice deve tenere conto dell’occasione che determina la reazione critica e della situazione storico politica complessiva; in sostanza, nell’ambito di una competizione politica normalmente caratterizzata dalla trasformazione del linguaggio nel senso di una maggiore aggressività, la pronunzia di espressioni oggettivamente offensive se avulse dal contesto nel quale sono pronunziate, possono invece ritenersi lecite.

La situazione politica del mondo attuale è attraversata da forte contrapposizione, il più delle volte ostentata linguisticamente e retoricamente per ottenere facile consenso mediatico: ciò fa ritenere legittimo l’uso di toni oggettivamente aspri e polemici e le opinioni possono essere espresse anche con termini pungenti, con frasi suggestive e finanche paradossali, che garantiscono l’efficacia della comunicazione e catturino l’attenzione dei cittadini su problemi di interesse pubblico.

I limiti a tale ampia libertà di comunicazione sono costituiti dal fatto che oggetto della critica deve essere un aspetto della dimensione pubblica del personaggio criticato ed anche duramente contestato. (Antonello Falco) (riproduzione riservata)
Tribunale Bari, 14 Ottobre 2016.


Trascrizione - Atti relativi a beni immobili - Effetti della trascrizione -  Vendita a terzi, con atto trascritto, di bene oggetto di precedente preliminare di vendita non seguito da trascrizione della domanda ex art. 2932 c.c. - Responsabilità contrattuale del venditore - Sussistenza - Responsabilità extracontrattuale del successivo acquirente - Configurabilità - Condizioni.
Nell'ipotesi in cui il promittente-venditore abbia alienato il bene oggetto del preliminare ad un terzo ed il promissario acquirente non abbia in precedenza trascritto la domanda di cui all'art. 2932 c.c., il promittente venditore risponde a titolo di responsabilità contrattuale, con connessa presunzione di colpa ex art. 1218 c.c., per la violazione di un obbligo precedentemente assunto, mentre la responsabilità del terzo, rimasto estraneo al suddetto preliminare, può configurarsi soltanto sul piano extracontrattuale, ove trovi fondamento almeno in una condotta di cosciente cooperazione all'inadempimento dell'alienante, spettando al promissario acquirente la relativa prova giusta l'art. 2697 c.c. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 07 Ottobre 2016, n. 20251.


Mobbing nella PA – Rilevanza condotte vessatorie del Sindaco – Organo meramente politico – Rapporto di sovraordinazione – sussistenza.
La PA risponde delle condotte vessatorie perpetrate dal Sindaco nei confronti di un dipendente comunale, nonostante il primo costituisca un organo meramente politico; nei poteri del Sindaco, infatti, ai sensi dell’art. 50 co. 2 e 10 TUEL, rientrano tanto quello di sovrintendere al funzionamento degli uffici e dei servizi, tanto quello di nomina dei relativi responsabili, cosicché nei confronti dei dipendenti si configura un rapporto di sovraordinazione diretto e indiretto, perché chiamati a dare seguito alle direttive del Sindaco per il tramite dei rispettivi sovraordinati, il che giustifica l’inquadramento delle relative condotte nella nozione di “mobbing” configurata dalla giurisprudenza di legittimità. (Luca Monosi) (riproduzione riservata) Tribunale Latina, 05 Ottobre 2016.


Utilizzo del bene comune in via esclusiva, senza il consenso degli altri condomini - Danno in "re ipsa" - Configurabilità - Quantificazione - Criteri.
L'utilizzazione in via esclusiva di un bene comune da parte del singolo condomino in assenza del consenso degli altri condomini, ai quali resta precluso l'uso, anche solo potenziale, della "res", determina un danno "in re ipsa", quantificabile in base ai frutti civili tratti dal bene dall'autore della violazione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 28 Settembre 2016, n. 19215.


Procedura esecutiva immobiliare – Errore dell’esperto nominato nella rilevazione della consistenza metrica del bene – Diniego del g.e. alla restituzione del prezzo versato e successiva domanda di accertamento della responsabilità dell’esperto nominato – Giudicato sostanziale – Insussistenza.
Tra la domanda risarcitoria spiegata dall’aggiudicatario contro l’esperto nominato in una procedura esecutiva e la domanda spiegata sempre dall’aggiudicatario, ma contro la procedura, volta ad ottenere la restituzione di quella parte di prezzo pagata in eccedenza rispetto a quella che sarebbe stata corrisposta in assenza del colposo elemento perturbatore ascrivibile all’esperto nominato, sussiste una diversità per causa petendi e destinatari, tale da escludere che la reiezione della seconda possa precludere la trattazione della prima. (Stefano Puccinelli Jr.) (riproduzione riservata) Tribunale Pisa, 01 Luglio 2016.


Esecuzione immobiliare – Errata rilevazione della consistenza metrica del bene – Responsabilità dell’esperto – Sussistenza.
Ove l’esperto nominato nell’ambito di un procedimento esecutivo abbia errato nella rilevazione della consistenza metrica del bene, sussiste il diritto dell’aggiudicatario ad essere risarcito dal primo se l'erronea valutazione dell'esperto, nella specie fondata su non verificate dimensioni degli immobili, risultate assai inferiori a quanto s'era affermato nella relazione di stima, abbia avuto o no incidenza sulla determinazione del prezzo base da parte del giudice e sull'acquisto da parte degli aggiudicatari ad un determinato prezzo.

[Nel caso di specie è stata affermata la responsabilità dell’esperto sulla base dell’aggiudicazione del bene a un prezzo vicino a quello stimato dall’esperto nella relazione di stima, ritenendosi che laddove fosse stato indicato dall’esperto un prezzo parametrato alla reale superficie dell’immobile, l’aggiudicazione si sarebbe avuta per un prezzo più o meno analogo a tale valore]. (Stefano Puccinelli Jr.) (riproduzione riservata)
Tribunale Pisa, 01 Luglio 2016.


Risarcimento del danno – Danno biologico – Quantificazione – Tabelle del Tribunale di Milano – Ulteriore personalizzazione rispetto agli aumenti previsti in tabella

Risarcimento del danno – Danno da perdita di chance – Liquidazione in aggiunta a risarcimento per perdita di capacità lavorativa specifica – Presupposti

Risarcimento del danno – Garanzia assicurativa – Mancata o tardiva offerta risarcitoria dell’assicuratore – Conseguente sottoposizione dell’assicurato a giudizio civile e penale – Responsabilità per mala gestio propria e impropria e responsabilità aggravata ex art.96 c.p.c. – Sussistono
.
Pur dandosi atto che le Tabelle del Tribunale di Milano possono essere valorizzate nell’importo massimo, se il ristoro liquidabile non appare in alcun modo satisfattivo del dolore e delle difficoltà che l’attore sarà chiamato ad affrontare lungo gli anni che secondo l’ISTAT (aspettativa di vita media) la aspettano, si deve ulteriormente personalizzare il danno risarcibile riconosciuto sulla scorta delle tabelle del Tribunale di Milano, al fine di rendere equo un risarcimento che non sarà comunque mai adeguato. [Nella fattispecie, il Giudice aumentava l’importo risultante dall’applicazione delle tabelle di un ulteriore 50%]. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)

Va respinta la richiesta di erogazione di una somma per perdita di chance considerato che alla parte è già stato riconosciuto un danno biologico (temporaneo e permanente), un danno morale ed esistenziale come forma di personalizzazione oltre ad un danno per la perdita di capacità lavorativa specifica, che coprono tutte le voci risarcibili senza incorrere in vietate duplicazioni.
Vi sarebbe astrattamente spazio per un ulteriore risarcimento per perdita di chance se la parte alleghi la possibilità o la concreta previsione di un certo sviluppo di carriera lavorativa che sia stata pregiudicata in modo differente da quanto già è stato riconosciuto per la perdita di capacità lavorativa specifica. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)

La compagnia assicuratrice è chiamata a rispondere oltre massimale per il pagamento degli interessi e rivalutazione monetaria sulle somme riconosciute a titolo di risarcimento del danno per non avere offerto il massimale fin dalla diffida pervenuta dagli attori, laddove emergevano elementi per ritenere che se la causa fosse stata portata avanti ad un Tribunale il massimale della polizza sarebbe stato interamente esaurito.
Tali elementi concretizzano sia la mala gestio impropria, che la grave negligenza nel resistere in giudizio.
Il fatto che, a causa del mancato intervento della compagnia assicuratrice, l’assicurato sia stato sottoposto a giudizio penale e civile rappresenta un danno non patrimoniale gravissimo; per la condotta della compagnia, che definire gravemente negligente è certamente riduttivo, all’assicurato va riconosciuto sia il ristoro della mala gestio propria che un risarcimento ex art.96 c.3 c.p.c.. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)
Tribunale Padova, 20 Maggio 2016.


Società di gestione del risparmio - Fondo comune di investimento - Responsabilità per danni causati nella gestione e amministrazione del fondo - Scorrettezza delle appostazioni di bilancio - Irrilevanza - Evento specifico che incide sulla consistenza reale del patrimonio - Necessità.
In tema di accertamento della responsabilità della società di gestione per i danni causati al fondo nella gestione e amministrazione dello stesso, va rilevato che la violazione e la scorrettezza delle appostazioni di bilancio non è di per sé causa di danno, in quanto non è sufficiente a provocare una diminuzione del patrimonio del fondo in danno dei quotisti; pertanto, in mancanza di allegazione e prova di un evento specifico che incida sulla consistenza reale (e non sulla valorizzazione contabile) del patrimonio (quale può essere, ad esempio, la dismissione dell’investimento ad un prezzo incongruo rispetto al valore di mercato della quota del fondo a causa della rappresentazione infedele del suo valore) il quotista non può lamentare un danno patrimoniale e chiedere l’accertamento della responsabilità di chi le avrebbe causato. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 17 Aprile 2016.


Contratto di telefonia – Modello contrattuale – Mancanza o indeterminabilità dell’oggetto – Nullità – Disattivazione della linea telefonica – Illecito extracontrattuale – Risarcimento del danno.
Nel caso di sottoscrizione di un modello contrattuale per telefonia in cui non siano chiare le prestazioni spettanti alle parti, sia in termini di indicazione del servizio a cui si obbliga il gestore, sia in termini di corrispettivo per l’utente, il contratto è nullo per mancanza dell’oggetto. La disattivazione della linea telefonica di uno studio professionale legale per il tempo di due mesi sulla scorta di un contratto nullo, rappresenta un illecito extracontrattuale che comporta il risarcimento sia per danno non patrimoniale, per i disagi e lo stress sopportati dal professionista (parificato in questa materia al consumatore come utente finale), sia per danno patrimoniale valutabile in termini di diminuzione del fatturato per l’impossibilità di relazionarsi con la clientela. Il danno può essere valutato complessivamente in termini equitativi. (Paolo Doria) (riproduzione riservata) Tribunale Vicenza, 22 Febbraio 2016.


Centrale Rischi - Segnalazione a sofferenza - Ricorso ex art.700 c.p.c. - Cancellazione della posizione a sofferenza - Litispendenza con diversa azione proposta per contestare la revoca illegittima del fido - Insussistenza

Centrale Rischi - Segnalazione a sofferenza - Presupposti - Valutazione complessiva della situazione economico-finanziaria del cliente - Situazione di grave e non transitoria difficoltà economica - Quasi insolvenza - Sussiste - Rilevanza del mero inadempimento - Non sussiste

Centrale Rischi - Segnalazione a sofferenza - Ricorso ex art.700 c.p.c. - Periculum in mora - Sussiste in re ipsa
.
Non sussiste alcun rapporto di litispendenza tra una domanda cautelare avanzata ai sensi dell’art.700 c.p.c., con cui la parte ricorrente chiede la cancellazione della posizione a sofferenza esistente a suo carico presso la Centrale Rischi della Banca d’Italia ed una distinta domanda di cognizione, finalizzata a far accertare la responsabilità contrattuale della Banca per la revoca abusiva dell’affidamento bancario, avvenuto antecedentemente alla segnalazione a sofferenza. Infatti la domanda cautelare ha carattere anticipatorio degli effetti di una sentenza di merito, in un Giudizio vertente sull’accertamento della responsabilità da illecito extracontrattuale della banca per aver segnalato il ricorrente in difetto dei presupposti legittimanti, domanda che quindi si differenzia da quella che ha, come causa petendi, la responsabilità di matrice contrattuale della Banca. Nè, ai fini della declaratoria di litispendenza o continenza tra le due domande, può ritenersi decisiva la circostanza che la illegittima segnalazione a sofferenza presuppone la avvenuta revoca dell’affidamento ed il passaggio a sofferenza del credito, atteso che le richiamate domande sono diverse per il titolo e la segnalazione a sofferenza nella Centrale Rischi costituisce una condotta differente ed ulteriore rispetto alla revoca dei rapporti bancari. (Andrea Russo) (riproduzione riservata)

La segnalazione a sofferenza presso la Centrale Rischi della Banca d’Italia implica una valutazione della complessiva situazione economico-finanziaria del cliente, che possa indurre a ritenere sussistente non già un mero inadempimento, bensì una situazione di grave e non transitoria difficoltà economica, qualificabile come quasi insolvenza. (Andrea Russo) (riproduzione riservata)

In caso di proposizione del ricorso ex art.700 c.p.c., finalizzato ad ottenere in via di urgenza l’ordine di cancellazione della segnalazione “a sofferenza” ritenuta illegittima, il rischio di un grave pregiudizio nel ritardo può ritenersi in re ipsa, e ciò per l’effetto restrittivo dell’accesso al credito bancario che deriva di per sé dalla iscrizione del nominativo della Impresa nella Centrale Rischi della Banca d’Italia. (Andrea Russo) (riproduzione riservata)
Tribunale Enna, 11 Febbraio 2016.


Fallimento – Società per azioni – Azione di responsabilità – Stato di insolvenza – Accertamento incidenter tantum da parte del giudice civile di responsabilità risarcitoria per fatto da reato

Fallimento – Società per azioni – Azione di responsabilità – Prescrizione

Prosecuzione dell’attività – Aggravamento del dissesto – Responsabilità solidale degli amministratori e dei sindaci – Procedimento per sequestro conservativo

Fallimento – Società per azioni – Azione di responsabilità – Valutazione equitativa del danno in sede cautelare
.
La responsabilità risarcitoria del fatto di reato previsto dagli artt. 217 e 224 L.F. può essere accertata incidenter tantum dal giudice civile, onde fondarvi l’azione risarcitoria relativa ai danni conseguenti. (Alberto Rinaldi) (riproduzione riservata)

Il credito risarcitorio fatto valere sulla scorta della prospettazione del fatto di reato di cui all’art. 217 L.F., si prescrive con il decorso del termine di sei anni decorrenti dalla commissione dell’illecito, a norma dell’art. 157 c.p. e dell’art. 2947, comma, 3 c.c., e quindi dalla dichiarazione di fallimento, essendo questo il momento in cui si arresta il peggioramento della condizione dei creditori tutelati dalla norma, posto che solo con l’accertamento giudiziale dell’insolvenza si viene a cristallizzare la situazione debitoria dell’impresa ed arrestato il suo depauperamento. (Alberto Rinaldi) (riproduzione riservata)

Sussiste l’obbligo degli amministratori di chiedere tempestivamente il fallimento e, nella loro inerzia, dei sindaci, che sono tenuti a controlli trimestrali e debbono rispondere dell’illecito omissivo degli amministratori, dovendo l’organo di sindacato attivarsi con attenzione e solerzia nel controllare l’evoluzione peggiorativa della situazione, anche mediante i mezzi messi a disposizione dall’art. 2409 c.c. (Alberto Rinaldi) (riproduzione riservata)

L’illecito ex art. 217 L.F. comporta la sussistenza di responsabilità civile ex art. 2043 c.c. e il conseguente danno va determinato nell’aggravamento del dissesto, inteso come maggiore indebitamento della società che ha pregiudicato i creditori, in riferimento al patrimonio della società su cui soddisfarsi in modo concorrente. In sede cautelare è possibile determinare detto danno, in via equitativa e prudenziale, nell’importo riferito al maggiore indebitamento dell’impresa verso fornitori per forniture eseguite e rimaste non pagate, forniture che la tempestiva declaratoria di fallimento avrebbe evitato, essendo inoltre attestata nel ricorso per ammissione al concordato preventivo, presentato dall’imprenditore in bonis, l’insufficienza del patrimonio sociale al fine di soddisfare integralmente il ceto creditorio. (Alberto Rinaldi) (riproduzione riservata)
Tribunale Venezia, 11 Dicembre 2015.


Personalità (diritti della) - Riservatezza - Immagine - Abuso - Divulgazione di immagine altrui - Assenza di consenso della persona ritratta - Illiceità - Condizioni - Finalità commerciale - Nozione - Fattispecie.
L'illecito utilizzo della immagine altrui, ai sensi dell'art. 10 c.c., si configura quando la sua divulgazione, in fotografia o in filmati pubblici, non trovi ragione in finalità di informazione, ma nello sfruttamento - in difetto di consenso dell'interessato - commerciale o pubblicitario, a tal fine richiedendosi che il personaggio appaia come involontario "testimonial" del prodotto reclamizzato o che, comunque, il pubblico lo associ ad esso, reputando che costui ne condivida la propaganda o la commercializzazione. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione del giudice di merito, che aveva escluso l'utilizzo abusivo della immagine di una giornalista televisiva, della quale, per corroborare l'interesse dedicato da stampa e televisione al prodotto pubblicizzato, era stato trasmesso uno spezzone del telegiornale nazionale dalla medesima condotto, in cui ella riferiva la circostanza della avvenuta commercializzazione di quel prodotto - un dispositivo in grado di rivelare agli automobilisti la presenza di "autovelox" lungo la sede stradale - e i dubbi circa la conformità a legge dello stesso). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 27 Novembre 2015, n. 24221.


Responsabilità civile – Comune – Obbligo di concludere il procedimento – Ostruzionismo – Risarcimento del danno – Fattispecie

Responsabilità civile – Interpretazione contrastante della legge – Errore – Scusabilità – Condizioni

Danni in materia civile – Ordinaria diligenza – Necessità di esperire tutti gli strumenti di tutela – Necessità di proporre anche il ricorso per ottemperanza
.
L’ostruzionismo dell’amministrazione alla conclusione di un procedimento autorizzatorio dà diritto al risarcimento del danno, quando l'amministrazione non disponga di margini di discrezionalità in relazione al rilascio dei provvedimenti richiesti (nella specie l'amministrazione non aveva provveduto, nonostante l’accertamento giudiziale della fondatezza della pretesa a un permesso di costruire,). (1) (Andrea Romano) (riproduzione riservata)

Divergenze giurisprudenziali sull’interpretazione di una norma, testimoniate da una pronuncia favorevole all’amministrazione in primo grado ma poi riformata in appello, non sono sufficienti per identificare un errore scusabile che escluda la responsabilità dell’amministrazione. (2) (Andrea Romano) (riproduzione riservata)

Non spetta al cittadino il risarcimento del danno per lesione di interessi legittimi, se il danno si sarebbe potuto evitare con l'ordinaria diligenza, anche esperendo tutti i mezzi di tutela previsti dall’ordinamento, quale il giudizio di ottemperanza. (3) (Andrea Romano) (riproduzione riservata)
T.A.R. Liguria, 20 Novembre 2015.


Avvocato - Giudizi disciplinari - Provvedimenti disciplinari a carico di avvocati - Annullamento in sede giurisdizionale e/o revoca degli stessi - Responsabilità civile dei membri del COA in relazione all'esito del giudizio - Esclusione - Ragioni.
Qualora il provvedimento disciplinare inflitto dall'Ordine degli avvocati sia annullato dalla Corte di cassazione o sia revocato dall'Ordine medesimo, non sussiste la responsabilità civile dei componenti del COA per i danni asseritamente arrecati al destinatario della sanzione in ragione dell'esito del procedimento, atteso che la violazione del codice deontologico può rilevare in sede giurisdizionale solo se affetta da incompetenza, eccesso di potere e violazione di legge, consentendo in tali casi il ricorso alla Sezioni Unite della Corte di cassazione, e, inoltre, il rispetto dell'autonomia degli Ordini, preposti a far rispettare il codice deontologico forense, esclude che integri, di per sé, una condotta illecita l'espletamento delle funzioni disciplinari, trattandosi di mezzo di controllo dei comportamenti dell'incolpato, contrari alla dignità e al decoro professionale. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 29 Settembre 2015, n. 19246.


Società - Responsabilità limitata - Illegittimi prelievi dalle casse sociali - Chiamata in causa del professionista - Fattispecie - Infondatezza.
I prelievi dalle casse sociali illegittimamente effettuati dagli amministratori vengono normalmente a conoscenza del professionista che assiste la società solo dopo che gli stessi sono stati effettuati, per cui appare improbabile che lo stesso professionista possa essere ritenuto responsabile per non averli impediti, in quanto detti comportamenti costituiscono veri e propri atti di gestione posti in essere dagli amministratori o dai soci della società dei quali gli autori sono direttamente responsabili nei confronti della società. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Ravenna, 03 Agosto 2015.


Volo cancellato o ritardato - Prolungata permanenza in aeroporto - Risarcimento del danno non patrimoniale per i danni subiti a causa della mancata assistenza - Esclusione.
Laddove il passeggero con volo cancellato o lungamente ritardato, sia soggetto ad una prolungata permanenza in aeroporto durante la quale la compagnia aerea non gli abbia prestato l'assistenza prescritta dall'art. 9 del Reg. CE n. 261 del 2004, la sua domanda di risarcimento del danno non patrimoniale derivante dai disagi subiti a causa della mancata assistenza va incontro ai limiti interni alla risarcibilità del danno non patrimoniale fissati da Cass. S.U. n. 26972 del 2008; di conseguenza essa deve escludersi, non essendo neppure ipotizzata né ipotizzabile una ipotesi di reato, non rientrando in una ipotesi di danno non patrimoniale risarcibile espressamente prevista dalla legge (interna o sovranazionale) e non essendo riconducibile alla lesione di diritti inviolabili della persona, come tali oggetto di tutela costituzionale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 10 Giugno 2015, n. 12088.


Ragionevole durata del processo - Procedimento fallimentare - Durata ragionevole stimata in cinque anni, elevabile fino a sette nelle procedure di notevole complessità - Criteri

Irragionevole durata del processo - Procedimento fallimentare - Criteri di liquidazione - Indicazioni della Corte Europea dei diritti dell'uomo - Potere del giudice di discostarsene - Motivazione - Necessità
.
La durata ragionevole delle procedure fallimentari può essere stimata in cinque anni per quelle di media complessità, elevabile fino a sette anni allorquando il procedimento si presenti notevolmente complesso; ipotesi, questa, ravvisabile in presenza di un numero elevato di creditori, di una particolare natura o situazione giuridica dei beni da liquidare (partecipazioni societarie, beni indivisi ecc.), della proliferazione di giudizi connessi alla procedura, ma autonomi e quindi a loro volta di durata condizionata dalla complessità del caso, oppure della pluralità delle procedure concorsuali interdipendenti. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

In tema di risarcimento del danno derivante dalla irragionevole durata del processo, il giudice nazionale deve, in linea di principio, uniformarsi ai criteri di liquidazione elaborati dalla Corte Europea dei diritti dell'uomo (secondo cui, data l'esigenza di garantire che la liquidazione sia satisfattiva di un danno e non indebitamente lucrativa, la quantificazione del danno non patrimoniale deve essere, di regola, non inferiore a Euro 750,00 per ogni anno di ritardo, in relazione ai primi tre anni eccedenti la durata ragionevole, e non inferiore a Euro 1.000,00 per quelli successivi), permane, tuttavia, in capo allo stesso giudice, il potere di discostarsene, in misura ragionevole, qualora, avuto riguardo alle peculiarità della singola fattispecie, ravvisi elementi concreti di positiva smentita di detti criteri, dei quali deve dar conto in motivazione.

In tema di risarcimento del danno derivante dalla irragionevole durata del processo, la Corte d'appello, pur potendo discostarsi dagli ordinari criteri di liquidazione, non può assumere come vincolante e come limite massimo il valore del credito ammesso al passivo, in quanto, secondo la costante giurisprudenza Corte di cassazione, la maggiore o minore entità della posta in gioco può incidere sulla misura dell'indennizzo, consentendo al giudice di scendere anche al di sotto della soglia minima, ma non anche di parificare la liquidazione al valore della causa in cui si è verificata la violazione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 19 Maggio 2015, n. 10233.


Fallimento - Società per azioni - Azione di responsabilità - Stato di insolvenza - Prosecuzione dell’attività - Aggravamento del dissesto - Responsabilità solidale degli amministratori, dei sindaci e dell’attestatore degli accordi di ristrutturazione del debito ex art. 182-bis L.F. - Procedimento per sequestro conservativo

Fallimento - Società per azioni - Azione di responsabilità - Onere del curatore di allegazione - Indicazione dei singoli atti gestori e rilevanti

Fallimento - Società per azioni - Azione di responsabilità - Valutazione equitativa del danno in sede cautelare
.
Sussiste la responsabilità ex art. 146 legge fall. e 2043 c.c., in relazione all’art. 217, comma 1, n. 4, legge fall., degli amministratori, con il concorso di responsabilità dell’attestatore degli accordi di ristrutturazione dei debiti ex art. 182-bis L.F., e dei sindaci per difetto di vigilanza, nella omessa presentazione dell’istanza di fallimento dell'impresa già in crisi, come imposto dall'art. 217 legge fall., comma 1, n. 4, c.c., così essendo stato il fallimento medesimo ritardato proprio dalla presentazione degli accordi di ristrutturazione dei debiti. (Alberto Rinaldi) (riproduzione riservata)

Il pregiudizio di cui il fallimento può lamentare la sussistenza nell'ipotesi dell’azione di responsabilità esercitata dal curatore fallimentare, non può consistere nella differenza dei netti patrimoniali, essendo il fallimento onerato di allegare le attività gestorie che hanno determinato un maggiore indebitamento per la società, attività che non sarebbero state svolte ove il fallimento fosse stato dichiarato tempestivamente, così consolidandosi il patrimonio sociale e la relativa esposizione debitoria. (Alberto Rinaldi) (riproduzione riservata)

In sede cautelare nell’ambito di azione di responsabilità esercitata dal curatore fallimentare, il danno può determinarsi in via equitativa nei debiti assunti dalla società che non sarebbero stati contratti ove il fallimento fosse stato dichiarato tempestivamente, ovvero nella decorrenza degli interessi maturati per debiti pregressi che con la dichiarazione di fallimento sarebbero stati evitati. (Alberto Rinaldi) (riproduzione riservata)
Tribunale Venezia, 19 Maggio 2015.


Responsabilità processuale aggravata - Natura speciale della norma - Concorso con la responsabilità di cui all'articolo 2043 c.c. - Esclusione.
L'articolo 96 c.p.c. contiene la disciplina integrale e completa della responsabilità processuale aggravata e si pone con carattere di specialità rispetto all'articolo 2043 c.c., di modo che la responsabilità processuale aggravata, pur rientrando concettualmente nel genere della responsabilità per fatti illeciti, ricade interamente, in tutte le sue ipotesi, sotto la disciplina dell'articolo 96 citato, né è configurabile un concorso, anche alternativo, tra i due tipi di responsabilità. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 14 Aprile 2015.


Responsabilità processuale aggravata - Domanda generica autonoma e concorrente ex articolo 2043 c.c. - Violazione della competenza funzionale del giudice investito del merito - Inammissibilità.
La previsione della speciale responsabilità processuale aggravata di cui all'articolo 96 c.p.c. comprende tutte le ipotesi di atti e comportamenti processuali delle parti e copre ogni possibile effetto pregiudizievole che ne derivi, restando perciò preclusa la possibilità di invocare, con una domanda autonoma e concorrente, i principi generali della responsabilità per fatto illecito di cui all'articolo 2043 c.c. con riguardo ad una specifica asserita conseguenza dannosa di quegli stessi atti. Pertanto, nell'ipotesi in cui il convenuto, proposta domanda di risarcimento danni per responsabilità aggravata ex articolo 96 c.p.c., proponga ulteriore domanda risarcitoria ex articolo 2043 c.c. per il discredito commerciale subito in conseguenza dell'azione giudiziaria intrapresa dall'attore, chiedendo soltanto la condanna generica di quest'ultimo, tale domanda, dovendo necessariamente essere ricompresa nell'ambito della responsabilità aggravata ex articolo 96 c.p.c., deve essere dichiarata inammissibile, perché formulata contro il principio della competenza funzionale del giudice investito del merito, al quale spetta in via esclusiva la cognizione inscindibile sull'an e sul quantum della speciale pretesa risarcitoria. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 14 Aprile 2015.


Impugnazione di atto amministrativo – Potere del G.A. di risarcire in danno in luogo dell’annullamento – Esclusione.
Sulla base del principio della domanda che regola il processo amministrativo, il giudice amministrativo, ritenuta la fondatezza del ricorso, non può ex officio limitarsi a condannare l’amministrazione al risarcimento dei danni conseguenti agli atti illegittimi impugnati anziché procedere al loro annullamento, che abbia formato oggetto della domanda dell’istante ed in ordine al quale persista il suo interesse, ancorché la pronuncia possa recare gravi pregiudizi ai controinteressati, anche per il lungo tempo trascorso dall’adozione degli atti, e ad essa debba seguire il mero rinnovo, in tutto o in parte, della procedura esperita. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Consiglio di Stato, 13 Aprile 2015, n. 4.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Passività fallimentari (accertamento del passivo) - Ammissione al passivo - Ammissione tempestiva del credito al capitale - Effetti - Domanda tardiva del credito agli interessi - Preclusione - Esclusione - Fondamento - Limiti - Fattispecie in tema di compenso per prestazioni professionali.
La proposizione tardiva della domanda di ammissione al passivo fallimentare del credito accessorio agli interessi moratori, in quanto fondata sul ritardo nell'adempimento, non è preclusa, stante la diversità della rispettiva "causa petendi", dalla definitiva ammissione in via tempestiva del credito relativo al capitale (nella specie, a titolo di compenso per attività professionale), salvo che gli interessi costituiscano una mera componente della pretesa già azionata, come nel caso del credito risarcitorio da illecito aquiliano. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 26 Marzo 2015.


Risarcimento danno non patrimoniale - Danno tanatologico - Breve lasso di tempo fra fatto ed evento morte - Danno morale subiettivo distinto da danno biologico - Danno trasmissibile jure hereditario - Applicazione - Indennità INAIL (IPSEMA) - Liquidazione rendita vitalizia eredi lavoratore defunto - Quota indennità comprendente anche danno tanatologico - Esclusione.
Il cd. danno tanatologico, che entra far parte del patrimonio del soggetto deceduto ed è trasmissibile jure hereditatis, si basa sulla sofferenza della vittima che lucidamente assiste allo spegnersi della propria vita (cfr. Cass. 13 gennaio 2009 n. 458; Cass. 24 marzo 2011 a 6754; Cass, 21) aprile 2012 n6273). Il presupposto della risarcibilità è dunque, che sussista la prova di uno spatium vivendi fra l’evento causativo e il decesso della vittima, e clic quest’ultima abbia avuto la coscienza per soffrire dell’imminente fine. La valutazione dell’angoscia della vittima di fronte alla prospettiva della morte prematura non si deve risolvere in una pura e semplice quantificazione cronologica, ma deve basarsi sull’accertamento della sussistenza di uno stato dì coscienza della persona nei breve intervallo tra il sinistro e la morte.

Quanto al rapporto tra rendita vitalizia erogata dall’inail e risarcimento dei danni non patrimoniali (ivi compresi quello alla salute o biologico e quello morale) conseguenti ad infortunio sul lavoro, in conseguenza dell’estraneità di tali manifestazione di danno alla copertura dell’assicurazione obbligatoria disciplinata dal D.P.R. 30 giugno 1965 n. 1124 e in applicazione dei principi affermati nelle sentenze della Corte costituzionale n. 87, 35n e 485 del 1991, le limitazioni poste dall’art. 10, D.P.R. 30 giugno 1965 n. 1124 all’azione risarcitoria del lavoratore infortunato nei confronti del datore di lavoro — sia in punto di an (responsabilità penale) sia in quanto di quantum (danno differenziale) - riguardano solo il danno patrimoniale collegato alla capacità lavorativa generica, mentre esse non si applicano al danno alla salute o biologico e del danno morale ex art. 2059 cc., entrambi di natura non patrimoniale esulanti dalla copertura assicurativa obbligatoria (mentre secondo la disciplina successiva, introdotta dall’art. 13, D.Lg. 23 febbraio 2000 n. 38, anche il danno biologico è coperto da tale norma assicurativa) sicchè il lavoratore ha diritto al loro risarcimento integrale in presenza dei presupposti della relativa responsabilità del datore di lavoro. Dunque, il risarcimento integrale di queste voci di danno costituisce un diritto del lavoratore infortunato da far valere autonomamente, e non già a titolo differenziale, nei confronti del proprio datore di lavoro, indipendentemente dall’entità dell’indennizzo erogato dall’istituto assicuratore, nei casi di infortunio o malattia professionale addebitabili ad una colpa, anche se concorrente e non di rilievo penale, del datore di lavoro o di un qualsiasi altro suo sottoposto ci cui egli debba rispondere civilmente, con la sola esclusione- secondo le regole generali- di casi in cui l’evento sia riconducibile a caso fortuito, a forza maggiore, o a colpa esclusiva dello stesso lavoratore” (Consiglio di Stato, sez. IV, 19/01/2011, n. 365; Cassazione Civile, sez. lav. 05/05/2010, n. 10834; Cassazione Civile, sez. lav., 29 gennaio 2002, n. 1114).

Il danno tanatologico, da ricondurre nell’alveo del danno morale (Cass. SS. UU. 11711/2008, n. 26972; Cass. 13/01/2009, n. 458) configura una voce risarcitoria distinta dal danno biologico (nella nozione recepita dal D. Lgs. 23 febbraio 200,n.38) ragion per cui al suo integrale ristoro non può ritenersi deputata la somma liquidata agli eredi dei lavoratori deceduti dall’Ipsema per le causali illustrate in ricorso. (Alessio Muscolino) (riproduzione riservata)
Appello Palermo, 25 Marzo 2015.


Nascita indesiderata – Malformazioni congenite del feto – Omessa informazione – Onere probatorio e di allegazione della gestante – Azione di risarcimento – Legittimazione del nato – Rimessione alle Sezioni Unite.
Vanno rimesse alle Sezioni Unite, le questioni, oggetto di contrasto, collegate al danno da nascita indesiderata per mancata informazione sull’esistenza di malformazioni congenite del feto, e relative all’onere di allegazione e al contenuto della prova a carico della gestante, nonché alla legittimazione, o meno, del nato a pretendere il risarcimento del danno. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 25 Febbraio 2015, n. 3569.


Responsabilità del medico ospedaliero – Natura giuridica – Alla luce delle modifiche apportate dalla Legge Balduzzi – Natura extracontrattuale – Sussiste.
Dopo l’entrata in vigore della cd legge Balduzzi (vd, in particolare, Trib. Milano sent. n. 9693 del 23 luglio 2014, in Foro It. 2014, 11, I, 3294), se il paziente/danneggiato agisce in giudizio nei confronti del solo medico con il quale è venuto in “contatto” presso una struttura sanitaria, senza allegare la conclusione di un contratto con il convenuto, la responsabilità risarcitoria del medico va affermata soltanto in presenza degli elementi costitutivi dell’illecito ex art. 2043 c.c. che l’attore ha l’onere di provare. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 31 Gennaio 2015.


Danno da cosa in custodia – Onere della prova – Ripartizione – Rapporto eziologico tra cosa ed evento – Condotta del danneggiato – Rilevanza – Rapporti con l'art. 2043 c.c. – Conseguenze.
L'onere della prova che grava su colui che agisce ai sensi dell'art. 2051 c.c. pone a carico di questi la dimostrazione della sussistenza del nesso causale tra il bene oggetto di custodia ed il fatto da cui assuma essergli derivato un danno, e tanto per escludere l'applicabilità, a suo carico, del principio di autoresponsabilità come emergente dal primo comma dell'art. 1227 c.c., con conseguente rigetto della stessa in caso non riesca a fornire detta prova, anche sotto il diverso profilo dell'art. 2043 c.c., che pone a carico del danneggiato un onere probatorio ancora più esteso, richiedendogli di provare la non visibilità nonché l'imprevedibilità dell'insidia. Nel caso in cui, invece, il danneggiato abbia fornito tale prova, il custode dovrà, a sua volta, per evitare di soggiacere alla presunzione di responsabilità posta a suo carico dall'art. 2051 c.c., fornire la prova positiva della derivazione eziologica dell'evento da una causa esterna ed non imputabile alla sua condotta, in possesso dei caratteri del fortuito, e quindi eccezionale ed imprevedibile. (Gianluca Cascella) (riproduzione riservata) Tribunale Torre Annunziata, 29 Gennaio 2015.


Diritto costituzionale alla libera espressione della identità sessuale – Comportamento discriminatorio – Lesione del diritto – Risarcimento – Sussiste – Adeguatezza del risarcimento – Necessità – Sussiste.
Il diritto costituzionalmente tutelato alla libera espressione della propria identità sessuale è da ascrivere al novero dei diritti inviolabili della persona di cui all'art. 2 Cost., quale essenziale forma di realizzazione della propria personalità. Inoltre, il diritto al proprio orientamento sessuale, cristallizzato nelle sue tre componenti della condotta, dell'inclinazione e della comunicazione (cd. coming out) è oggetto di specifica e indiscussa tutela da parte della stessa Corte europea dei diritti dell'uomo fin dalla sentenza Dudgeon/Regno unito del 1981. Ne consegue che, in presenza di comportamenti discriminatori o offesi, addirittura posti in essere dalla Pubblica Amministrazione, il quantum del risarcimento deve essere adeguato (Il Tribunale, in primo grado, aveva irrogato una condanna pecuniaria di euro 100.000. La Corte di Appello aveva ridotto ad euro 20.000,00. La Cassazione boccia la decisione del giudice del gravame). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 22 Gennaio 2015, n. 1126.


Legge cd. Balduzzi (Legge 189 del 2012) – Responsabilità medica – Natura extracontrattuale – Condizioni e chiarimenti .
L’art. 3 comma 1 della legge Balduzzi non incide né sul regime di responsabilità civile della struttura sanitaria (pubblica o privata) né su quello del medico che ha concluso con il paziente un contratto d’opera professionale (anche se nell’ambito della cd attività libero professionale svolta dal medico dipendente pubblico): in tali casi sia la responsabilità della struttura sanitaria (contratto atipico di spedalità o di assistenza sanitaria) sia la responsabilità del medico (contratto d’opera professionale) derivano da inadempimento e sono disciplinate dall’art. 1218 c.c., ed è indifferente che il creditore/danneggiato agisca per ottenere il risarcimento del danno nei confronti della sola struttura, del solo medico o di entrambi. Il richiamo nella norma suddetta all’obbligo di cui all’art. 2043 c.c. per l’esercente la professione sanitaria che non risponde penalmente (per essersi attenuto alle linee guida), ma la cui condotta evidenzia una colpa lieve, non ha nessun riflesso sulla responsabilità contrattuale della struttura sanitaria, che ha concluso un contratto atipico con il paziente (o, se si preferisce, è comunque tenuta ex lege ad adempiere determinate prestazioni perché inserita nel S.S.N.) ed è chiamata a rispondere ex art. 1218 c.c. dell’inadempimento riferibile direttamente alla struttura anche quando derivi dall’operato dei suoi dipendenti e/o degli ausiliari di cui si è avvalsa (art. 1228 c.c.). Il tenore letterale dell’art. 3 comma 1 della legge Balduzzi e l’intenzione del legislatore conducono a ritenere che la responsabilità del medico (e quella degli altri esercenti professioni sanitarie) per condotte che non costituiscono inadempimento di un contratto d’opera (diverso dal contratto concluso con la struttura) venga ricondotta dal legislatore del 2012 alla responsabilità da fatto illecito ex art. 2043 c.c. e che, dunque, l’obbligazione risarcitoria del medico possa scaturire solo in presenza di tutti gli elementi costitutivi dell’illecito aquiliano (che il danneggiato ha l’onere di provare). In ogni caso l’alleggerimento della responsabilità (anche) civile del medico “ospedaliero”, che deriva dall’applicazione del criterio di imputazione della responsabilità risarcitoria indicato dalla legge Balduzzi (art. 2043 c.c.), non ha alcuna incidenza sulla distinta responsabilità della struttura sanitaria pubblica o privata (sia essa parte del S.S.N. o una impresa privata non convenzionata), che è comunque di tipo “contrattuale” ex art. 1218 c.c. (sia che si ritenga che l’obbligo di adempiere le prestazioni per la struttura sanitaria derivi dalla legge istitutiva del S.S.N. sia che si preferisca far derivare tale obbligo dalla conclusione del contratto atipico di “spedalità” o “assistenza sanitaria” con la sola accettazione del paziente presso la struttura). Se dunque il paziente/danneggiato agisce in giudizio nei confronti del solo medico con il quale è venuto in “contatto” presso una struttura sanitaria, senza allegare la conclusione di un contratto con il convenuto, la responsabilità risarcitoria del medico va affermata soltanto in presenza degli elementi costitutivi dell’illecito ex art. 2043 c.c. che l’attore ha l’onere di provare. Se nel caso suddetto oltre al medico è convenuta dall’attore anche la struttura sanitaria presso la quale l’autore materiale del fatto illecito ha operato, la disciplina delle responsabilità andrà distinta (quella ex art. 2043 c.c. per il medico e quella ex art. 1218 c.c. per la struttura), con conseguente diverso atteggiarsi dell’onere probatorio e diverso termine di prescrizione del diritto al risarcimento; senza trascurare tuttavia che, essendo unico il “fatto dannoso” (seppur distinti i criteri di imputazione della responsabilità), qualora le domande risultino fondate nei confronti di entrambi i convenuti, essi saranno tenuti in solido al risarcimento del danno a norma dell’art. 2055 c.c.. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 15 Gennaio 2015.


Medico dipendente e/o collaboratore della struttura sanitaria – Autore della condotta attiva o omissiva produttiva del danno subito dal paziente col quale tuttavia non ha concluso un contratto diverso ed ulteriore rispetto a quello che obbliga la struttura nella quale il sanitario opera – Responsabilità – Natura giuridica – Extracontrattuale – Sussiste – Argomenti ulteriori – Cass. civ. 7909/2014

Struttura sanitaria – Lesioni causate al paziente - Responsabilità – Natura giuridica – Contrattuale – Sussiste – inadempimento – Omesse verifiche post-operatorie idonee ad elidere il processo patologico insorto – Art. 1218 c.c.

Danno iatrogeno – Lesione causata su pregresso stato patologico con incremento della morbosità – Cd. danno incrementativo – Risarcibilità – Criteri

Lesioni subite dal congiunto – Domanda risarcitoria dei parenti estranei al ristretto nucleo familiare – Presupposto per l’accoglimento – Convivenza – Sussiste
.
Il tenore letterale dell’art. 3 comma 1 della legge Balduzzi e l’intenzione del legislatore conducono a ritenere che la responsabilità del medico (e quella degli altri esercenti professioni sanitarie) per condotte che non costituiscono inadempimento di un contratto d’opera (diverso dal contratto concluso con la struttura) sia stata ricondotta dal legislatore del 2012 alla responsabilità da fatto illecito ex art. 2043 c.c. e che, dunque, l’obbligazione risarcitoria del medico possa scaturire solo in presenza di tutti gli elementi costitutivi dell’illecito aquiliano (che il danneggiato ha l’onere di provare). Ciò anche a fronte delle debolezze emerse nell’applicazione del cd. contratto da contatto sociale al paradigma del medico ospedaliero. Di tale complessa problematica, tutt’altro che univoca, quasi in maniera didascalica, si trova riscontro nella recente pronuncia n. 7909/2014 dove la Corte di Cassazione, chiamata a dare una qualificazione del termine “contratto” in riferimento ad ipotesi responsabilità sanitaria in relazione all’applicazione  dell'art. VIII, paragrafo 5, della Convenzione di Londra del 19 giugno 1951 (ratificata e resa esecutiva in Italia con legge 30 novembre 1955, n. 1335), ha avuto modo di sottolineare, proprio in caso di qualificazione di domanda risarcitoria da errato trattamento medico – ancorchè nell’ambito di interpretazione ancorata al diritto internazionale – che essa non può essere ritenuta contrattuale. Infatti, sottolinea la Corte, tale configurazione “contrattuale” opera “allorché la richiesta di indennità trovi la sua ragione giustificativa nell'applicazione di un contratto, da intendere come accordo bilaterale (o plurilaterale) su singole clausole, che vanno adempiute dalle parti contraenti”, escludendo che possa assumere tale natura il contratto da “contatto sociale” frutto esclusivo della elaborazione giurisprudenziale italiana, a fronte di una riconduzione, per tutti gli altri stati contraenti, della responsabilità del medico ospedaliero nell’ambito extracontrattuale o per tort. Queste osservazioni valgono ad evidenziare che appare davvero al di fuori dei limiti interpretativi imposti dall’art. 12 delle disposizioni della legge in generale elidere il significato del richiamo all’art. 2043 c.c. (qualunque portata ad esso voglia attribuirsi) assumendo che il legislatore non può che essersi inconsapevolmente confuso, a fronte di una elaborazione della responsabilità da contatto del medico ospedaliero asseritamente granitica, consolidata e universalmente condivisa. Infatti la situazione su cui è intervenuto il legislatore del 2012 deve essere descritta in termini affatto diversi e ben più problematici. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

L’art. 3 comma 1 della legge Balduzzi non incide né sul regime di responsabilità civile della struttura sanitaria (pubblica o privata) né su quello del medico che ha concluso con il paziente un contratto d’opera professionale (anche se nell’ambito della cd attività libero professionale svolta dal medico dipendente pubblico): in tali casi sia la responsabilità della struttura sanitaria (contratto atipico di spedalità o di assistenza sanitaria) sia la responsabilità del medico (contratto d’opera professionale) derivano da inadempimento e sono disciplinate dall’art. 1218 c.c. In particolare, non può che affermarsi la sussistenza di un rilevante inadempimento al contratto di spedalità da parte dell’istituto sanitario dove, nel caso concreto, non siano state effettuate quelle doverose verifiche post-operatorie che avrebbero permesso, con alta probabilità, interventi elidenti le conseguenze di quel processo patologico che ha determinato la maggiore invalidità. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Il danno incrementativo è quello risultante da una lesione causata su un soggetto con pregresso stato patologico, causativa di un aggravamento. In questi casi: a) non può farsi gravare sul medico, in via automatica, una misura del danno da risarcirsi incrementata da fattori estranei alla sua condotta, così come verrebbe a determinasi attraverso una pedissequa applicazione di tabelle con punto progressivo, computato a partire, in ogni caso, dal livello di invalidità preesistente; b) la liquidazione va necessariamente rapportata ad una concreta verifica, secondo le allegazione delle parti, delle conseguenze negative “incrementative” subite dalla parte lesa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Perchè possa ritenersi risarcibile la lesione del rapporto parentale subita da soggetti estranei al ristretto nucleo familiare (quali i nonni, i nipoti, il genero, o la nuora) è necessario che sussista una situazione di convivenza, in quanto connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l'intimità delle relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi, pratica della solidarietà e sostegno economico: solo in tal modo assume rilevanza giuridica il collegamento tra danneggiato primario e secondario, nonché la famiglia intesa come luogo in cui si esplica la personalità di ciascuno, ai sensi dell'art. 2 Cost. (4253/2012). Principio di diritto che – in difetto di particolari prospettazioni che consentano una  valutazione nel concreto – determinano il rigetto della domanda. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 02 Dicembre 2014.


Medico dipendente e/o collaboratore della struttura sanitaria – Autore della condotta attiva o omissiva produttiva del danno subito dal paziente col quale tuttavia non ha concluso un contratto diverso ed ulteriore rispetto a quello che obbliga la struttura nella quale il sanitario opera – Responsabilità – Natura giuridica – Extracontrattuale – Esclusione – Contrattuale – Sussiste .
La responsabilità del medico ospedaliero – anche dopo l’entrata in vigore dell’art. 3 l. 189/12 – è da qualificarsi come contrattuale. Il primo comma dell'art. 3 del D.L. Balduzzi come sostituito dalla legge di conversione si riferisce, esplicitamente, ai (soli) casi di colpa lieve dell'esercente la professione sanitaria che si sia attenuto a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica. L'ossequio alla lettera della nuova disposizione comporta anche adeguata valorizzazione dell'incipit dell'inciso immediatamente successivo alla proposizione che esclude la responsabilità penale del sanitario in detti casi , per effetto del quale deve ritenersi che esso si riferisca soltanto - appunto - a "tali casi" (di colpa lieve del sanitario che abbia seguito linee guida ecc.). D'altra parte, la presunzione di consapevolezza che si vuole assista l'azione del Legislatore impone di ritenere che esso, ove avesse effettivamente inteso ricondurre una volta per tutte la responsabilità del medico ospedaliero (e figure affini) sotto il (solo) regime della responsabilità extracontrattuale, escludendo l'applicabilità della disciplina di cui all'art. 1218 c.c. e così cancellando lustri di elaborazione giurisprudenziale, avrebbe certamente impiegato proposizione univoca (come per es. "la responsabilità dell'esercente la professione sanitaria per l'attività prestata quale dipendente o collaboratore di ospedali, cliniche e ambulatori è disciplinata dall'art. 2043 del codice civile") anziché il breve inciso in commento. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 18 Novembre 2014.


Procedimento civile – Spese giudiziali in materia civile – Responsabilità aggravata e lite temeraria – Domanda ex art. 96 comma 2 c.p.c. – Individuazione del giudice che accerta l’inesistenza del diritto quale presupposto di ammissibilità della domanda e non criterio attributivo della competenza

Procedimento civile – Spese giudiziali in materia civile – Responsabilità aggravata e lite temeraria – Domanda risarcitoria ex art. 96 c.p.c. proposta in giudizio separato ed autonomo – Ammissibilità – Condizioni e presupposti

Procedimento civile – Spese giudiziali in materia civile – Responsabilità aggravata e lite temeraria – Domanda risarcitoria ex art. 96 c.p.c. proposta in giudizio separato ed autonomo – Ammissibilità – Condizioni e presupposti
.
L’art. 96, comma 2, c.p.c. non detta una regola sulla competenza (non indica cioè davanti a quale giudice va esercitata l’azione riconosciuta dalla norma stessa), ma disciplina un fenomeno endoprocessuale, consistente nell’esercizio, da parte del litigante, del potere di formulare una istanza collegata o connessa all’agire o al resistere in giudizio prevedendo quale presupposto di ammissibilità della domanda che la stessa sia avanzata, tra l’altro, al “giudice che… accerta l’inesistenza del diritto per cui è stata iniziata o compita l’esecuzione”. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Nel caso di sopravvenuta illegittimità della procedura esecutiva promossa sulla base di titolo giudiziale caducato (nella specie: decreto ingiuntivo esecutivo, revocato ad esito del giudizio di opposizione) la proposizione, da parte del già esecutato, di domanda intesa alla rifusione delle spese del processo esecutivo e del danno emergente (quale, in tesi, la differenza tra prezzo di stima e prezzo di aggiudicazione del compendio) non si identifica con l’azione di ripetizione di indebito – cui sono del tutto estranei gli stati soggettivi dell’accipiens - ma con un’azione risarcitoria che ricade sicuramente nell’ambito di applicazione dell’art. 96, 2° comma, c.p.c., i cui presupposti si individuano nella mancanza - nell’esecutante - della normale prudenza che la giurisprudenza di legittimità ravvisa nella consapevolezza della rescindibilità del titolo esecutivo e della provvisorietà dei suoi effetti. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Chi intende chiedere il risarcimento del danno per l'eseguita esecuzione forzata illegittima può agire soltanto, ai sensi dell'art. 96, comma 2, c.p.c., quale norma speciale rispetto all'art. 2043 c.c., dinanzi al giudice dell'opposizione all'esecuzione, la cui competenza funzionale a decidere sia sull'an che sul quantum rende inammissibile la domanda di condanna generica, con riserva di agire in un separato giudizio per il quantum, che, per espressa previsione normativa, può essere liquidato anche d'ufficio.
L’ordinaria natura endoprocessuale della domanda ex art. 96, 2° comma, c.p.c. non esclude, tuttavia, la proponibilità della domanda stessa in un giudizio separato ed autonomo rispetto a quello dal quale la responsabilità aggravata ha avuto origine, ove il simultaneus processus sia stato precluso da ragioni, attinenti all’evoluzione propria dello specifico processo e non dipendenti dalla inerzia della parte danneggiata, che abbiano condotto alla successiva realizzazione del danno. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

(N.d.r. = fattispecie relativa alla revoca di decreto ingiuntivo intervenuta dopo l’aggiudicazione del bene immobile ed in difetto dei presupposti legittimanti il debitore a svolgere la domanda ex art. 96 c.p.c. avanti al giudice dell’esecuzione o a quello dell’opposizione a decreto ingiuntivo)
Tribunale Verona, 12 Novembre 2014.


Danno non patrimoniale – Danno alla persona derivante da lesione permanente alla salute – Liquidazione – Criteri da seguire e regole metodologiche .
Il danno non patrimoniale è categoria unitaria che si differenzia nei criteri di accertamento e di liquidazione, a seconda dell'interesse concreto su cui vada a cadere. La proclamata natura unitaria del pregiudizio tuttavia non può restare un mero ossequio formale alla dogmatica: e dunque non è consentito moltiplicare le voci di danno chiamando con nomi diversi pregiudizi identici (Sez. U, Sentenza n. 26972 del 11/11/2008). Applicando i suddetti principi alla materia del danno alla persona derivante da una lesione permanente della salute, nella liquidazione di tale pregiudizio, occorre in astratto tenere conto: (a) dell'invalidità permanente causata dalle lesioni (danno biologico permanente), la cui liquidazione comprende necessariamente tutti i pregiudizi normalmente derivanti da quei tipo di postumi; (b) delle sofferenze che, pur traendo occasione dalle lesioni, non hanno un fondamento clinico (la medicina parla, al riguardo, di "dolore non avente base nocicettiva"): si tratterà, ad esempio, della vergogna, della prostrazione, del revanchismo, della tristezza, della disperazione. Per "tenere conto" di tutte queste circostanze il giudice di merito deve: (-) liquidare il danno alla salute applicando un criterio standard ed uguale per tutti, che consenta di garantire la parità di trattamento a parità di danno; (-) variare adeguatamente, in più od in meno, il valore risultante dall'applicazione del criterio standard, al fine di adeguare il risarcimento alle specificità del caso concreto (c.d. "personalizzazione del risarcimento"). L'una e l'altra di tali operazioni vanno compiute senza automatismi risarcitori, juxta alligata et probata, e soprattutto sulla base di adeguata motivazione che spieghi: - quali pregiudizi sono stati accertati; - con quali criteri sono stati monetizzati; - con quali criteri il risarcimento è stato personalizzato. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 07 Novembre 2014, n. 23778.


Responsabilità civile - Risarcimento del danno derivante da sinistro stradale - Danno biologico per lesioni di lieve entità (c.d. micropermanenti) - Criteri e misure di risarcimento previsti dal codice delle assicurazioni private - Liquidazione inderogabilmente agganciata a valori tabellari che fungono da limiti soglia, con possibilità di aumento non maggiore di un quinto in relazione alle condizioni soggettive del danneggiato (art. 139 dlgs 209/2005).
Danno morale
È pur vero che l’art. 139 cod. ass. fa testualmente riferimento al “danno biologico” e non fa menzione anche del “danno morale”. Ma, con la sentenza n. 26972 del 2008, le sezioni unite della Corte di cassazione hanno ben chiarito (nel quadro, per altro, proprio della definizione del danno biologico recata dal comma 2 del medesimo art. 139 cod. ass.) come il cosiddetto “danno morale” − e cioè la sofferenza personale suscettibile di costituire ulteriore posta risarcibile (comunque unitariamente) del danno non patrimoniale, nell’ipotesi in cui l’illecito configuri reato − «rientra nell’area del danno biologico, del quale ogni sofferenza, fisica o psichica, per sua natura intrinseca costituisce componente». La norma denunciata non è, quindi, chiusa alla risarcibilità anche del danno morale: ricorrendo in concreto i presupposti del quale, il giudice può avvalersi della possibilità di incremento dell’ammontare del danno biologico, secondo la previsione, e nei limiti, di cui alla disposizione del citato comma 3. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Limite alla risarcibilità
In relazione al profilo del «limite» all’integrale risarcimento del danno alla persona, contenuto nell’art. 139 Cod Ass, la questione di costituzionalità non è fondata: non si configura ipotesi di illegittimità costituzionale per lesione del diritto inviolabile alla integrità della persona ove la disciplina in contestazione sia volta a comporre le esigenze del danneggiato con altro valore di rilievo costituzionale. Inoltre, il bilanciamento tra i diritti inviolabili della persona ed il dovere di solidarietà (di cui, rispettivamente, al primo e secondo comma dell’art. 2 Cost.) comporta che non sia risarcibile il danno per lesione di quei diritti che non superi il «livello di tollerabilità» che «ogni persona inserita nel complesso contesto sociale […] deve accettare in virtù del dovere di tolleranza che la convivenza impone». Al bilanciamento – che doverosamente va operato tra i valori assunti come fondamentali dalla nostra Costituzione ai fini della rispettiva, complessiva, loro tutela – non si sottraggono neppure i diritti della persona consacrati in precetti della normativa europea – ove questi vengano, come nella specie, in rilievo come parametri del giudizio di costituzionalità, per interposizione ex art. 117, primo comma, Cost. – poiché, come pure già precisato, «A differenza della Corte EDU, questa Corte […] opera una valutazione sistemica e non isolata dei valori coinvolti dalle norme di volta in volta scrutinate» (sentenza n. 264 del 2012). Il controllo di costituzionalità del meccanismo tabellare di risarcimento del danno biologico introdotto dal censurato art. 139 cod. ass. – per il profilo del prospettato vulnus al diritto all’integralità del risarcimento del danno alla persona – va, quindi, condotto non già assumendo quel diritto come valore assoluto e intangibile, bensì verificando la ragionevolezza del suo bilanciamento con altri valori, che sia eventualmente alla base della disciplina censurata. Orbene, in un sistema, come quello vigente, di responsabilità civile per la circolazione dei veicoli obbligatoriamente assicurata – in cui le compagnie assicuratrici, concorrendo ex lege al Fondo di garanzia per le vittime della strada, perseguono anche fini solidaristici, e nel quale l’interesse risarcitorio particolare del danneggiato deve comunque misurarsi con quello, generale e sociale, degli assicurati ad avere un livello accettabile e sostenibile dei premi assicurativi – la disciplina in esame, che si propone il contemperamento di tali contrapposti interessi, supera certamente il vaglio di ragionevolezza. Infatti, l’introdotto meccanismo standard di quantificazione del danno − attinente al solo specifico e limitato settore delle lesioni di lieve entità e coerentemente riferito alle conseguenze pregiudizievoli registrate dalla scienza medica in relazione ai primi (nove) gradi della tabella – lascia, comunque, spazio al giudice per personalizzare l’importo risarcitorio, risultante dalla applicazione delle suddette predisposte tabelle, eventualmente maggiorandolo fino ad un quinto, in considerazione delle condizioni soggettive del danneggiato. Del resto, sulla base di analoghe considerazioni, anche la Corte di giustizia della Unione europea, adita con rinvio pregiudiziale dallo stesso Tribunale di Tivoli, odierno rimettente, nella sentenza 23 gennaio 2014, in causa C-371/12, E. e C. Petillo contro Unipol assicurazioni, ha escluso la prospettata incompatibilità dell’art. 139 cod. ass. con le direttive europee. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Corte Costituzionale, 16 Ottobre 2014, n. 235.


Responsabilità da cose in custodia - Responsabilità dei comuni ex articolo 2051 c.c. - Dossi non segnalati all’interno dei centri abitati - Natura occulta o meno dell’insidia - Irrilevanza

Responsabilità da cose in custodia - Responsabilità dei comuni ex articolo 2051 c.c. - Dossi realizzati in conformità alle direttive tecniche del Comune - Responsabilità dell’impresa appaltatrice - Esclusione

Rimessione in termini del difensore impedito a raggiungere il tribunale a causa di un incidente stradale - Ammissibilità
.
I comuni rispondono ex art. 2051 c.c. dei danni cagionati dai dossi, ove non appositamente segnalati, all'interno della perimetrazione dei centri abitati, e dunque a prescindere dalla natura occulta o meno dell'insidia. (Stefano Gallandt) (riproduzione riservata)

Una volta riaperto il traffico veicolare, l'impresa appaltatrice, nel dubbio circa la sussistenza di una sua responsabilità, non risponde ex art. 2043 c.c. dei danni provocati dai dossi realizzati in conformità alle direttive tecniche fornite dal comune committente. (Stefano Gallandt) (riproduzione riservata)

È consentita la rimessione in termini del difensore decaduto perché impedito a raggiungere il tribunale a causa di un incidente stradale, e dunque anche in ragione di una circostanza estranea al giudizio. (Stefano Gallandt) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 19 Agosto 2014.


Danno cd. endofamiliare – Responsabilità civile – Sussiste – Risarcimento del danno – Privazione della figura genitoriale – Criteri risarcitori – Tabelle di Milano – Parametro di riferimento – Sussiste .
La violazione dei doveri di mantenimento, istruzione ed educazione dei genitori verso la prole, a causa del disinteresse mostrato nei confronti dei figli per lunghi anni, integra gli estremi dell'illecito civile, cagionando la lesione di diritti costituzionalmente protetti, e dà luogo ad un'autonoma azione dei medesimi figli volta al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell'art. 2059 c.c. In particolare, è un comportamento rilevatore di responsabilità genitoriale l’avere deprivato i figli della figura genitoriale paterna, che costituisce un fondamentale punto di riferimento soprattutto nella fase della crescita, e idoneo ad integrare un fatto generatore di responsabilità aquiliana. La voce di pregiudizio in esame sfugge a precise quantificazioni in moneta e, pertanto, si impone la liquidazione in via equitativa ex art. 1226 cod. civ.. In merito alla quantificazione in concreto, in caso di danno endofamiliare da privazione del rapporto genitoriale, può essere applica, come riferimento liquidatorio, la voce ad hoc prevista dalle tabelle giurisprudenziali adottate dall’Osservatorio sulla Giustizia Civile di Milano (“perdita del genitore”). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 23 Luglio 2014.


Danno cd. endofamiliare – Responsabilità civile – Sussiste – Risarcimento del danno – Privazione della figura genitoriale – Criteri risarcitori – Tabelle di Milano – Parametro di riferimento – Sussiste.
La violazione dei doveri di mantenimento, istruzione ed educazione dei genitori verso la prole, a causa del disinteresse mostrato nei confronti dei figli per lunghi anni, integra gli estremi dell'illecito civile, cagionando la lesione di diritti costituzionalmente protetti, e dà luogo ad un'autonoma azione dei medesimi figli volta al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell'art. 2059 c.c. In particolare, è un comportamento rilevatore di responsabilità genitoriale l’avere deprivato i figli della figura genitoriale paterna, che costituisce un fondamentale punto di riferimento soprattutto nella fase della crescita, e idoneo ad integrare un fatto generatore di responsabilità aquiliana. La voce di pregiudizio in esame sfugge a precise quantificazioni in moneta e, pertanto, si impone la liquidazione in via equitativa ex art. 1226 cod. civ. In merito alla quantificazione in concreto, in caso di danno endofamiliare da privazione del rapporto genitoriale, può essere applica, come riferimento liquidatorio, la voce ad hoc prevista dalle tabelle giurisprudenziali adottate dall’Osservatorio sulla Giustizia Civile di Milano (“perdita del genitore”). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 22 Luglio 2014, n. 16657.


"Inescusabilità" dell'errore – Concetto relativo – Configurabilità

"Inescusabilità" dell'errore – Errori percettivi – Applicabilità

Responsabilità del magistrato – Giudizio ex ante – Necessità; valutazione del grado di diligenza – Circostanze del caso concreto – Rilevanza – Limiti; contributo fornito dagli ausiliari – Rilevanza – Limiti

Responsabilità del magistrato – Ricorso ad ausiliari con particolari competenze tecniche e specialistiche – Responsabilità in capo al magistrato – Non configurabilità
.
Il concetto di "inescusabilità" dell'errore deve essere inteso, non in termini assoluti, relativi ovvero in relazione alla molteplicità ed alla peculiarità dei casi che il magistrato quotidianamente è chiamato ad esaminare al fine di evitare che qualunque errore si traduca in affermazione di responsabilità, con evidente nocumento all'autonomia della magistratura, quale valore di indubbia rilevanza costituzionale. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

Il concetto di "inescusabilità" dell'errore viene in rilievo per gli errori non solo di tipo valutativo ma anche percettivo, previsti dall'art. 2, comma 3, lettere b) e c, nel senso che l'errore rileva ai fini della responsabilità del magistrato, se egli abbia posto a fondamento del suo giudizio elementi del tutto avulsi dal contesto probatorio di riferimento, mentre lo stesso errore deve essere escluso nell'ipotesi in cui il giudice abbia ritenuto sussistente una determinata situazione di fatto senza elementi pertinenti ovvero sulla scorta di elementi insufficienti che, però, abbiano formato oggetto di esame e valutazione, trattandosi in tal caso di errato apprezzamento dei dati acquisiti. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

E’ onere dell'interprete, avendo presente le circostanze del caso concreto, stabilire se l'errore del magistrato sia giustificato e giustificabile, con un giudizio ex ante che tiene conto del grado di diligenza alla luce delle  circostanze del caso concreto e del  contributo fornito dai suoi ausiliari, così come di tutte le evenienze processuali che abbiano inciso sulla condotta del magistrato, qual è la complessità del caso giudiziario. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

In una realtà sempre più complessa dal punto di vista sociale ed economico, il magistrato deve necessariamente avvalersi di ausiliari con particolari competenze tecniche e specialistiche, non solo nella valutazione della prova ma anche nell'accertamento dei fatti, dovendosi escludere una responsabilità in capo al magistrato quando ricorra un errore “tecnico” del consulente. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)
Tribunale Lecce, 18 Luglio 2014.


Danno da morso di cane randagio – Prevenzione randagismo – Individuazione soggetto legittimato passivo – Conseguenze

Danno da morso di cane randagio – Individuazione titolo responsabilità – Art. 2051 e 2052 c.c. – Non sussiste – Art. 2043 c.c. – Sussiste – Conseguenze
.
Il compito di provvedere all'accalappiamento del cane vagante, che può anche non essere randagio in quanto semplicemente sfuggito al controllo del suo proprietario, mentre con la seconda definizione si identifica l'animale che non appartiene a nessuno, spetta alle Aziende Sanitarie Locali, ed è regolato prima di tutto, a livello nazionale, dalla L. 281/1991, che ha ripartito le competenze in merito tra Regioni e Comuni, e poi dalle legislazioni regionali attuative della prima; in ogni caso, nella legge quadro nazionale non è ravvisabile un generale obbligo, a carico dei Comuni, di segnalare alle ASL - alle quali è attribuito, invece, il compito di individuare ed accalappiare i cani vaganti/randagi – la presenza sul territorio di tali animali, onde le stesse possano accalappiarli e condurli ai canili che, invece, devono essere istituiti e gestiti dai Comuni; ne consegue, allora, che ove non sia espressamente previsto dalla singola legge regionale – come ad esempio si riscontra nella L.R. Abruzzo n. 39/1999, mentre non risulta previsto simile obbligo nella L.R. Campania, n. 16/2001 – non può dirsi sussistente un generale obbligo di segnalazione a carico dei Comuni, per cui nei giudizi di risarcimento proposti dai danneggiati, unici legittimati passivi devono ritenersi le aziende sanitarie locali, dipendenti dalle Regioni e con le quali l'Ente regionale provvede ad erogare i servizi sanitari di pertinenza regionale. (Gianluca Cascella) (riproduzione riservata)

L'A.S.L risulta responsabile ex art. 2043 c.c. per le aggressioni subite dai cittadini da parte di cani randagi, sotto il profilo della causalità omissiva, in quanto detto ente risulta giuridicamente obbligato ad impedire un dato evento, quale appunto il fenomeno del randagismo, con le sue conseguenze; ciò esclude la possibilità di invocare la responsabilità di un ulteriore soggetto, a meno che non sussista un profilo di responsabilità specifico del Comune, sia perchè discendente da una legge regionale che, in ipotesi, preveda a carico dell'ente comunale un obbligo di segnalazione, sia quale conseguenza di un ulteriore profilo di responsabilità, concorrente con quella relativa alla omessa prevenzione del randagismo, come nel caso – non infrequente – in cui il danneggiato, per sottrarsi all'aggressione di cani randagi/vaganti, si dia alla fuga inciampando sulla pavimentazione stradale che assuma essere dissestata, e come tale fonte di autonoma responsabilità a carico del comune, cumulando in tal caso le due azioni; solo in tale ipotesi risulta invocabile l'art. 2051 c.c., altrimenti impossibile da applicare in quanto il danno provocato da un cane randagio non è riconducibile alla tipologia di danni che trovino la loro origine nel dinamismo intrinseco della cosa. Parimenti, non trova applicazione l'art. 2052 c.c., in quanto detta norma rinviene il suo presupposto applicativo nella individuazione del proprietario dell'animale danneggiante, o comunque del soggetto che dall'animale medesimo ricavi una qualche utilità, il che non appare configurabile in relazione ad un cane randagio, per definizione animale senza padrone. La descritta natura della responsabilità dell'ASL impone al danneggiato di provare sia la condotta colposa dell'azienda sanitaria, sia il legame eziologico dei danni con l'attacco subito dall'animale randagio, poiché altrimenti, ove il danneggiato dovesse ritenersi esonerato da tale prova, inammissibilmente la responsabilità dell'A.S.L assumerebbe i connotati di una ben diversa ipotesi di responsabilità oggettiva. (Gianluca Cascella) (riproduzione riservata)
Tribunale Torre Annunziata, 18 Luglio 2014.


Decreto Balduzzi - Colpa lieve - Responsabilità ex 2043 c.c. - Contrasto con orientamento interpretativo consolidato

Decreto Balduzzi - Interpretazione costituzionalmente orientata al rispetto del principio di effettività ex art. 24 Cost. - Necessità

Opzione per la responsabilità ex art. 2043 c.c. - Previsione espressa ed esplicita - Necessità

Decreto Balduzzi - Lesioni colpose lievi - Cumulo dell’azione extracontrattuale e di quella contrattuale da contatto sociale -  Ammissibilità

Decreto Balduzzi - Lesioni colpose lievi - Responsabilità civile - Applicazione retroattiva - Inammissibilità

Decreto Balduzzi - Responsabilità medica per colpa grave o dolo - Non - Applicazione - Non ammissibile - Responsabilità della struttura sanitaria - Applicazione - Non ammissibile
.
Se anche il Legislatore, con il decreto Balduzzi, ha voluto suggerire l’adesione al modello di responsabilità civile medica come disegnato anteriormente al 1999, in cui, come noto, in assenza di contratto, il paziente poteva richiedere il danno iatrogeno esercitando l’azione aquiliana, nondimeno è indubbio che tale scelta si pone in contrasto con l’univoco orientamento interpretativo in materia che, muovendo le mosse da Cass. 589 del 1999, ricostruisce come contrattuale - seppur non da contratto ma da contatto - la responsabilità dei medici e della struttura ospedaliera. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

Il decreto Balduzzi che inerisce alle condotte di colpa lieve - per così dire penalmente “scusabili”, perché conformate dalla comune prassi medica e per le quali si introduce la non sanzionabilità sul piano penale, ma provviste di permanente rilevanza dal punto di vista civilistico - deve essere oggetto di un’interpretazione costituzionalmente orientata al rispetto del principio di effettività della tutela giurisdizionale di cui all’art. 24 Cost.. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

Con l’uso della locuzione con valenza eccettuativa, “fermo l'obbligo di cui all'articolo 2043 del codice civile”, il legislatore - il cui intento era quello di regolamentare i soli profili penali - non ha espressamente e univocamente limitato i rimedi risarcitori esperibili, prevedendo, cioè, che, a fronte delle suddette condotte, fosse esperibile solo il rimedio aquiliano, per contro, l’eventuale adesione ad un modello di responsabilità (quello ex art. 2043 c.c.) diverso da quello consacrato, in via interpretativa, ovvero quello contrattuale, richiedendo una previsione espressa ed esplicita (del tipo.: “il medico risponde solo ex art. 2043 c.c.”). (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

Nonostante la novella legislativa di cui al Decreto Balduzzi, nulla impedisce all’interprete di ritenere che, a fronte di una responsabilità medica - anche per colpa lieve - siano tutt’ora esperibili l’azione extracontrattuale, da sola, o, in alternativa, a quella contrattuale da contatto sociale, secondo il generale principio della cumulabilità dei due rimedi, quando venga in rilievo la lesione di diritti della persona. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

In ogni caso, al Decreto Balduzzi non può riconoscersi una valenza retroattiva con conseguente inidoneità della stessa a regolamentare fattispecie perfezionatesi nella vigenza del previgente quadro normativo. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

L’ipotetica opzione legislativa per il modello aquiliano, dato il carattere circoscritto dell’intervento normativo, varrebbe con riguardo alla sola responsabilità medica per colpa lieve e non anche per colpa grave o dolo e non sarebbe, a fortiori, estendibile alla responsabilità della struttura sanitaria. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)
Tribunale Brindisi, 18 Luglio 2014.


Medico dipendente e/o collaboratore della struttura sanitaria – Autore della condotta attiva o omissiva produttiva del danno subito dal paziente col quale tuttavia non ha concluso un contratto diverso ed ulteriore rispetto a quello che obbliga la struttura nella quale il sanitario opera – Responsabilità – Natura giuridica – Extracontrattuale – Sussiste

Struttura sanitaria – Lesioni causate al paziente – Responsabilità – Natura giuridica – Contrattuale – Sussiste – Medico con cui il paziente abbia stipulato un contratto – Responsabilità contrattuale – Sussiste
.
Il tenore letterale dell’art. 3 comma 1 della legge Balduzzi e l’intenzione del legislatore conducono a ritenere che la responsabilità del medico (e quella degli altri esercenti professioni sanitarie) per condotte che non costituiscono inadempimento di un contratto d’opera (diverso dal contratto concluso con la struttura) venga ricondotta dal legislatore del 2012 alla responsabilità da fatto illecito ex art. 2043 c.c. e che, dunque, l’obbligazione risarcitoria del medico possa scaturire solo in presenza di tutti gli elementi costitutivi dell’illecito aquiliano (che il danneggiato ha l’onere di provare). Ogni caso l’alleggerimento della responsabilità (anche) civile del medico “ospedaliero”, che deriva dall’applicazione del criterio di imputazione della responsabilità risarcitoria indicato dalla legge Balduzzi (art. 2043 c.c.), non ha alcuna incidenza sulla distinta responsabilità della struttura sanitaria pubblica o privata (sia essa parte del S.S.N. o una impresa privata non convenzionata), che è comunque di tipo “contrattuale” ex art. 1218 c.c. (sia che si ritenga che l’obbligo di adempiere le prestazioni per la struttura sanitaria derivi dalla legge istitutiva del S.S.N. sia che si preferisca far derivare tale obbligo dalla conclusione del contratto atipico di “spedalità” o “assistenza sanitaria” con la sola accettazione del paziente presso la struttura). Se dunque il paziente/danneggiato agisce in giudizio nei confronti del solo medico con il quale è venuto in “contatto” presso una struttura sanitaria, senza allegare la conclusione di un contratto con il convenuto, la responsabilità risarcitoria del medico va affermata soltanto in presenza degli elementi costitutivi dell’illecito ex art. 2043 c.c. che l’attore ha l’onere di provare; se nel caso suddetto oltre al medico è convenuta dall’attore anche la struttura sanitaria presso la quale l’autore materiale del fatto illecito ha operato, la disciplina delle responsabilità andrà distinta (quella ex art. 2043 c.c. per il medico e quella ex art. 1218 c.c. per la struttura), con conseguente diverso atteggiarsi dell’onere probatorio e diverso termine di prescrizione del diritto al risarcimento; senza trascurare tuttavia che, essendo unico il “fatto dannoso” (seppur distinti i criteri di imputazione della responsabilità), qualora le domande risultino fondate nei confronti di entrambi i convenuti, essi saranno tenuti in solido al risarcimento del danno a norma dell’art. 2055 c.c.. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

L’art. 3 comma 1 della legge Balduzzi non incide né sul regime di responsabilità civile della struttura sanitaria (pubblica o privata) né su quello del medico che ha concluso con il paziente un contratto d’opera professionale (anche se nell’ambito della cd attività libero professionale svolta dal medico dipendente pubblico): in tali casi sia la responsabilità della struttura sanitaria (contratto atipico di spedalità o di assistenza sanitaria) sia la responsabilità del medico (contratto d’opera professionale) derivano da inadempimento e sono disciplinate dall’art. 1218 c.c., ed è indifferente che il creditore/danneggiato agisca per ottenere il risarcimento del danno nei confronti della sola struttura, del solo medico o di entrambi. Il richiamo nella norma suddetta all’obbligo di cui all’art. 2043 c.c. per l’esercente la professione sanitaria che non risponde penalmente (per essersi attenuto alle linee guida), ma la cui condotta evidenzia una colpa lieve, non ha nessun riflesso sulla responsabilità contrattuale della struttura sanitaria, che ha concluso un contratto atipico con il paziente (o, se si preferisce, è comunque tenuta ex lege ad adempiere determinate prestazioni perché inserita nel S.S.N.) ed è chiamata a rispondere ex art. 1218 c.c. dell’inadempimento riferibile direttamente alla struttura anche quando derivi dall’operato dei suoi dipendenti e/o degli ausiliari di cui si è avvalsa (art. 1228 c.c.). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 17 Luglio 2014.


Trasporto ferroviario di persone – Responsabilità civile del vettore – Diritto del viaggiatore al risarcimento del danno derivatogli dal ritardo del treno – Limitazione al solo rimborso del costo del biglietto – Questione di legittimità costituzionale – Inammissibilità – Possibilità di una interpretazione conforme a Costituzione .
In materia di trasporto ferroviario, se, per un verso, il codice civile mostra di “recepire” il quadro normativo previgente di stampo pubblicistico, sotto altro e più rilevante profilo, esso introduce, con l’art. 1229, una previsione generale di nullità – relativa, dunque, anche al vettore – di qualsiasi limitazione pattizia della responsabilità per dolo o colpa grave. Questo parametro è di ausilio per “interpretare” le disposizioni limitative della responsabilità risarcitoria dell’ente ferroviario, in caso di ritardo, come riferite ai soli casi di culpa levis e per mantenere l’obbligo risarcitorio ordinario ai casi, invece, di dolo o colpa grave. Deve poi essere considerata la disciplina introdotta dal regolamento CE 23 ottobre 2007, n. 1371/2007 (Regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo ai diritti e agli obblighi dei passeggeri nel trasporto ferroviario), espressamente richiamato dalle vigenti condizioni generali di trasporto: alla luce delle disposizioni dettate da tale regolamento (in particolare, agli artt. 15, 16, 17 e 18), emerge che, fatte salve le previsioni nazionali che assicurino un risarcimento anche per «danni diversi» (Allegato I, art. 32, comma 3), non vengono riconosciuti al trasportato, in caso di ritardo, diritti nella sostanza diversi o poziori rispetto a quelli previsti dalle condizioni generali di cui si è detto, con la conseguenza che il vettore nazionale non può ritenersi “comunitariamente” obbligato a prestazioni risarcitorie diverse da quelle previste (La Corte dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’art. 11 del regio decreto-legge 11 ottobre 1934, n. 1948 - Nuovo testo delle condizioni e tariffe per il trasporto delle persone sulle ferrovie dello Stato -, convertito dalla legge 4 aprile 1935, n. 911, sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Napoli). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale, 09 Luglio 2014, n. 194.


Perdita dell’animale d’affezione – Danno non patrimoniale – Risarcibilità – Sussiste – Condizioni – Danno patrimoniale – Risarcibilità – Sussiste – Condizioni.
Il danno morale da “perdita dell’animale da affezione è esclusivamente risarcibile nei casi in cui il fatto illecito sia riconducibile (anche solo astrattamente) ad una figura tipica di reato (in particolare, il delitto ex art. 544-ter c.p.). Quanto al danno patrimoniale, qualora il proprietario si prodighi in spese veterinarie per curare il proprio animale (seppure quest'ultimo privo di valore economico), tale condotta è finalizzata indubbiamente al mantenimento e al “ripristino” del rapporto affettivo con l’animale; dunque, non pone in essere una condotta conforme ai delineati principi di diligenza e correttezza chi affronti spese veterinarie addirittura superiori al possibile risarcimento del danno compensativo della perdita di tale rapporto. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 30 Giugno 2014.


Persona al momento dell’arresto – Fotografia – Pubblicazione giornalistica – Liceità – Condizioni .
In materia di tutela dell’immagine, la pubblicazione su un quotidiano della foto di una persona in coincidenza cronologica con il suo arresto deve rispettare, ai fini della sua legittimità, non soltanto i limiti della essenzialità per illustrare il contenuto della notizia e del legittimo esercito del diritto di cronaca (fissati dalla Legge n. 675 del 1996, articoli 20 e 25, applicabile pro’ tempore alla fattispecie in esame e riprodotti nell’articolo 137 del codice della privacy) ma anche le particolari cautele imposte a tutela della dignità della persona ritratta dall’articolo 8, comma 1, del codice deontologico dei giornalisti, che costituisce fonte normativa integrativa; l’indagine sul rispetto dei suddetti limiti nella pubblicazione della foto va condotta con maggior rigore rispetto a quella relativa alla semplice pubblicazione della notizia, tenuto conto della particolare potenzialità lesiva della dignità della persona connessa alla enfatizzazione tipica dello strumento visivo, e della maggiore idoneità di esso ad una diffusione decontestualizzata e insuscettibile di controllo da parte della persona ritratta“. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 06 Giugno 2014, n. 12834.


Responsabilità genitoriale - Illecito endofamiliare - Abbandono del figlio - Diritto alla qualità di figlio - Danno non patrimoniale di natura esistenziale - Danno biologico.
La responsabilità (già potestà) genitoriale, declinata secondo gli obblighi specificati dagli artt. 147 e 148 c.c., di diretta derivazione costituzionale (artt. 2 e 30 Cost.) sorge al momento della nascita del figlio, discende dal mero fatto della procreazione e non cessa per effetto della separazione o della cessazione degli effetti civili del matrimonio. La consapevole condotta abbandonica del genitore, purché abbia natura dolosa, è una chiara violazione dei doveri nascenti dal rapporto di filiazione e dà luogo ad illecito endofamiliare e al conseguente risarcimento del danno non patrimoniale ex artt. 2043 e 2059 c.c. derivante dalla lesione del diritto alla qualità di figlio, rientrante nel novero dei diritti costituzionalmente garantiti. Non esiste, però, alcun automatismo tra detta violazione e il risarcimento del danno poiché quest’ultimo non è in re ipsa ma è necessario che la condotta del genitore abbia prodotto un danno ingiusto da perdita, privazione e preclusione, inquadrabile nella categoria del danno non patrimoniale di natura esistenziale. Nessun rilievo ha, invece, la circostanza che la condotta genitoriale non abbia prodotto nel figlio anche un danno (biologico) alla salute apprezzabile in termini di malattia. (Irene Crea) (riproduzione riservata) Tribunale Torino, 05 Giugno 2014.


Responsabilità genitoriale - Illecito endofamiliare - Abbandono del figlio - Danno non patrimoniale - Liquidazione equitativa - Quantificazione .
Il danno non patrimoniale derivante da illecito endofamiliare essendo riconnesso alla lesione del diritto alla qualità di figlio, valore inerente la persona, deve essere liquidato in via equitativa ex artt. 1226 e 2056 c.c. Il giudice ancora l’entità del risarcimento ai dati di fatto acquisiti al processo e parametra lo stesso alla gravità e alla durata delle violazioni genitoriali e alle ricadute negative sulla vita e sulla salute del figlio. Un valido criterio di riferimento è costituito dal minimo tabellare in uso per la liquidazione del danno da morte del padre. Tale parametro, però, deve essere assoggettato a una serie di correttivi, i quali tengano conto, da un lato della ontologica differenza tra lutto da morte (che può essere solo elaborato) e lutto da abbandono (teoricamente emendabile), dall’altra delle effettive conseguenze negative sulla vita del minore. (Irene Crea) (riproduzione riservata) Tribunale Torino, 05 Giugno 2014.


Responsabilità genitoriale - Illecito endofamiliare - Abbandono del figlio - Danno patrimoniale da perdita di occasioni di vita migliore - Mancata corresponsione del contributo di mantenimento.
La mancata corresponsione del contributo di mantenimento del figlio alla madre, in assenza di postulati e comprovati pregiudizi economici ulteriori rispetto alla sola omissione, non consente al figlio di attivare la tutela risarcitoria atipica prevista dall’art. 2043 c.c. Nella prima fase di vita e sino alla maggiore età del figlio, l’unico soggetto legittimato ad agire giudizialmente per ottenere il pagamento del contributo è la madre tramite lo strumento tipico del sistema penale e civile. (Irene Crea) (riproduzione riservata) Tribunale Torino, 05 Giugno 2014.


Responsabilità medica - Acquisizione del consenso informato - Omissione - Conseguenze - Danno conseguenza - Conseguenze peggiorative derivanti dalle impossibilità di una scelta consapevole.
La mancata acquisizione del consenso informato al trattamento sanitario non cagiona un danno in re ipsa, quale danno-evento, ma un danno-conseguenza, giacché il risarcimento dipende dall’avvenuto peggioramento delle condizioni di salute del paziente, il quale non ha potuto consapevolmente scegliere e, dunque, è stato sottoposto ad un trattamento che, quantunque correttamente eseguito, ha condotto a conseguenze peggiorative. Tale opzione sembra la più coerente col sistema del risarcimento del danno non patrimoniale, come decisamente, chiaramente e condivisibilmente delineato dalla ben nota Cass. civ., Sezz. UU. 11 novembre 2008, n. 26972, che, dopo aver distinto le categorie del danno non patrimoniale, sottolinea come la teorica del danno-evento, o del danno in re ipsa, trasformi il risarcimento in una pena privata: ossia in un istituto non previsto dalla legge (almeno per questa ipotesi). (Luigi Galasso) (riproduzione riservata) Tribunale Benevento, 04 Giugno 2014.


Appalto – Responsabilità nei confronti dei terzi – Responsabilità dell’appaltatore – Corresponsabilità del committente – Presupposti..
In materia di contratto d’appalto, l’appaltatore è di regola l’unico responsabile dei danni derivanti a terzi dall’esecuzione dell’opera; tuttavia, può configurarsi una corresponsabilità del committente in caso di riferibilità a quest’ultimo dell’evento dannoso per culpa in eligendo, per avere ciò affidato l’opera a un’impresa assolutamente inidonea, ovvero quando l’appaltatore in base a patti contrattuali sia stato un semplice esecutore degli ordini del committente ed abbia agito come nudus minister, limitandosi cioè ad attuare specifiche direttive del committente. (Alessandro Albè) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 18 Aprile 2014.


Responsabilità medica – Art. 3 legge 189/2012 – Istituzione di una responsabilità extracontrattuale – Esclusione..
L’articolo 3, comma 1, della Legge n. 189 del 2012, là dove omette di precisare in che termini si riferisca all’esercente la professione sanitaria e concerne nel suo primo inciso la responsabilità penale, comporta che la norma dell’inciso successivo, quando dice che resta comunque fermo l’obbligo di cui all’articolo 2043 c.c., poiché’ in lege aquilia et levissima culpa venit, vuole solo significare che il legislatore si è soltanto preoccupato di escludere l’irrilevanza della colpa lieve in ambito di responsabilità extracontrattuale, ma non ha inteso prendere alcuna posizione sulla qualificazione della responsabilità medica necessariamente come responsabilità di quella natura. La norma, dunque, non induce il superamento dell’orientamento tradizionale sulla responsabilità da contatto e sulle sue implicazioni (da ultimo riaffermate da Cass. n. 4792 del 2013). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 17 Aprile 2014, n. 8940.


Previdenza (assicurazioni sociali) - Assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali - Infortunio - In genere - Danno provocato da più soggetti - Responsabilità solidale a prescindere dal titolo, contrattuale o extracontrattuale, in base al quale si risponde - Sussistenza - Fondamento.
In tema di infortuni sul lavoro, quando un danno di cui si chiede il risarcimento è determinato da più soggetti, ciascuno dei quali con la propria condotta contribuisce alla produzione dell'evento dannoso, si configura una responsabilità solidale ai sensi dell'art. 1294 cod. civ. fra tutti costoro, qualunque sia il titolo per il quale ciascuno di essi è chiamato a rispondere, dal momento che, sia in tema di responsabilità contrattuale che extracontrattuale, se un unico evento dannoso è ricollegabile eziologicamente a più persone, è sufficiente, ai fini della responsabilità solidale, che tutte le singole azioni od omissioni abbiano concorso in modo efficiente a produrlo, alla luce dei principi che regolano il nesso di causalità ed il concorso di più cause efficienti nella produzione dei danni (patrimoniali e non) da risarcire. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 09 Aprile 2014, n. 8372.


Separazione giudiziale dei coniugi – Coesistenza di addebito e  risarcimento del danno – Quantificazione del danno – Liquidazione equitativa.
In caso di separazione tra coniugi  possono coesistere  la pronuncia di addebito e risarcimento del danno, considerati i presupposti e le finalità differenti. Il comportamento doloso o colposo del coniuge che incide su beni essenziali della vita produce un danno ingiusto ex art. 2 Cost., art. 2043 c.c. e 2059 c.c. (nella specie consistente in un peggioramento delle condizioni di vita caratterizzate da incertezza precarietà e sofferenza, aggravate dalla presenza di due figli minori conviventi e dallo stato di disoccupazione ed una lesione del diritto fondamentale all’onore ed al decoro) e dà diritto al risarcimento, la cui domanda può essere proposta anche nel giudizio di separazione e che, in mancanza di parametri oggettivi cui ancorare la determinazione del quantum del risarcimento del danno non patrimoniale (complessivamente inteso, sebbene derivante da plurime condotte illecite), va liquidato ai sensi dell'art. 1226 c.c.. (Maria Marta Cristoni) (riproduzione riservata) Tribunale Cremona, 27 Marzo 2014.


Esercizio diritto di cronaca e diritto di critica – Azione civile di risarcimento danni da diffamazione a mezzo stampa – Limite della continenza – Sussistenza – Risarcibilità del danno non patrimoniale anche alla persona giuridica – Sussistenza – Quantificazione del danno – Criterio equitativo – Sussistenza..
In ordine alla configurabilità dell’esercizio del diritto di cronaca e del diritto di critica, che rispetto al primo consente l’uso di un linguaggio più pungente ed incisivo, presupposti per il legittimo esercizio di entrambi sono: a) l’interesse al racconto, ravvisabile quando non si tratti di interesse della generalità dei cittadini, ma di quello generale della categoria di soggetti ai quali, in particolare, si indirizza la pubblicazione di stampa; b) la correttezza formale e sostanziale dell’esposizione dei fatti, nel che propriamente si sostanzia la c.d. continenza, nel senso che l’informazione di stampa non deve trasmodare in argumenta ad nomine né assumere contenuto lesivo dell’immagine e del decoro; c) la corrispondenza tra la narrazione dei fatti realmente accaduti, nel senso che deve essere assicurata l'oggettiva verità del racconto, la quale tollera, perciò, le inesattezze considerate irrilevanti se riferite a particolari di scarso rilievo e privi di valore informativo (Cass. n. 22600/13).

In tema di azione di risarcimento dei danni da diffamazione a mezzo della stampa, il diritto di cronaca soggiace ai limite della continenza, che comporta moderazione, misura, proporzione nelle modalità espressive, le quali non devono trascendere in attacchi personali diretti a colpire l’altrui dignità morale e professionale, con riferimento non solo al contenuto dell’art. ma all’intero contesto espressivo in cui l’art. inserito, compresi titoli, sottotitoli, presentazione grafica, fotografie, trattandosi di elementi tutti che rendono esplicito, nell'immediatezza della rappresentazione e della percezione visiva, il significato di un art., e quindi idonei, di per sé, a fuorviare e suggestionare i lettori più frettolosi. (Cass. n. 2661/13 e n. 20608/11).

La risarcibilità del danno non patrimoniale è pacificamente riconoscibile anche nei confronti della persona giuridica allorchè il fatto lesivo incida su una situazione giuridica della predetta persona che sia equivalente ai diritti fondamentali della persona umana garantiti dalla Carta Costituzionale.

Poiché rientra tra tali diritti all’immagine della persona giuridica, può essere risarcito anche il danno non patrimoniale costituito dalla diminuzione della considerazione della persona giuridica nel che si esprime la sua immagine, sia sotto il profilo dell’incidenza negativa che tale diminuzione comporta nell’agire delle persone fisiche che ricoprano gli organi della persona giuridica o dell’ente e, quindi, nell’agire dell’ente, sia sotto il profilo della diminuzione della considerazione che parte dei consociati in genere o di settori o categorie di essi con le quali la persona giuridica sovente interagisca.

Per la quantificazione del danno si può, quindi, ricorrere anche a criteri equitativi quando sia stata dimostrata la diffusione della notizia nei mass media e, dunque, il conseguitone clamore pubblico. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)
Tribunale Cassino, 25 Marzo 2014.


Danno da lesione del possesso – Termine di decadenza – Applicabilità – Chiarimenti.
Il venir meno della ragion d'essere della tutela possessoria per intervenuta decadenza rende inammissibile anche il risarcimento del danno derivante da un comportamento lesivo che tragga origine dallo spoglio, che è in tal caso soltanto un profilo della tutela accordata dall'ordinamento al diritto soggetto del leso al fine di assicurarne la piena reintegrazione. Ne consegue che l'azione per il risarcimento del danno ha natura possessoria quando il danno consista nella sola lesione del possesso, e quindi soggiace alle regole dettate per quella tutela in ordine al termine di decadenza per proporla, mentre non ha natura possessoria, e rientra nella previsione generale dell'art. 2043, sottraendosi quindi a quelle regole, quando si lamenti anche la lesione di altri diritti del possessore, sicché la privazione del possesso non esaurisca il danno, ma si presenti come causa di altre lesioni patrimoniali subite in via derivativa dallo spogliato. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Palermo, 19 Marzo 2014.


Fatto illecito – Responsabilità extracontrattuale – Presentazione di un esposto lesivo dell’altrui reputazione – Responsabilità dell’autore dell’esposto – Sussiste

Affermazione di tesi giuridiche opposte in due distinti giudizi da parte della stessa parte che si trovi ad essere convenuta in uno e attrice nell’altro – Abuso del processo – Sussiste

Presupposti di applicazione dell’art. 96, terzo comma c.p.c. – Necessità dei presupposti soggettivi di cui al primo comma dell’art. 96 c.p.c. – Sussiste
.
La presentazione di un esposto disciplinare nel quale vengano attribuite al denunciato condotte lesive del suo onore poi rivelatesi infondate integra un fatto illecito, fonte di responsabilità ai sensi dell'articolo 2043 c.c.. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Integra una ipotesi di abuso del processo, come tale sanzionabile ai sensi dell’art. 96, terzo comma c.p.c., l’azione proposta da una parte sulla base di presupposti giuridici opposti a quelli che la stessa parte abbia sostenuto in un altro precedente giudizio, nel quale sia stata convenuta dallo stesso contraddittore e che sia ancora pendente in grado di appello al momento dell’inizio del secondo giudizio. Tale iniziativa  assume infatti tutti i caratteri di una reazione all’esito, evidentemente non gradito, del giudizio in cui era stato convenuto, al di fuori della sede consentita dall’ordinamento, che era quella del giudizio di gravame avverso la sentenza sfavorevole (nel caso in esame la parte ritenuta responsabile di abuso del processo aveva sostenuto che la presentazione di un esposto nei confronti di un professionista non può nemmeno astrattamente avere valenza diffamatoria mentre nel successivo giudizio aveva agito nei confronti della parte che lo aveva convenuto nel primo giudizio, assumendo che la propria reputazione era stata lesa da un esposto che quello aveva presentato nei suoi confronti). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

In virtù di una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 96, terzo comma c.p.c. deve ritenersi che presupposto per l’applicazione di tale norma è che la parte soccombente abbia agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, ossia la sussistenza dei medesimi requisiti soggettivi di cui al primo comma dell’art. 96 c.p.c. Risulta infatti evidente che, se si .prescindesse dai predetti requisiti, il solo agire o resistere in giudizio sarebbe sufficiente a giustificare la condanna, soluzione che pare in contrasto con il parametro dell’art. 24 Cost.. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Verona, 28 Febbraio 2014.


Nesso causale civile tra fatto omissivo ed evento - Differenza con nesso causale penale - Giudizio controfattuale - Non necessità che il comportamento avrebbe impedito l’evento con certezza o con grado di probabilità prossimo alla certezza - Sufficienza che il comportamento avrebbe ‘più probabilmente che non’ impedito l’evento.

Colpa medica - Danno da perdita di chance - Differenza tra perdita di chance e danno futuro - Diversità delle domande - Nozione, natura e configurabilità del danno da perdita di chance.
.
La causalità in materia civilistica deve essere distinta dalla causalità in materia penalistica, nel senso che nella prima, diversamente che nella seconda, vige il principio del ‘più probabile che non’, mentre nel processo penale opera la regola della prova ‘oltre il ragionevole dubbio’, stante la diversità dei valori in gioco nei due tipi di processi, ciò che giustifica una differenza negli standard probatori ed il diverso livello di incertezza da assumersi come ragionevolmente accettabile. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)

La domanda di risarcimento da perdita di chance, che va distinta dalla mera aspettativa di fatto giuridicamente non tutelabile, è ontologicamente diversa da quella di risarcimento del danno futuro da mancato raggiungimento del risultato sperato, trattandosi di beni giuridici diversi (fattispecie in trema di differenza tra perdita della chance di sopravvivere più a lungo e perdita del bene vita). (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)

La perdita di chance è risarcibile indipendentemente dalla dimostrazione che la concreta utilizzazione della chance avrebbe presuntivamente o probabilmente determinato la consecuzione del vantaggio, essendo sufficiente anche la sola possibilità di tale consecuzione: l’idoneità della chance a determinare presuntivamente o probabilmente ovvero solo possibilmente la detta conseguenza è, viceversa, rilevante soltanto ai fini della concreta individuazione e quantificazione del danno, da effettuarsi eventualmente in via equitativa ex art. 1226 c.c., posto che nel primo caso il valore della chance è certamente maggiore che nel secondo e, quindi, lo è il danno per la sua perdita, che, del resto, in presenza di una possibilità potrà anche essere escluso, all’esito di una valutazione in concreto della prossimità della chance rispetto alla consecuzione del risultato e della sua idoneità ad assicurarla. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)
Tribunale Reggio Emilia, 27 Febbraio 2014.


Danno da incidente stradale – Richiesta risarcitoria ex art. 145 cod. ass. – Requisiti previsti dall’art. 148 cod. ass. – Violazione – Improponibilità della domanda..
In caso di incidente stradale, la richiesta alla compagnia di assicurazioni di risarcimento dei danni patiti deve rispettare i requisiti di contenuto previsti dall’art. 148 cod. ass., in difetto, la domanda deve essere dichiarata improponibile. (Elisabetta Cristiani) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 21 Febbraio 2014.


Danno biologico – Danno morale – Liquidazione separata – Sussiste..
Il danno biologico inteso quale lesione del diritto alla salute ed il danno morale inteso quale sofferenza conseguente all'illecito non costituiscono, di per sè, voci automaticamente sovrapponibili, sicchè la separata liquidazione delle stesse non determina, di per sè, alcuna indebita duplicazione (sentenze 12 settembre 2011, n. 18641, 16 febbraio 2012, n. 2228, e 3 ottobre 2013, n. 22585). Infatti, sebbene il danno non patrimoniale costituisca una categoria unitaria, le tradizionali sottocategorie di danno biologico e danno morale continuano a svolgere una funzione, per quanto solo descrittiva, del contenuto pregiudizievole preso in esame dal giudice al fine di dare contenuto e parametrare la liquidazione del danno risarcibile. Pertanto è erronea la sentenza di merito, la quale a tali sottocategorie abbia fatto riferimento, solo se, attraverso il ricorso al danno biologico ed al danno morale, siano state risarcite due volte le medesime conseguenze pregiudizievoli (ad esempio ricomprendendo la sofferenza psichica sia nel danno "biologico" che in quello "morale"); se, invece, facendo riferimento alle tradizionali locuzioni, il giudice abbia avuto riguardo a pregiudizi concretamente diversi, la decisione non può considerarsi erronea in diritto" (così la sentenza 19 febbraio 2013, n. 4043). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 04 Febbraio 2014.


Contratto di appalto – Richiesta di risarcimento danni – Compatibilità con la risoluzione – Sussiste – Rigetto della domanda di risoluzione – Conseguenze – Reiezione di quella di risarcimento – Non sussiste.
Il risarcimento del danno causato da vizi dell’opera appaltata, che abitualmente si concretizza nel rimborso, in favore del committente, delle spese che questi ha dovuto affrontare per fare fronte, tramite l'intervento di soggetti terzi, alle opere di ripristino occorrenti per rimediare all'inadempimento dell'appaltatore ai suoi obblighi contrattuali, rappresenta uno strumento rimediale non solo alternativo, quanto anche in possesso di piena autonomia rispetto alle diverse forme di tutela, quali la riduzione del prezzo e la risoluzione del contratto, che l'art. 1668 c.c. mette a disposizione del committente; pertanto, nel caso di contestuale proposizione delle due diverse domande, la reiezione di quest’ultima non determina il venire meno del presupposto per l'accoglimento di quella risarcitoria in quanto la stessa, fondandosi su presupposti diversi - quali un inadempimento del debitore che, pur se non tale da giustificare la risoluzione del contratto, abbia comunque provocato un danno – va esaminata dal giudice in modo autonomo rispetto a quella di risoluzione. (Gianluca Cascella) (riproduzione riservata) Tribunale Torre Annunziata, 07 Gennaio 2014.


Morte istantanea – Danno della vittima – Tesi dell’irrisarcibilità – Criticità – Radicamento del diritto risarcitorio nella sfera della vittima – Intervallo fra la condotta illecita e l’evento mortale – Frazione di secondo – Sufficienza.

Morte istantanea – Danno della vittima – Tesi dell’irrisarcibilità – Criticità – Vita e salute – Diversità ontologica – In configurabilità.

Morte istantanea – Danno della vittima – Tesi dell’irrisarcibilità – Criticità – Conseguenze – Irrisarcibilità del diritto alla vita – Presupposto implicito di ogni situazione giuridica soggettiva riconosciuta dall'ordinamento.

Morte istantanea – Danno della vittima – Tesi dell’irrisarcibilità – Criticità – Trasmissibilità – Configurabilità.

Morte istantanea – Danno della vittima – Tesi dell’irrisarcibilità – Criticità – Trasmissibilità – Configurabilità – Eventuali eccezioni.

Diritto alla vita – Fondamento costituzionale – Art. 2059 – Lettura conforme a Costituzione – Necessità.

Art. 2 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo (“Diritto alla vita”) – Efficacia diretta – Efficacia mediata, quale parametro del giudizio di costituzionalità – Configurabilità.

Art. 2 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo (“Diritto alla vita”) – Trattato di Lisbona – Regime proprio delle norme comunitarie – Applicabilità – Disapplicazione – Configurabilità.

Art. 2 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo (“Diritto alla vita”) – Trattato di Lisbona – Valenza quale  principio generale del diritto comunitario – Configurabilità.
.
La tesi che nega dignità risarcitoria al danno della vittima, nell’ipotesi di morte istantanea non va condivisa, verificandosi immediatamente l’iscrizione del diritto relativo, a contenuto risarcitorio, nella sfera giuridica del danneggiato e rappresentando, per contro, una forzatura logica il ritenere che, per il radicamento di un diritto in capo ad un qualunque soggetto, sia necessario che fra la condotta illecita e l’evento mortale, intercorra anche solo una frazione di secondo. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

La tesi che nega dignità risarcitoria al danno della vittima, nell’ipotesi di morte istantanea (c.d. tanatologico) non va condivisa dal momento che, con il pretesto della diversità ontologica fra salute e vita, si perviene a negare tutela ad un bene, il secondo, qualitativamente “superiore” al primo, almeno secondo una gerarchia astratta di valori; ciò obliterando che la vita e la salute sono dimensioni dell’essere umano assolutamente connesse ed imprescindibili l’una dall’altra, la salute appalesando uno stato di esistenza biologica. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

La tesi che nega dignità risarcitoria al danno della vittima, nell’ipotesi di morte istantanea non va condivisa; producendo, peraltro, la conseguenza paradossale di rendere irrisarcibile il diritto alla vita quale diritto soggettivo (al pari del diritto di proprietà), facente parte del patrimonio di ogni individuo e rappresentante il presupposto implicito di ogni situazione giuridica soggettiva riconosciuta dall'ordinamento. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

La tesi dell’irrisarcibilità - che nega il risarcimento per quanto la riparazione monetaria rappresenti la forma di tutela “minima” di ogni diritto di rilievo costituzionale - è criticabile anche sotto il profilo della c.d. intrasmissibilità del diritto al risarcimento, perché ad essere leso sarebbe un bene personalissimo in quanto ciò che si trasmette agli eredi non è il diritto personale alla vita, qual è anche quello alla salute, ma il diritto di credito al risarcimento del danno che, avendo natura patrimoniale, è senza dubbio trasmissibile, occorrendo distinguere la fonte genetica del danno (ovvero la lesione alla vita) dalla natura specifica del rimedio che ad esso vi riconnette l’ordinamento e che è, invece, patrimoniale. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

In ogni caso, alla luce delle acquisizioni medico-legali più recenti, deve ritenersi che l’evento-morte, come distruzione delle cellule cerebrali, sia effettivamente istantaneo solo nelle ipotesi di decapitazione e spappolamento del cervello, per cui, in ogni altra ipotesi, la trasmissione del credito risarcitorio deve essere possibile. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

Il diritto alla vita é riconosciuto dal nostro ordinamento - etero-integrato anche dal livello di tutela comunitaria - che, a garanzia dello stesso, predispone una serie di norme di rango costituzionale, direttamente precettive, come l’art. 2 cost. o l’art. 32 cost.., per cui la lettura conforme a Costituzione dell’art. 2059 c.c. deve indurre a sancire la dignità risarcitoria del bene alla vita. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

Deve considerarsi l’efficacia, se non diretta - per lo meno in termini di norma interposta del giudizio di costituzionalità - dell’art. 2 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo, in materia di “Diritto alla vita”, secondo cui il diritto di ogni persona alla vita è protetto dalla legge.» (art. 2, CEDU), norma dalla portata estremamente generica e ricomprensiva di ogni possibile declinazione del bene-vita, incluse le condizioni materiali e giuridiche perché la stessa possa svolgersi in modo dignitoso, così come gli strumenti processuali per ottenere la riparazione del danno. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

E’ ammissibile un’opzione ricostruttiva secondo cui le norme Cedu, e, quindi, anche l’art. 2 - dopo le modifiche introdotte dal Trattato di Lisbona - beneficiano del medesimo statuto di garanzia delle norme comunitarie, essendo non mere norme internazionali e mero parametro “interposto” di legittimità costituzionale di norme domestiche ex art. 117 Cost., bensì norme comunitarie (in quanto “comunitarizzate” con il Trattato di Lisbona); con conseguente legittimità del ricorso, per l’interprete, non più al solo strumento della rimessione alla Corte Costituzionale, per violazione dell’art. 117 Cost., primo comma, della norma interna che non consenta una tutela (idonea) – e compatibile coi dettami comunitari – di un diritto fondamentale di rilevanza comunitaria, ma al più incisivo meccanismo della disapplicazione, quale mezzo idoneo a consentire un controllo diffuso di compatibilità comunitaria. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

I diritti sanciti dalla C.e.d.u. sono tutelabili, quali principi generali del diritto comunitario, di fronte agli organi comunitari e a quelli degli stati membri. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)
Tribunale Brindisi, 12 Dicembre 2013.


Controversia in materia di immissioni – Cumulo con domanda risarcitoria – Competenza – Giudice di Pace – Sussiste.
L’art. 7 comma 3, n. 3 c.p.c., nell’assegnare la competenza esclusiva al Giudice di Pace "in materia di immissioni", ha attribuito una competenza generica, senza precisare la natura delle azioni che possano essere proposte. Pertanto, da un punto di vista oggettivo, deve ritenersi che appartengano alla cognizione del Giudice di Pace tutte le controversie in tema di immissioni: sia quelle dirette ad ottenere un provvedimento di carattere inibitorio, sia quelle risarcitorie ex artt. 2043 e 2059 c.c.. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 08 Novembre 2013.


Morte del congiunto - Errore professionale medico che abbia determinato la perdita di chances - Legittimazione dei prossimi congiunti - Esclusione - Perdita di chances - Danno concreto e attuale preesistente alla morte che sorge nel momento in cui viene posta in essere la condotta lesiva..
I prossimi congiunti di un soggetto deceduto, qualora sia accertata la sussistenza di un errore professionale del medico che abbia determinato non già la morte, ma la perdita di chances, non sono legittimati a chiedere il risarcimento del relativo danno, spettando tale legittimazione solo agli eredi, potendo tale danno essere reclamato solo iure hereditario. (Giulio Borella) (riproduzione riservata)

La chances è la concreta ed effettiva occasione favorevole di conseguire un determinato bene o risultato, giuridicamente ed economicamente suscettibile di autonoma valutazione, onde la sua perdita configura un danno concreto e attuale, preesistente alla morte, così che il danno sorge nel patrimonio dell’interessato al momento in cui viene posta in essere la condotta lesiva della chance e il diritto al risarcimento relativo, in caso di morte del titolare della chance o esito infausto dell’intervento, passa agli eredi e non ai prossimi congiunti. (Giulio Borella) (riproduzione riservata)
Tribunale Cremona, 24 Ottobre 2013.


Responsabilità sanitaria - Decreto Balduzzi D.L. 158/2012 - Principio di sussidiarietà penale - Sopravvivenza della responsabilità civile e del risarcimento del danno in sede civile - Onere della prova del sanitario - Verifica da parte del giudice del rispetto delle linee guida - Portata retroattiva del decreto - Esclusione - Ritardo diagnostico di sclerosi multipla - Nesso di causalità..
Il mero richiamo all'art. 2043 c.c., contenuto nell’art. 3 del D.L. 158/2012, convertito con modificazioni dalla L. 189/2012 (c.d. Decreto Balduzzi) non significa che il legislatore abbia inteso spingersi fino al punto di disciplinare il titolo della responsabilità sanitaria, riconducendolo al paradigma extracontrattuale: il DDL faceva espresso richiamo degli artt. 1176-2236 c.c.; l'art. 3 citato non rinvia all'art. 2043 c.c. nella sua interezza, limitandosi ad affermare che rimane fermo "l'obbligo" di cui all'art. 2043 c.c., ossia quello di risarcire il danno provocato; se poi il riferimento fosse all’obbligo del “neminem laedere” implicito nell’art. 2043 c.c., l’art. 3 cit. finirebbe con l'esprimere un concetto talmente ovvio e scontato, da svuotarlo completamente di significato.

Il sanitario, per andare esente da responsabilità, deve dimostrare di aver seguito le linee guida (specifiche per il sottogruppo cui appartiene il paziente), deve dimostrare che il caso del paziente rientra tra quelli considerati dalle linee guida prescelte e applicate (o dal sottogruppo considerato), ovvero, in caso di anomalie o specificità, dimostrare la loro irrilevanza ai fini del trattamento, oppure dimostrare di averne tenuto debitamente conto, adeguando le linee guida al caso di specie.

In seguito all'entrata in vigore dell'art. 3 del  c.d. Decreto Balduzzi (D.L. 158/2012, convertito con modificazioni dalla L. 189/2012) il giudice deve tenere conto del rispetto da parte del medico delle linee guida, per cui al sanitario rimane l'onere della prova di aver rispettato lo standard curativo della sottoclasse nella quale può essere fatto rientrare il paziente, e a quest'ultimo spetta la dimostrazione che il proprio caso presentava delle specificità che avrebbero reso opportuno adottare cautele o condotte non previste dalle linee guida, ma imposte dall'esperienza o dalla prudenza, previa dimostrazione che esse avrebbero condotto ad un risultato diverso e migliore.

L'art. 3 del c.d. Decreto Balduzzi (D.L. 158/2012, convertito con modificazioni dalla L. 189/2012) non ha portata retroattiva e non si applica ai fatti pregressi e ai processi in corso.

Un ritardo diagnostico della sclerosi multipla, che è patologia neurologica a carattere progressivo, connotata dal manifestarsi in tempi variabili e con estrema incostanza da individuo a individuo di disfunzionalità a carico di molteplici organi, non influisce sulle chances di guarigione, ma preclude  la possibilità di usufruire di terapie che avrebbero, in via di elevata probabilità, permesso un differente decorso clinico ed un miglioramento, seppur temporaneo, della qualità della vita della paziente. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Cremona, 01 Ottobre 2013.


Paziente ricoverato in ospedale – Caduta – Responsabilità dell’ospedale – Cd. fortuito incidentale – Esclusione..
L’ospedale non risponde della caduta del paziente all’interno della struttura - ai sensi dell’art. 2051 c.c. - dove le condizioni della stessa abbiano svolto un ruolo occasionale nella causazione dell'evento e rappresentato un mero tramite del danno, provocato da causa estranea: in questi casi si è in presenza del c.d. fortuito incidentale, idoneo ad interrompere il collegamento causale tra la cosa ed il danno. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 04 Giugno 2013, n. 14056.


Perdita del congiunto – Risarcimento del danno non patrimoniale – Morte dell’ascendente – Risarcimento del danno subito dai nipoti – Ammissibilità – Condizioni..
Il fatto illecito, costituito dalla uccisione del congiunto, dà luogo ad un danno non patrimoniale presunto, consistente nella perdita del rapporto parentale, allorché colpisce soggetti legati da uno stretto vincolo di parentela, la cui estinzione lede il diritto all'intangibilità della sfera degli affetti reciproci e della scambievole solidarietà che caratterizza la vita familiare nucleare. Perché, invece, possa ritenersi risarcibile la lesione del rapporto parentale subita da soggetti estranei a tale ristretto nucleo familiare (quali i nonni, i nipoti, il genero, o la nuora) è necessario che sussista una situazione di convivenza, in quanto connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l'intimità delle relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi, pratica della solidarietà e sostegno economico, solo in tal modo assumendo rilevanza giuridica il collegamento tra danneggiato primario e secondario, nonché la famiglia intesa come luogo in cui si esplica la personalità di ciascuno, ai sensi dell'art. 2 Cost.. (Cass. n. 4253 del 2012). E’ dunque risarcibile il danno non patrimoniali per i nipoti, in caso di uccisione della nonna, nel caso in cui sia stato provato, nel processo, che questi trascorrevano buona parte della giornata con l’ascendente, che li accudiva, provvedendo al soddisfacimento dei loro bisogni materiali ed affettivi, essendo i genitori impegnati in attività lavorativa (Il giudice liquida euro 30.000,00 per nipote). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Alessandria, 26 Aprile 2013.


Google – Cd. hosting attivo  – Sussiste – Neutralità – Esclusione (artt. 15, 16 d.lgs. 70/2003c.c.).

Google – Motore di ricerca – Funzioni di autocompletamento – Associazione di un nome con parole offensive e lesive del diritto all’onore – Responsabilità del gestore del motore di ricerca – Sussiste (art. 2043 c.c.).
.
L’evoluzione tecnica in materia di servizi internet ha determinato - in taluni casi - il superamento della figura dell’ISP, quale mero fornitore del supporto tecnico-informatico che consente l'accesso alla rete o alle informazioni, per condurre a una figura di "prestatore di servizi non completamente passiva e neutra rispetto alla gestione dei contenuti immessi dagli utenti (cd. hosting attivo)", che interviene attivamente nell'organizzazione e selezione del materiale trasmesso dagli utenti e che pone il prestatore al di là della posizione di mero fornitore di uno spazio di memorizzazione di contenuti o di un software di comunicazione che ne consenta la visualizzazione a terzi. Così gli aggregatori di contenuti e i motori di ricerca che non si limitino a fornire passivamente servizi di ospitalità di contenuti altrui, ma svolgano ulteriori attività non meramente automatiche e necessarie per la sola trasmissione o raccolta dei contenuti - quali attività di indicizzazione, organizzazione, selezione dei contenuti stessi - perdono la posizione di passività e neutralità per assumerne una propria e attiva che, se pure non può essere assimilata a quella del content provider - non essendo produttori e veicolatoti di contenuti editoriali propri -, li pone tuttavia in una posizione di ingerenza nell'organizzazione dei contenuti evidentemente non compatibile con la neutralità e passività previste dagli artt. 15 e 16 D.Lvo 70/03. In tali casi non trova applicazione la disciplina in materia di esonero di responsabilità e l'attività del ISP cd. "attivo" va esaminata alla luce degli ordinari criteri in materia di responsabilità aquiliana. In definitiva l'esclusione di responsabilità va dunque circoscritta alle ipotesi in cui il prestatore abbia svolto mera attività di intermediario, senza aver contribuito per fatto proprio alla formazione del contenuto dell'informazione. Google in quanto soggetto che offre servizi di ricerca via internet è certamente un Internet service provider e dunque un intermediario dell'informazione. In tale ambito Google si pone come hosting provider, in quanto offre un servizio consistente nella memorizzazione di informazioni fornite da terzi. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Le funzioni "Autocomplete" e "Ricerche correlate" lungi dal risultare essenziali per la fornitura dei servizi di trasporto e memorizzazione dei contenuti, costituiscono funzionalità aggiuntive che arricchiscono il motore di ricerca Google, rendendolo evidentemente più interessante e appetibile rispetto a motori meno "accessoriati". Ne consegue che con particolare riguardo alle funzioni "Autocomplete" e "Ricerche correlate" Google non può ritenersi un ISP cd. passivo, ma al contrario l'azienda svolge un ruolo attivo nell'aggregazione dei dati, totalmente riferibile all'iniziativa di Google, sia pure secondo un criterio automatico e predeterminato che l'azienda si è data a monte dell'erogazione del servizio; con la sua conseguente responsabilità extracontrattuale (ex art. 2043 c.c.) per i risultati eventualmente lesivi determinati dal meccanismo di funzionamento di questo particolare sistema di ricerca. Si tratta perciò di un software che solo astrattamente è "neutro" in quanto basato su di un sistema automatico di algoritmi matematici poiché esso perde tale neutralità ove produca - quale risultato dell'applicazione di tale automatismo basato sui criteri prescelti dal suo ideatore - un abbinamento improprio fra i termini di ricerca. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 25 Marzo 2013.


Google – Motore di ricerca – Funzioni di autocompletamento – Associazione di un nome con parole offensive e lesive del diritto all’onore – Responsabilità del gestore del motore di ricerca – Non Sussiste (art. 2043 c.c.)..
Va esclusa la qualità di contet provider di Google e affermato che i servizi di ricerca "Autocomplete" e "Ricerche correlate" funzionalità del motore di ricerca sono da ricondurre all'attività di caching - in quanto finalizzati a facilitare l'accesso alle informazioni fornite dal destinatario del servizio secondo la definizione dell'art. 15 D.Lvo 70/03 -, con esclusione della responsabilità del prestatore del servizio (Google) per il contenuto di tali informazioni. Ne consegue che la neutralità di Google nell’erogare il servizio di ricerca la rende non obbligata alla rimozione. Gli abbinamenti de quibus peraltro non danno origine a frasi di senso compiuto o alla manifestazione di un pensiero e non hanno valenza oggettivamente offensiva o insultante. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 23 Marzo 2013.


Concorrenza sleale - Mediazione - Violazione del principio del neminem laedere - Fattispecie..
Costituisce atto di concorrenza sleale ai sensi dell'articolo 2598 n. 3 c.c., volto a perseguire il proprio esclusivo profitto sottraendo al concorrente il potenziale acquirente, nonché atto contrario al principio del neminem laedere di cui all’art. 2043 c.c., il comportamento dell'agenzia di mediazione che, a fronte della dichiarazione del potenziale acquirente di aver già visionato l'immobile con altra agenzia, dichiari l'irrilevanza di tale circostanza e comunichi, contrariamente al vero, l'esistenza di rapporti di collaborazione tra le agenzie. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Milano, 20 Marzo 2013.


Espropriazione forzata – Consulente tecnico d’ufficio – Esperto stimatore nominato ai sensi dell’articolo 569 c.p.c. – Natura – Colpa grave – Rapporto di causalità..
La responsabilità del consulente tecnico d’ufficio, così come quella dell’esperto stimatore nominato ai sensi dell’art. 569, comma 1 c.p.c., è regolata dall’art. 64 c.p.c., sul metro della colpa grave. Il consulente, quindi, risponde dei danni cagionati alla parte che siano in rapporto di causalità con le sue attività e che siano connotate dal requisito della colpa grave. Ferma perciò la connotazione aquiliana dell’illecito, al danneggiato compete la prova, oltre che del danno, del nesso di causalità tra esso e la condotta del consulente e la caratterizzazione della colpa in capo a costui in termini di gravità. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Deve escludersi il nesso causale tra l’errata descrizione verbale della consistenza di un immobile sottoposto ad esecuzione forzata, contenuta nella relazione dell’esperto stimatore nominato ai sensi dell’art. 569, comma 1, c.p.c., e la decisione di chi, sulla base di essa, formula l’offerta di acquisto dell’immobile e  versa la cauzione prevista dall’art. 571 comma 2, c.p.c. allorchè nella predetta relazione sia esattamente individuato il compendio, mediante richiamo ai relativi dati catastali, e sia anche contenuta la raccomandazione che sarà onere di parte offerente “verificare, a propria cura, preventivamente il bene sotto ogni profilo”. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Verona, 19 Marzo 2013.


Domanda cautelare in corso di causa diretta ad ottenere la cancellazione dell’illegittima segnalazione a sofferenza alla centrale rischi – Inapplicabilità, in generale, della disciplina sul codice della privacy e, in particolare, del rimedio cautelare previsto dagli artt. 5 e 10, comma 4, del d. lgs. 1 settembre 2011 n. 150 – Provvedimento d’urgenza ex art. 700 c.p.c. – Ammissibilità – Modalità della segnalazione..
Nel caso di domanda cautelare diretta ad ottenere la cancellazione della segnalazione a sofferenza presso la centrale rischi difetta il presupposto per l’applicazione dell’art. 10, comma 4 del d. lgs. 150/2011, ossia l’esistenza di un provvedimento, inteso come atto di una autorità amministrativa, da rendere inefficace. La segnalazione infatti è una attività informativa, o meglio di trasmissione dati, che viene posta in essere direttamente da un soggetto privato, ossia l’istituto di credito convenuto, in conformità a quanto previsto dalla circolare sulla centrale rischi della Banca d’Italia n.139 dell’11 febbraio 1991, nell’ultimo aggiornamento (29 aprile 2011). In tale ipotesi, difettando un rimedio cautelare tipico, è ammissibile il ricorso al provvedimento ex art. 700 c.p.c.. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Allorquando chi agisce per ottenere la sospensione o la cancellazione del proprio nominativo dalla centrale rischi si duole non già delle modalità con cui i dati relativi all’insolvenza siano stati raccolti, trasmessi o gestiti ma semplicemente dell’assenza dei presupposti di fatto che legittimano la segnalazione alla centrale rischi, la relativa controversia non è riconducibile a quelle riguardanti l’applicazione della disciplina sul codice della privacy ma piuttosto a quel e da responsabilità da fatto illecito ex art. 2043 c.c.. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Verona, 18 Marzo 2013.


Immissioni – Danno da immissioni – Inibitoria ex art. 844 c.c. E risarcimento del danno ex art. 2043 c.c...
L'azione esperita dal proprietario del fondo danneggiato per l'eliminazione delle cause delle immissioni - che rientra tra quelle negatorie, di natura reale, a tutela della proprietà - deve essere proposta nei confronti del proprietario del fondo dal quale le immissioni provengono quando sia volta ad accertare in via definitiva l'illegittimità delle immissioni e ad ottenere il compimento delle modifiche strutturali del bene indispensabili per far cessare le stesse, e cumulativamente ad essa può essere introdotta l'azione per la responsabilità aquiliana prevista dall'art. 2043 c.c. per ottenere il risarcimento del pregiudizio di natura personale che sia derivato dalle immissioni stesse (L'azione ex art. 844 c.c. deve essere proposta nei confronti del proprietario del fondo, dal momento che tale norma regola un rapporto tra proprietari di fondi vicini e non tra autori materiali delle immissioni; inoltre, spetta al proprietario del fondo porre in essere tutte le cautele idonee ad evitare le immissioni dannose, anche se derivanti da attività in sé legittima e da chiunque esse siano provocate. Va, pure, specificato che un parco giochi può essere oggetto di alcune regolamentazioni e limitazioni di accesso tese al migliore utilizzo della cosa e ad evitare danni a terzi). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 27 Febbraio 2013.


Giurisdizione – Immissioni – Danno da immissioni – Inibitoria ex art. 844 c.c. E risarcimento del danno ex art. 2043 c.c. – Giurisdizione del giudice ordinario..
Rientra nella giurisdizione del giudice ordinario la domanda diretta ad ottenere l'esecuzione di opere idonee ad eliminare le immissioni, in quanto la parte agisce a tutela dei diritti soggettivi lesi dalle immissioni stesse, senza investire alcun provvedimento amministrativo (Cass. S.U. 15-10-1998 n. 10186); inoltre è stato affermato da questa Corte che nelle controversie che hanno ad oggetto la tutela del diritto alla salute (come la presente controversia) garantito dall'art. 32 Cost., la P.A. è priva di alcun potere di affievolimento della relativa posizione soggettiva, sicché la domanda di risarcimento del danno proposta dai privati nei confronti della medesima o dei suoi concessionari è devoluta alla cognizione del giudice ordinario (Cass. S.U. Ord. 8-3-2006 n. 4908). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 27 Febbraio 2013.


Responsabilità professionale dell’esercente una professione sanitaria – Art. 3 L. 8 novembre 2012, n. 189 – Responsabilità del medico – Riferimento all’art. 2043 c.c. – Adesione del Legislatore al modello di responsabilità aquiliana – Esclusione..
L’art. 3 comma I della Legge n. 189/12 non impone alcun ripensamento dell’attuale inquadramento contrattuale della responsabilità sanitaria (che non sarebbe neppure funzionale ad una politica di abbattimento dei risarcimenti giacché la responsabilità solidale della struttura nel cui ambito operano i sanitari che verrebbero riassoggettati al regime aquiliano conserverebbe comunque natura contrattuale, in virtù del contratto di ‘spedalità’ o ‘assistenza sanitaria’ che viene tacitamente concluso con l’accettazione del paziente), ma si limita (nel primo periodo) a determinare un’esimente in ambito penale (i cui contorni risultano ancora tutti da definire), a fare salvo (nel secondo periodo) l’obbligo risarcitorio e a sottolineare (nel terzo periodo) la rilevanza delle linee guida e delle buone pratiche nel concreto accertamento della responsabilità (con portata sostanzialmente ricognitiva degli attuali orientamenti giurisprudenziali). (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Arezzo, 14 Febbraio 2013.


Danno da diminuzione della capacità lavorativa specifica – Risarcibilità – Onere della prova – A carico del danneggiato.

Danno esistenziale – Risarcibilità – Esclusione.
.
L’accertamento di postumi, incidenti con una certa entità sulla capacità lavorativa specifica, non comporta l'automatico obbligo del danneggiante di risarcire il pregiudizio patrimoniale, conseguenza della riduzione della capacità di guadagno derivante dalla ridotta capacità lavorativa specifica e, quindi, di produzione di reddito. Detto danno patrimoniale sussiste solo se tale invalidità abbia prodotto una riduzione della capacità lavorativa specifica e deve, perciò, essere accertato in concreto; a tal fine, il danneggiato è tenuto a dimostrare, anche tramite presunzioni, di svolgere un'attività produttiva di reddito e di non aver mantenuto, dopo l'infortunio, una capacità generica di attendere ad altri lavori confacenti alle sue attitudini personali. Occorre, in altre parole, la dimostrazione che la riduzione della capacità lavorativa si sia tradotta in un effettivo pregiudizio patrimoniale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Nel nostro ordinamento non esiste l'autonoma categoria del danno "esistenziale", in quanto, ove in essa si ricomprendano i pregiudizi che scaturiscono dalla lesione di interessi di rango costituzionale della persona, ovvero derivanti da fatti-reato, essi sono già risarcibili ai sensi dell'art. 2059 cod.civ.. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 12 Febbraio 2013, n. 3290.


Incapacità lavorativa generica - Incapacità lavorativa specifica - Danno patrimoniale - Configurabilità.

Capacità lavorativa generica - Capacità lavorativa specifica - Differenze sotto il profilo ontologico - Non configurabilità - Diversa graduazione quantitativa - Configurabilità.

Danno alla capacità lavorativa generica - Riconduzione al danno non patrimoniale di tipo biologico - Contraddittorietà con autonomia del danno biologico da riflessi reddituali ed economici.
.
Danno biologico e, quindi, non patrimoniale, dovrebbe considerarsi il danno all’integrità psico-fisica e non anche il pregiudizio consistente nell’inidoneità (totale o parziale, tanto generica quanto specifica) allo svolgimento di qualunque attività lavorativa che, per contro, ha natura essenzialmente patrimoniale. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

Non si comprende quale differenza esista sotto il profilo ontologico fra la capacità lavorativa generica e quella specifica, se non la diversa graduazione quantitativa delle stesse, alludendo la prima all’inidoneità all’espletamento di una qualunque attività, suscettibile di dare luogo a reddito e la seconda ad un’incapacità “settoriale” o limitata, perché circoscritta ad attività individuali e specifiche; pertanto, differenziare le due categorie di pregiudizio ha quale conseguenza logica, invero discutibile, che il danno sia da considerarsi patrimoniale o non patrimoniale, a secondo della minore o maggiore incidenza su un medesimo bene della vita: l’attitudine del soggetto al lavoro. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

La riconduzione della compromissione della generica attitudine a svolgere un lavoro al danno non patrimoniale di tipo biologico appare in contrasto con l’affermata - e inveterata - autonomia del danno biologico da riflessi reddituali ed economici ed, in particolare, dalle potenzialità lavorative del danneggiato. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)
Tribunale Brindisi, 06 Febbraio 2013.


Notaio – Funzione pubblica – Obbligo di adoperarsi per l’adeguamento della volontà delle parti alle regole fondamentali dell’ordinamento – Utilizzo della forma della scrittura privata autenticata con l’inserimento di clausole di dispensatrici da responsabilità – Ammissibile solo in casi eccezionali.

Notaio – Funzione pubblica e libero professionale – Funzione subalterna della prestazione d’opera intellettuale rispetto gli obblighi di funzione pubblica – Dovere di garantire la sicurezza dei traffici immobiliari – Divieto di giovarsi dell’esonero espresso da responsabilità in presenza di iscrizione pregiudizievole.

Notaio – Forma dell’atto pubblico quale primaria ed ordinaria – Utilizzo di forma meno solenne – Rispetto di principi fondanti del rapporto professionale e della funzione pubblica – Utilizzo di scrittura privata – Obbligo di garantire il rispetto dello stesso standard di qualità richiesto dall’atto pubblico – Sussistenza.
.
L’ordinamento non prevede che il notaio sia un mero registratore, ossia che si limiti a riportare nell’atto ogni dichiarazione delle parti, ma, al contrario, esige, al fine della certezza dei rapporti giuridici, che egli si adoperi per l’adeguamento della volontà delle parti alle regole fondamentali dell’ordinamento, in guisa che il risultato programmato, sovente negoziale, possa effettivamente essere conseguito. Per tale ragione, il ricorso alla forma della scrittura privata autenticata e l’inserimento di clausole dispensatrici da responsabilità può ammettersi solo in casi eccezionali, nei quali le parti concretamente abbiano sottoposto al notaio una scrittura privata da essi stessi preparata e sottoscritta e abbiano esonerato il notaio dal compito di effettuare le necessarie visure catastali sulla base di una serie di esigenze concrete. Questa conclusione, unanimemente sostenuta dalla giurisprudenza di merito e da quella di legittimità, corrisponde anche al sentire comune della collettività, la quale affida la certezza dei propri trasferimenti ad un pubblico ufficiale specializzato che ne garantisca la precisione e la sicurezza. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La giurisprudenza della corte di cassazione, coniugando in un legame indissolubile la funzione pubblica con quella libero-professionale del notaio, ha posto il contratto di prestazione d’opera intellettuale in posizione subalterna rispetto agli obblighi di funzione pubblica, laddove gli interessi in gioco sono prevalentemente di portata generale, così come quando occorra garantire la sicurezza dei traffici immobiliari. Ad ulteriore conferma di ciò, vi è il principio secondo cui il notaio non può neppure giovarsi dell’esonero espresso da responsabilità, qualora vi sia il concreto sospetto dell’esistenza di una iscrizione pregiudizievole, essendo egli tenuto a informarne comunque le parti, atteso il suo indefettibile compito di garantire la certezza e la sicurezza dei trasferimenti. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Ai sensi dell’art. 47 cod. deont. notarile, l’atto pubblico costituisce “la forma primaria ed ordinaria di atto notarile, che il notaio deve di norma utilizzare nella presunzione che ad esso le parti facciano riferimento quando ne richiedono l’intervento, se non risulta una diversa volontà e salva la particolare struttura dell’atto”. Pertanto, anche laddove una serie di circostanze permettesse di ritenere legittima e fondata la scelta della forma meno solenne, l’attività del notaio non deve in ogni caso venir meno al rispetto di una serie di principi, per così dire, fondanti del rapporto professionale e della funzione pubblica e ciò appare tanto più vero, quanto più la scelta dipenda dalla decisione del notaio stesso e non da quella delle parti. In altri termini, salvo il caso (peraltro non così frequente) in cui la scrittura privata sia stata interamente predisposta, formulata, e redatta dalle stesse parti (o da altri professionisti di loro fiducia) e venga sottoposta al notaio per la sola autenticazione delle firme, in tutti gli altri casi, poiché la scelta della forma della scrittura privata avviene ad opera del notaio stesso, egli è tenuto a garantire il rispetto dello stesso standard di qualità richiesto dall’atto pubblico proprio in ragione della circostanza secondo cui vige un principio di equiparazione fra le due forme ‘quoad effectum’ (di qui la indubbia rilevanza di esperire attività preparatorie assolutamente essenziali, quali, ad esempio, le indagini ipotecarie e catastali). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Appello Milano, 29 Gennaio 2013.


Pignoramento di bene immobile - Detenzione in base a titolo non opponibile alla procedura - Azione per il risarcimento dei danni da ritardata consegna - Titolarità in capo al custode giudiziario..
Nell’ipotesi di detenzione di un immobile pignorato in forza di titolo non opponibile alla procedura esecutiva, ai sensi dell'articolo 2913 c.c., (nella specie preliminare di vendita successivo alla trascrizione del pignoramento del bene), è configurabile, in favore del custode giudiziario autorizzato ad agire in giudizio - quale organo pubblico della procedura esecutiva, ausiliare del giudice - un danno risarcibile, che deriva dall’impossibilità di proficua utilizzazione del bene pignorato e dalla difficoltà che lo stesso sia venduto quanto prima al suo valore di mercato; risarcimento sul quale si estende il pignoramento, quale frutto, ex articolo 2912 c.c.. Cassazione civile, sez. III, 16 Gennaio 2013, n. 924.


Pacchetto turistico “tutto compreso” – Responsabilità del tour operator – Risoluzione del contratto – Obbligo restitutorio - Utilizzo della struttura dal parte del contraente – Irrilevanza.

Pacchetto turistico “tutto compreso” – Responsabilità del tour operator – Danno da vacanza rovinata – Prova del verificarsi del danno – E' sufficiente la prova dell’inadempimento.
.
La vanificazione della finalità essenziale del pacchetto turistico acquistato rende irrilevante, ai fini del giudizio di responsabilità e della quantificazione del danno, il fatto che gli attori abbiano utilizzato sino alla fine la struttura e giustifica la risoluzione del contratto con conseguente restituzione del prezzo, oltre interessi dalla corresponsione al saldo. (Enrico Zuccato) (riproduzione riservata)

In tema di danno non patrimoniale “da vacanza rovinata”, inteso come disagio psicofisico conseguente alla mancata realizzazione in tutto o in parte della vacanza programmata, la raggiunta prova dell’inadempimento esaurisce in sé la prova anche del verificarsi del danno, atteso che gli stati psichici interiori dell’attore, per un verso, non possono formare oggetto di prova diretta e, per altro verso, sono desumibili dalla mancata realizzazione della “finalità turistica” (che qualifica il contratto) e dalla concreta regolamentazione contrattuale delle diverse attività e dei diversi servizi, in ragione della loro essenzialità alla realizzazione dello scopo vacanziero. (Enrico Zuccato) (riproduzione riservata)
Tribunale Verona, 19 Dicembre 2012.


Esecuzione iniziata in base a titolo successivamente dichiarato inesistente - Effetti della vendita medio tempore effettuata - Salvezza dei diritti del terzo aggiudicatario - Condizioni - Diritto dell'esecutato al risarcimento del danno nei confronti dell'espropriante - Sussistenza.
Il sopravvenuto accertamento dell'inesistenza di un titolo idoneo a giustificare l'esercizio dell'azione esecutiva non fa venir meno l'acquisto dell'immobile pignorato, che sia stato compiuto dal terzo nel corso della procedura espropriativa in conformità alle regole che disciplinano lo svolgimento di tale procedura, salvo che sia dimostrata la collusione del terzo col creditore procedente. In tal caso, tuttavia, resta salvo il diritto dell'esecutato di far proprio il ricavato della vendita e di agire per il risarcimento dell'eventuale danno nei confronti di chi, agendo senza la normale prudenza, abbia dato corso al procedimento esecutivo in difetto di un titolo idoneo. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 28 Novembre 2012, n. 21110.


Responsabilità professionale dell’esercente una professione sanitaria – Art. 3 L. 8 novembre 2012, n. 189 – Responsabilità del medico – Riferimento all’art. 2043 c.c. – Adesione del Legislatore al modello di responsabilità aquiliana – Sussiste..
L’art. 3 della 189/2012 - prevedendo che nei casi in cui il medico non risponda penalmente, comunque sia tenuto all’obbligazione civile del risarcimento, ai sensi dell’art. 2043 del codice civile - suggerisce l’adesione al modello di responsabilità civile medica come disegnato anteriormente al 1999, in cui, come noto, in assenza di contratto, il paziente poteva richiedere il danno iatrogeno esercitando l’azione aquiliana. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Varese, 26 Novembre 2012.


Dichiarazione giudiziale di paternità – Cumulo con le domande a contenuto economico (Rimborso quota mantenimento, risarcimento del danno) – Ammissibilità – Sussiste..
Per esigenze di economia processuale, il rapporto che esiste fra la dichiarazione giudiziale di paternità naturale e le domande a contenuto economico non impedisce che le rispettive azioni possano essere svolte in un unico processo e possano essere decise in un unico contesto, fermo restando che il credito potrà essere azionato - o la condanna potrà essere eseguita - solo all'esito del passaggio in giudicato del capo relativo all'accertamento dello status di figlia/figlio (Si richiama Cass. Civ. n. 5652 del 2012 e Cass. Civ. 17914/2010: "la domanda di rimborso delle somme anticipate da un genitore può essere proposta nel giudizio di accertamento della paternità o maternità naturale, mentre l'esecuzione del titolo e la conseguente decorrenza della prescrizione del diritto a contenuto patrimoniale richiedono la preventiva definitività della sentenza di accertamento dello "status"). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Sulmona, 26 Novembre 2012.


Dichiarazione giudiziale di paternità – Cumulo con le domande a contenuto economico (Rimborso quota mantenimento, risarcimento del danno) – Ammissibilità – Sussiste. .
Per esigenze di economia processuale, il rapporto che esiste fra la dichiarazione giudiziale di paternità naturale e le domande a contenuto economico non impedisce che le rispettive azioni possano essere svolte in un unico processo e possano essere decise in un unico contesto, fermo restando che il credito potrà essere azionato - o la condanna potrà essere eseguita - solo all'esito del passaggio in giudicato del capo relativo all'accertamento dello status di figlia/figlio (Si richiama Cass. Civ. n. 5652 del 2012 e Cass. Civ. 17914/2010: "la domanda di rimborso delle somme anticipate da un genitore può essere proposta nel giudizio di accertamento della paternità o maternità naturale, mentre l'esecuzione del titolo e la conseguente decorrenza della prescrizione del diritto a contenuto patrimoniale richiedono la preventiva definitività della sentenza di accertamento dello "status"). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Sulmona, 26 Novembre 2012.


Danno cagionato da animali – Risarcimento del danno – Rapporto fra uomo e animale – Lesione o uccisione dell’animale da affezione – Danno non patrimoniale – Risarcibilità – Sussistenza..
Anche in considerazione della legge n. 201/2010, con cui lo Stato Italiano ha ratificato la Convenzione Europea per la protezione degli animali da compagnia (la quale valorizza l’importanza di questi ultimi a causa del contributo che essi forniscono alla qualità della vita e dunque il loro valore per la società), il rapporto tra padrone ed animale da affezione deve essere oggi ritenuto espressione di una relazione che costituisce occasione di completamento e sviluppo della personalità individuale e, quindi, come vero e proprio bene della persona, tutelato dall’art. 2 della Costituzione. Laddove allegato, provato e dotato dei necessari requisiti di gravità, è pertanto risarcibile il danno non patrimoniale subito a causa della perdita dell’animale d’affezione o della sua lesione. Tale danno ha natura di debito di valore ed è pertanto suscettibile di rivalutazione monetaria. (Fabrizio De Francesco) (riproduzione riservata) Tribunale Torino, 29 Ottobre 2012.


Responsabilità ex art. 2051 c.c. per i danni cagionati da cose in custodia - Beni demaniali - Responsabilità oggettiva - Inapplicabilità della presunzione quando non sia possibile esercitare la custodia - Responsabilità ex art. 2043 c.c..
La responsabilità ex art. 2051 c.c. per i danni cagionati da cose in custodia, configurabile anche nell’ipotesi di beni demaniali in effettiva custodia della P.A., ha carattere oggettivo, e, perché tale responsabilità possa configurarsi in concreto, è sufficiente che sussista il nesso causale tra la cosa in custodia e il danno arrecato, senza che rilevi al riguardo la condotta del custode e l’osservanza o meno di un obbligo di vigilanza, per cui tale tipo di responsabilità è esclusa solo dal caso fortuito, fattore che attiene non già ad un comportamento del responsabile bensì al profilo causale dell’evento, riconducibile non alla cosa ma ad un elemento esterno, recante i caratteri dell’oggettiva imprevedibilità ed inevitabilità e che può essere costituito anche dal fatto del terzo o dello stesso danneggiante.
La presunzione di responsabilità per danni da cose in custodia di cui all’art. 2051 c.c., non si applica agli enti pubblici per danni subiti dagli utenti di beni demaniali ogni qual volta sul bene demaniale, per le sue caratteristiche, non sia possibile esercitare la custodia, intesa quale potere di fatto sulla stessa: l’estensione del bene demaniale e l’utilizzazione generale e diretta dello stesso da parte di terzi, sono solo figure sintomatiche dell’impossibilità della custodia da parte della P.A., da valutare comunque in concreto ad opera del giudice; mentre elementi sintomatici della possibilità di custodia del bene sono invece il posizionamento della strada nel perimetro urbano, nonché la qualificazione di autostrada, per natura destinata alla percorrenza veloce in condizioni di sicurezza.
Ove non sia applicabile la disciplina della responsabilità ex art. 2051 c.c., per l’impossibilità in concreto dell’effettiva custodia del bene demaniale, l’ente pubblico risponde dei danni da detti beni, subiti dall’utente, secondo la regola generale dettata dall’art. 2043 c.c., che non prevede alcuna limitazione della responsabilità dell’amministrazione per comportamento colposo alle sole ipotesi di insidia o trabocchetto; in questo caso graverà sul danneggiato l’onere della prova dell’anomalia del bene demaniale della strada, fatto di per sé idoneo in linea di principio a configurare il comportamento colposo della P.A., sulla quale ricade invece l’onere della prova dei fatti impeditivi della propria responsabilità, quali ad esempio la possibilità in cui l’utente si sia trovato di percepire o prevedere con l’ordinaria diligenza la suddetta anomalia. Tanto in ipotesi di responsabilità oggettiva della P.A. ex art. 2051 c.c., quanto in ipotesi di responsabilità della stessa ex art. 2043 c.c., il comportamento colposo del soggetto danneggiato nell’uso di bene demaniale, che sussiste anche quando egli abbia usato il bene demaniale senza la normale diligenza o con affidamento soggettivo anomalo, esclude la responsabilità dell’amministrazione se tale comportamento è idoneo ad interrompere il nesso eziologico tra la causa del danno e il danno stesso, integrando altrimenti un concorso di colpa ai sensi dell’art. 1227 comma 1 c.c., con conseguente diminuzione della responsabilità del danneggiante in proporzione all’incidenza causale del comportamento del danneggiato. In ogni caso, il principio di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato postulato dall’art. 112 c.p.c., non osta a che il Giudice renda una pronuncia in base ad una norma giuridica diversa da quella invocata dall’istante, id est l’art. 2051 c.c. in luogo dell’art. 2043 c.c., laddove la pronuncia si fondi su fatti ritualmente allegati e provati, essendovi solo il divieto di attribuire alla parte un bene della vita diversa da quello richiesto. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)
Tribunale Reggio Emilia, 23 Ottobre 2012.


Omessa diagnosi di malformazione del feto – Conseguente nascita indesiderata – Lesione dell'autodeterminazione della gestante – Sussiste.

Omessa diagnosi di malformazione del feto – Conseguente nascita indesiderata – Lesione dell'autodeterminazione della gestante – Propagazione delle conseguenze dell'illecito anche ai fratelli e sorelle – Sussiste.

Nascituro – Diritto al risarcimento qualora il consenso informato circa il rischio di malformazioni prenatali sarebbe stato funzionale soltanto alla interruzione di gravidanza da parte della donna – Esclusione a partire da Cass. Civ. n. 14488/2004 confermata da Cass. Civ. 10741/2009 – Revirement – “Diritto a non nascere se non sano” come locuzione equivoca.
.
In tema di responsabilità del medico per omessa diagnosi di malformazioni del feto e conseguente nascita indesiderata, l'inadempimento del medico rileva in quanto impedisce alla donna di compiere la scelta di interrompere la gravidanza. Infatti la legge, in presenza di determinati presupposti, consente alla donna di evitare il pregiudizio che da quella condizione del figlio deriverebbe al proprio stato di salute e rende corrispondente a regolarità causale che la gestante interrompa la gravidanza se informata di gravi malformazioni del feto. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

L’indagine sulla platea dei soggetti aventi diritto al risarcimento del danno in caso di nascita indesiderata, non può non essere estesa, oltre che al padre anche ai fratelli e alle sorelle del neonato, dei quali non può non presumersi l’attitudine a subire un serio danno non patrimoniale, anche a prescindere dagli eventuali risvolti e delle inevitabili esigenze assistenziali destinate ad insorgere, secondo l’id quod plerumque accidit, alla morte dei genitori. Danno intanto consistente, tra l’altro nella inevitabile, minor disponibilità dei genitori nei loro confronti, in ragione del maggior tempo necessariamente dedicato al figlio affetto da handicap, nonché nella diminuita possibilità di godere di un rapporto parentale con i genitori stessi costantemente caratterizzato da serenità e distensione; le quali appaiono invece non sempre compatibili con lo stato d’animo che ne informerà il quotidiano per la condizione del figlio meno fortunato; consci - entrambi i genitori - che il vivere una vita malformata è di per sé una condizione esistenziale di potenziale sofferenza, pur senza che questo incida affatto sull’orizzonte di incondizionata accoglienza dovuta ad ogni essere umano che si affaccia alla vita qual che sia la concreta situazione in cui si trova - principio cardine non di una sola, specifica morale, ma di una stessa ed universale Etica (e bioetica) della persona, caratterizzata dalla insostituibile centralità della coscienza individuale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Va riconosciuto al neonato/soggetto di diritto/giuridicamente capace (art. 1 c.c.) il diritto a chiedere il risarcimento dal momento in cui è nato. In caso di cd. nascita indesiderata, la domanda risarcitoria avanzata personalmente dal bambino malformato trova il suo fondamento negli artt. 2, 3, 29, 30 e 32 della Costituzione. Il vulnus lamentato da parte del minore malformato, difatti, non è la malformazione in sé considerata - non è, in altri termini, l’infermità intesa in senso naturalistico (o secondo i dettami della scienza medica), bensì lo stato funzionale di infermità, la condizione evolutiva della vita handicappata intese come proiezione dinamica dell’esistenza che non è semplice somma algebrica della vita e dell’handicap, ma sintesi di vita ed handicap, sintesi generatrice di una vita handicappata. Non è a discorrersi, pertanto, di non meritevolezza di una vita handicappata, ma una vita che merita di essere vissuta meno disagevolmente, attribuendo direttamente al soggetto che di tale condizione di disagio è personalmente portatore il dovuto importo risarcitorio, senza mediazioni di terzi, quand’anche fossero i genitori, ipoteticamente liberi di utilizzare il risarcimento a loro riconosciuto ai più disparati fini. Conseguentemente, risulta innegabile come l’esercizio del diritto al risarcimento da parte del minore in proprio non sia in alcun modo riconducibile ad un impersonale “non nascere”, ma si riconnetta, personalmente e soggettivamente, a quella singola, puntuale e irripetibile vicenda umana che riguarda quel determinato (e altrettanto irripetibile) soggetto che, invocando un risarcimento, fa istanza al giudice di piena attuazione del dettato costituzionale dianzi evocato, onde essere messo in condizione di poter vivere meno disagevolmente, anelando ad una meno incompleta realizzazione dei suoi diritti di individuo singolo e di parte sociale scolpiti nell’art. 2 della Costituzione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 02 Ottobre 2012, n. 16754.


Responsabilità civile - In genere - Da contatto sociale - Configurabilità - Presupposti - Specifico obbligo di protezione verso i terzi - Necessità - Fondamento.
La cosiddetta responsabilità "da contatto sociale", soggetta alle regole della responsabilità contrattuale pur in assenza d'un vincolo negoziale tra danneggiante e danneggiato, è configurabile non in ogni ipotesi in cui taluno, nell'eseguire un incarico conferitogli da altri, nuoccia a terzi, come conseguenza riflessa dell'attività così espletata, ma soltanto quando il danno sia derivato dalla violazione di una precisa regola di condotta, imposta dalla legge allo specifico fine di tutelare i terzi potenzialmente esposti ai rischi dell'attività svolta dal danneggiante, tanto più ove il fondamento normativo della responsabilità si individui nel riferimento dell'art. 1173 cod. civ. agli altri atti o fatti idonei a produrre obbligazioni in conformità dell'ordinamento giuridico. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 11 Luglio 2012.


Responsabilità civile - In genere - Società - Aumento del capitale - Responsabilità dell'"advisor" per erronea fissazione del prezzo delle azioni da emettere - Natura - Conseguenze

Società - Di capitali - Società per azioni - Costituzione - Modi di formazione del capitale - Modificazioni dell'atto costitutivo - Contenuto delle modificazioni - Aumento del capitale - Nuove azioni - Conferimenti in natura - Responsabilità dell'"advisor" per erronea fissazione del prezzo delle azioni da emettere - Natura - Conseguenze
.
La responsabilità d'una società di consulenza, per erronea fissazione del prezzo di emissione delle nuove azioni in occasione di un aumento del capitale sociale, da liberare mediante conferimento in natura di azioni di altra società da acquisire, ha natura contrattuale nei confronti di chi le ha conferito l'incarico, e natura extracontrattuale nei confronti dei terzi, non essendo configurabile rispetto a questi ultimi una "responsabilità da contatto sociale" della prima. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 11 Luglio 2012.


Risarcimento danni – Lesioni – RC Auto – Micropermanenti – Colpo di frusta. Questione pregiudiziale innanzi alla CORTE DI GIUSTIZIA: “se alla luce delle direttive 72/166/CEE, 84/5/CEE, 90/232/CEE e 2009/103/CE che regolano la assicurazione obbligatoria in materia di responsabilità civile derivante dalla circolazione di autoveicoli sia consentito alla legislazione interna di uno Stato membro di prevedere – attraverso la quantificazione obbligatoria ex lege dei soli danni derivanti da sinistri stradali – una limitazione di fatto (sotto il profilo della quantificazione) della responsabilità per danni non patrimoniali posti a carico dei soggetti (le compagnie assicuratrici) (art. 139 Cod. Ass.)..
Si richiede alla CGUE se alla luce delle direttive 72/166/CEE, 84/5/CEE, 90/232/CEE e 2009/103/CE che regolano la assicurazione obbligatoria in materia di responsabilità civile derivante dalla circolazione di autoveicoli sia consentito alla legislazione interna di uno Stato membro di prevedere – attraverso la quantificazione obbligatoria ex lege dei soli danni derivanti da sinistri stradali – una limitazione di fatto (sotto il profilo della quantificazione) della responsabilità per danni non patrimoniali posti a carico dei soggetti (le compagnie assicuratrici) obbligati ai sensi delle medesime direttive a garantire l’assicurazione obbligatoria per i danni da circolazione dei veicoli. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Tivoli, 20 Giugno 2012.


Suicidio del degente in casa di cura/per anziani – Azione risarcitoria del parente – Danno iure proprio – Responsabilità risarcitoria ex art. 2043 c.c. e non anche 1218 c.c. – Sussiste..
E’ pur vero che la più recente giurisprudenza della Suprema Corte ha definitivamente riconosciuto la risarcibilità del danno non patrimoniale anche in caso di inadempimento contrattuale. Tuttavia, ove un terzo chieda il risarcimento del danno non patrimoniale da sé stesso subito a causa dell’inadempimento della casa di cura nei confronti del paziente, l’ambito risarcitorio nel quale la domanda deve essere inquadrata è necessariamente di natura extracontrattuale, con conseguente onere per l’attore di provare il comportamento colposo della struttura. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 08 Maggio 2012, n. 6914.


Suicidio del degente in casa di cura per anziani – Azione risarcitoria del parente – Danno iure proprio – Responsabilità risarcitoria ex art. 2043 c.c. E non anche 1218 c.c. – Sussiste..
E’ pur vero che la più recente giurisprudenza della Suprema Corte ha definitivamente riconosciuto la risarcibilità del danno non patrimoniale anche in caso di inadempimento contrattuale. Tuttavia, ove un terzo chieda il risarcimento del danno non patrimoniale da sé stesso subito a causa dell’inadempimento della casa di cura nei confronti del paziente, l’ambito risarcitorio nel quale la domanda deve essere inquadrata è necessariamente di natura extracontrattuale, con conseguente onere per l’attore di provare il comportamento colposo della struttura. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 08 Maggio 2012, n. 6914.


Gestore di impianto sportivo – Responsabilità per incidenti occorsi agli sportivi durante le prove – Sussistenza – Fattispecie..
Il responsabile di attrezzature sportive o ricreative è titolare di una posizione di garanzia a tutela dell'incolumità di coloro che le utilizzano, anche a titolo gratuito, sicché, al fine di sottrarsi ad ogni responsabilità, deve avere predisposto le normali cautele atte a contenere il rischio nei limiti confacenti alla specifica attività sportiva, nel rispetto di eventuali regolamenti sportivi, principio da ritenersi applicabile anche nell’ipotesi in cui, nell’ambito dell’impianto (nel caso di specie predisposto per l’utilizzo di moto da cross), siano in corso delle prove e non la vera e propria attività agonistica. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova, 17 Aprile 2012.


Società a responsabilità limitata - Responsabilità degli amministratori - Fondamento dell'azione di responsabilità promossa dei creditori sociali - Articolo 2394 CC - Esclusione - Articolo 203 c.c. - Comportamento doloso o colposo dell'amministratore - Necessità..
In mancanza di una espressa previsione di legge, la legittimazione dei creditori sociali a promuovere l'azione di responsabilità per i danni derivanti dalla mancata conservazione del patrimonio sociale trova fondamento nell'articolo 2043 c.c. e non nell'articolo 2394 c.c., il quale non è applicabile in via analogica alle società a responsabilità limitata. Da ciò consegue che il comportamento dannoso dell'amministratore deve essere caratterizzato da dolo o colpa. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Verona, 16 Aprile 2012.


Azione di responsabilità nei confronti degli amministratori - legittimazione del curatore - Azione di natura unitaria ed inscindibile..
La riforma della legge fallimentare, nell'attribuire al curatore la legittimazione esclusiva all'esercizio di tutte le azioni di responsabilità nei confronti degli amministratori che trovino fondamento nella disciplina di diritto sostanziale ha confermato il principio espresso dalla giurisprudenza secondo il quale l'azione di responsabilità esercitata dal curatore del fallimento ai sensi dell'articolo 146, legge fallimentare ha natura contrattuale e carattere unitario ed inscindibile, essendo il frutto della confluenza in un unico rimedio delle due diverse azioni di cui agli articoli 2393 e 2394 c.c.. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Verona, 16 Aprile 2012.


Azione di responsabilità nei confronti degli amministratori - dichiarazione di fallimento - Legittimazione esclusiva del curatore..
Lo scopo dell'azione di responsabilità esercitata dal curatore fallimentare non è quello di reintegrare il patrimonio dei singoli creditori, bensì quello di attuare, per il tramite della ricostruzione del patrimonio del fallito, il concorso dei creditori anche sul patrimonio dell'amministratore. Da ciò consegue che il danno risarcibile non è quello cagionato al singolo creditore, ma quello subito dal patrimonio della società, con l'ulteriore conseguenza che, per effetto della dichiarazione di fallimento, diviene improcedibile il giudizio di responsabilità in precedenza promosso dal singolo creditore sociale, giudizio che potrà essere proseguito esclusivamente dal curatore. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Verona, 16 Aprile 2012.


Risarcimento del danno - Bilanciamento tra contrapposti beni giuridici - Fornitura di particolare costosa protesi non fornita dal servizio sanitario nazionale - Reinserimento sociale del soggetto portatore di handicap..
Nel bilanciamento tra contrapposti beni giuridici (tutela del patrimonio del danneggiante e diritto ad un equo risarcimento del danneggiato) non può ritenersi eccessiva la pretesa di fornitura di una particolare e costosa protesi, che non rientra tra gli ordinari ausili forniti dal Servizio Sanitario Nazionale, qualora la stessa favorisca il reinserimento sociale del soggetto portatore di handicap; infatti, l’intero ordinamento è teso verso la piena integrazione sociale e la partecipazione alla vita della collettività dei soggetti disabili (art. 1 della Legge 104/1992) e l’ausilio richiesto costituisce strumento per il raggiungimento delle predette finalità. (Giovanni Fanticini) (riproduzione riservata) Tribunale Reggio Emilia, 13 Febbraio 2012.


Responsabilità civile - In genere - Società di capitali - Rapporto organico - Responsabilità della società verso i terzi per fatto degli amministratori - Condizioni - Concorso con la responsabilità diretta ex art. 2395 cod. civ. - Sussistenza - Fattispecie

Società - Di capitali - Società per azioni - Organi sociali - Amministratori - Responsabilità - Azione del socio e del terzo danneggiato - Concorso con la responsabilità diretta della società in virtù del rapporto di immedesimazione organica - Condizioni - Fattispecie
.
La società, per il principio dell'immedesimazione organica, risponde civilmente degli illeciti commessi dall'organo amministrativo nell'esercizio delle sue funzioni, ancorché l'atto dannoso sia stato compiuto dall'organo medesimo con dolo o con abuso di potere, ovvero esso non rientri nella competenza degli amministratori, ma dell'assemblea, richiedendosi unicamente che l'atto stesso sia, o si manifesti, come esplicazione dell'attività della società, in quanto tenda al conseguimento dei fini istituzionali di questa, e tali responsabilità si aggiunge, ove ne ricorrano i presupposti, a quella degli amministratori, prevista dall'art. 2395 cod. civ.. (Nella specie, si è ravvisata la responsabilità di una banca popolare con riguardo ad una delibera del consiglio di amministrazione, che aveva disposto il trasferimento a terzi delle azioni appartenenti ad alcuni soci, nel contempo disponendone l'illegittima esclusione). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 05 Dicembre 2011, n. 25946.


Responsabilità del notaio - Tardiva trascrizione dell'atto di compravendita - Valutazione del ritardo colpevole - Ritardo di tre o cinque giorni - Esclusione..
In tema di responsabilità del notaio per la tardiva trascrizione dell'atto di compravendita, si ritiene che mentre il decorso di un lasso di tempo di tredici giorni potrebbe configurare un ritardo non giustificato, lo stesso non può dirsi di un lasso di tempo che oscilli tra i tre ed i cinque giorni, il quale in nessun modo può configurare un ritardo colpevole, né una negligenza suscettibile di fondare una ipotesi di responsabilità. Una diversa valutazione della congruità del tempo trascorso tra la stipula dell'atto e la sua trascrizione potrebbe essere condotta nell'ipotesi in cui le parti acquirenti avessero espressamente richiesto la trascrizione, oppure nel caso in cui fossero state segnalate ragioni oggettive (ad esempio la precaria situazione economica dei venditori) tali da consigliare un più tempestivo adempimento. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Milano, 26 Ottobre 2011.


Danneggiato – Decesso in corso di giudizio per causa indipendente – Liquidazione del danno – Rilevanza della età media statistica – Soggetto che abbia superato tale età .
In materia di liquidazione del danno biologico, quando la durata della vita futura del danneggiato cessa di essere un valore ancorato alla probabilità statistica e diventa un dato noto per essere il soggetto deceduto, allora il danno biologico (riconoscibile tutte le volte che la sopravvivenza sia durata per un tempo apprezzabile rispetto al momento delle lesioni) va correlato alla durata della vita effettiva, essendo lo stesso costituito dalle ripercussioni negative (di carattere non patrimoniale) della permanente lesione della integrità psicofisica del soggetto per l'intera durata della sua vita residua" (Cass. 22338/2007). Tuttavia, per tutti i casi in cui il decesso si verifichi per altra causa nel corso del giudizio, e, al momento del decesso, il danneggiato abbia superato la durata media della vita, in via equitativa potrebbe suggerirsi, quale utile criterio generale - in via alternativa o correttiva del menzionato criterio finora adottato e correlato al calcolo proporzionale all'aspettativa di vita - una somma ricompresa nel range fra un minimo di € 15.000,00 ed un massimo di € 22.500,00, per ciascun anno di danno permanente del bene salute nella misura del 100%. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 09 Settembre 2011.


Prodotto difettoso - Responsabilità civile - Danni - Risarcibilità ex art. 2043 - Fatto lesivo colposo - Nesso causale - Sussistenza - Prova - Necessita.

Consumatore (tutela del) - Danno da prodotto difettoso - Disciplina comunitaria - Diritto nazionale - Possibilità di scelta da parte del consumatore - Sussistenza.

Consumatore (tutela del) - Danno da prodotto difettoso - Difetto di progettazione - Contenuto.
.
Il danno cagionato dal prodotto difettoso è risarcibile ex art. 2043 c. c. qualora siano provati la sussistenza di un fatto lesivo colposo, il nesso causale tra il fatto e l’evento dannoso, e il danno. (Gian Matteo Santucci) (riproduzione riservata)

La disciplina comunitaria in tema di danno da prodotto difettoso non si sostituisce al diritto comune, ma crea uno strumento di tutela rafforzata per il consumatore, che deve avere la possibilità di scegliere tra i rimedi contrattuali e non a lui offerti anche dal diritto nazionale. (Gian Matteo Santucci) (riproduzione riservata)

Costituisce difetto di progettazione di un motoveicolo il fatto che, a seguito di impatto (anche di moderata velocità), il serbatoio del carburante possa cedere per effetto della sua compressione operata dai tubolari del telaio a seguito della loro deformazione. (Gian Matteo Santucci) (riproduzione riservata)
Tribunale Pisa, 16 Marzo 2011.


Istruzione e scuole - Personale insegnante - In genere - Danno cagionato a se stesso dall'allievo - Responsabilità dell'istituto scolastico e dell'insegnante - Natura giuridica - Responsabilità contrattuale - Sussistenza - Fondamento - Conseguenze sul piano della distribuzione dell'onere della prova.
Nel caso di danno cagionato dall'alunno a se stesso, la responsabilità dell'istituto scolastico e dell'insegnante non ha natura extracontrattuale, bensì contrattuale, atteso che - quanto all'istituto scolastico - l'accoglimento della domanda di iscrizione, con la conseguente ammissione dell'allievo alla scuola, determina l'instaurazione di un vincolo negoziale, dal quale sorge a carico dell'istituto l'obbligazione di vigilare sulla sicurezza e l'incolumità dell'allievo nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni, anche al fine di evitare che l'allievo procuri danno a se stesso; e che - quanto al precettore dipendente dell'istituto scolastico - tra insegnante e allievo si instaura, per contatto sociale, un rapporto giuridico, nell'ambito del quale l'insegnante assume, nel quadro del complessivo obbligo di istruire ed educare, anche uno specifico obbligo di protezione e vigilanza, onde evitare che l'allievo si procuri da solo un danno alla persona. Ne deriva che, nelle controversie instaurate per il risarcimento del danno da autolesione nei confronti dell'istituto scolastico e dell'insegnante, è applicabile il regime probatorio desumibile dall'art. 1218 cod. civ., sicché, mentre l'attore deve provare che il danno si è verificato nel corso dello svolgimento del rapporto, sull'altra parte incombe l'onere di dimostrare che l'evento dannoso è stato determinato da causa non imputabile né alla scuola né all'insegnante. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 03 Marzo 2010.


Impugnazioni civili - Appello - Domande - Nuove - "Causa petendi et petitum" - Risarcimento dei danni sofferti dopo la sentenza di primo grado - Ammissibilità - Condizioni - Avvenuta proposizione, in primo grado, di azione per danni, e riconducibilità degli ulteriori danni agli stessi titoli e natura - Necessità .
La domanda di risarcimento dei danni sofferti dopo la sentenza è ammissibile in grado d'appello solo se nel giudizio di primo grado sia stata proposta un'azione di danni e gli ulteriori danni richiesti in appello trovino la loro fonte nella stessa causa e siano della stessa natura di quelli già accertati in primo grado. La nuova pretesa, se priva di tali essenziali e restrittivi requisiti, implicando nuove indagini in ordine alle ragioni poste a base della domanda iniziale e ampliamento del relativo "petitum", costituisce inammissibile domanda nuova. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 03 Marzo 2010.


Azione risarcitoria promossa nei confronti del curatore - Creditore non ammesso al concorso fallimentare - Omesso avviso ex art. 92 legge fall. - Nesso di causalità con il danno - Prova - Necessità.
L'azione risarcitoria promossa nei confronti del curatore per l'esclusione dal concorso fallimentare di un credito per prestazioni professionali, tardivamente insinuato al passivo, richiede l'accertamento del nesso di causalità tra il danno lamentato e la condotta colposa o dolosa ascrivibile all'autore dell'illecito. Quando tale condotta consista nell'omissione del formale avviso previsto dall'art. 92 legge fall. ma risulti pacificamente la tempestiva conoscenza della pendenza della procedura fallimentare e della data d'udienza di verifica dello stato passivo da parte del professionista, deve escludersi l'efficienza causale del comportamento omissivo lamentato e conseguentemente il collegamento eziologico con il danno. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 07 Dicembre 2007, n. 25624.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Organi preposti al fallimento - Curatore - Obblighi - Responsabilità - Fatti illeciti incidenti su beni del fallito estranei al patrimonio fallimentare - Azione risarcitoria - Distinzione dall'azione ex art. 38 della legge fall. - Prescrizione - Decorrenza dalla produzione del danno - Sospensione ex art. 2941 n. 6 cod. civ. - Applicabilità - Esclusione.
L'azione di risarcimento dei danni nei confronti del curatore del fallimento, derivante da fatti illeciti che non incidano sul patrimonio fallimentare, ma danneggino direttamente beni del fallito rimasti estranei alla procedura concorsuale, in quanto fondata sull'art. 2043 cod. civ. ed esercitabile anche dal fallito, si distingue dall'azione di responsabilità prevista dall'art. 38 della legge fall., ricollegabile invece alla violazione degli obblighi posti dalla legge a carico del curatore e spettante esclusivamente alla massa dei creditori; essa non è subordinata alla revoca dell'incarico ed alla presentazione del rendiconto, ma soggiace alla disciplina generale dell'azione aquiliana, anche in ordine al termine di prescrizione, il quale decorre dalla produzione del danno e non è soggetto a sospensione ai sensi dell'art. 2941 n. 6 cod. civ.: tale disposizione, infatti, riferendosi alle fattispecie di responsabilità nascente dall'amministrazione di patrimoni altrui, non è applicabile al rapporto in questione, non compreso nell'attivo fallimentare. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 23 Luglio 2007, n. 16214.


Titoli di credito - Assegno bancario - Non trasferibile - Assegno bancario, di traenza o circolare non trasferibile - Banca negoziatrice - Responsabilità per avere consentito l'incasso a persona diversa dal beneficiario del titolo - Natura - Contrattuale - Fondamento - Conseguenze - Termine di prescrizione dell'azione di risarcimento - Termine decennale - Applicabilità.
La responsabilità della banca negoziatrice per avere consentito, in violazione delle specifiche regole poste dall'art. 43 legge assegni (r.d. 21 dicembre 1933, n. 1736), l'incasso di un assegno bancario, di traenza o circolare, munito di clausola di non trasferibilità, a persona diversa dal beneficiario del titolo, ha - nei confronti di tutti i soggetti nel cui interesse quelle regole sono dettate e che, per la violazione di esse, abbiano sofferto un danno - natura contrattuale, avendo la banca un obbligo professionale di protezione (obbligo preesistente, specifico e volontariamente assunto), operante nei confronti di tutti i soggetti interessati al buon fine della sottostante operazione, di far sì che il titolo stesso sia introdotto nel circuito di pagamento bancario in conformità alle regole che ne presidiano la circolazione e l'incasso. Ne deriva che l'azione di risarcimento proposta dal danneggiato è soggetta all'ordinario termine di prescrizione decennale, stabilito dall'art. 2946 cod. civ. (Principio espresso in sede di risoluzione di contrasto di giurisprudenza). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 26 Giugno 2007, n. 14712.


Risarcimento del danno - Condanna generica - In genere - Accertamento di potenziale idoneità del fatto a produrre conseguenze pregiudizievoli - Configurabilità - Conseguenze - Possibilità di rigetto della domanda risarcitoria nel giudizio di liquidazione - Sussistenza.
La pronuncia di condanna generica al risarcimento del danno per fatto illecito, emessa ai sensi dell'art. 278 cod. proc. civ., integra un accertamento di potenziale idoneità lesiva di quel fatto, e non anche l'accertamento del fatto effettivo, la cui prova è riservata alla successiva fase di liquidazione. Tale accertamento di lesività potenziale prescinde dalla misura e anche dalla stessa concreta esistenza del danno, con la conseguenza che il giudicato formatosi su detta pronuncia non osta a che nel giudizio instaurato per la liquidazione venga negato il fondamento concreto della domanda risarcitoria, previo accertamento del fatto che il danno non si sia in concreto verificato. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 14 Luglio 2006, n. 16123.


Fallimento - Organi preposti al fallimento - Curatore - Poteri - Abusiva concessione di credito ad imprenditore in stato di insolvenza - Azione da illecito aquiliano nei confronti del finanziatore (banca) per il risarcimento del danno causato ai creditori - Legittimazione attiva del curatore fallimentare - Esclusione - Fondamento.
Il curatore fallimentare non è legittimato a proporre, nei confronti del finanziatore responsabile (nella specie, una banca), l'azione da illecito aquiliano per il risarcimento dei danni causati ai creditori dall'abusiva concessione di credito diretta a mantenere artificiosamente in vita una impresa decotta, suscitando così nel mercato la falsa impressione che si tratti di impresa economicamente valida. Nel sistema della legge fallimentare, difatti, la legittimazione del curatore ad agire in rappresentanza dei creditori è limitata alle azioni c.d. di massa - finalizzate, cioè, alla ricostituzione del patrimonio del debitore nella sua funzione di garanzia generica ed aventi carattere indistinto quanto ai possibili beneficiari del loro esito positivo - al cui novero non appartiene l'azione risarcitoria in questione, la quale, analogamente a quella prevista dall'art. 2395 cod. civ., costituisce strumento di reintegrazione del patrimonio del singolo creditore, giacché, per un verso, il danno derivante dall'attività di sovvenzione abusiva deve essere valutato caso per caso nella sua esistenza ed entità (essendo ipotizzabile che creditori aventi il diritto di partecipare al riparto non abbiano ricevuto pregiudizio dalla continuazione dell'impresa), e, per altro verso, la posizione dei singoli creditori, quanto ai presupposti per la configurabilità del pregiudizio, è diversa a seconda che siano antecedenti o successivi all'attività medesima. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 28 Marzo 2006.


Risarcimento del danno - Abusiva concessione di credito ad imprenditore poi fallito - Domanda del curatore di risarcimento del danno da illecito aquiliano causato alla massa dei creditori - Successiva deduzione della responsabilità del finanziatore verso il fallito per pregiudizio immediato causato al suo patrimonio - Domanda nuova - Configurabilità - Conseguenze - Proposizione per la prima volta in sede di legittimità - Ammissibilità - Esclusione.
Costituisce domanda nuova, inammissibile ove proposta per la prima volta in sede di legittimità, quella con la quale il curatore fallimentare - dopo aver richiesto, nei confronti del finanziatore responsabile (nella specie, una banca), il risarcimento del danno da illecito aquiliano causato alla massa dei creditori dall'abusiva concessione di credito ad una impresa in stato di insolvenza, poi fallita, allo scopo di mantenerla artificiosamente in vita - deduca a fondamento della sua pretesa la responsabilità del finanziatore verso il soggetto finanziato per il pregiudizio diretto ed immediato causato al patrimonio di questo dall'attività di finanziamento, quale presupposto dell'azione che al curatore spetta come successore nei rapporti del fallito. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 28 Marzo 2006.


Esecuzione forzata - Avviso ai creditori iscritti - Intervento creditori non privilegiati - Effetti - Omissione - Divieto di assegnazione o di vendita - Inosservanza - Nullità - Esclusione - Responsabilità del creditore procedente ex art. 2043 cod. civ. - Sussistenza.
L'art. 498 cod. proc. civ. che prescrive di avvertire dell'espropriazione in corso tutti i creditori aventi sui beni pignorati diritti di prelazione risultanti dai pubblici registri e che, in difetto di tale adempimento, vieta al giudice dell'esecuzione di procedere all'assegnazione o alla vendita, non contiene alcuna sanzione di nullità insanabile per il caso in cui l'assegnazione o la vendita avvengano egualmente senza avviso, ma comporta che il creditore procedente è tenuto a rispondere, a norma dell'art. 2043 cod. civ., delle conseguenze dannose subite dai creditori iscritti a seguito del provvedimento di vendita o di assegnazione emesso illegittimamente, giacchè la mancata notifica dell'avviso, costituendo violazione di un obbligo imposto da una norma giuridica, concreta un'ipotesi di fatto illecito extracontrattuale. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 23 Febbraio 2006, n. 4000.


Somme spettanti o liquidate al fallito a titolo di risarcimento del danno biologico o del danno morale - Natura strettamente personale del relativo diritto - Configurabilità - Attribuzione di dette somme al fallimento - Ammissibilità - Esclusione - Morte del fallito nel corso della procedura e prima dell'instaurazione del giudizio per l'acquisizione delle somme alla massa - Irrilevanza.
Le somme spettanti o liquidate a persona fisica, successivamente fallita, a risarcimento del danno biologico o del danno morale , attesa la natura strettamente personale, sin dall'origine, del relativo diritto, rientrano nella previsione dell'art. 46, primo comma, legge fall., e non possono essere quindi attribuite al fallimento: e ciò anche nel caso di morte del fallito nel corso della procedura concorsuale ed in data anteriore a quella di introduzione del giudizio volto all'acquisizione delle somme alla massa fallimentare, trattandosi di vicende che non mutano la natura personale dell'attribuzione patrimoniale di che trattasi. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 11 Gennaio 2006, n. 392.


Danneggiato – Decesso in corso di giudizio per causa indipendente – Liquidazione del danno – Chiarimenti.
In materia di liquidazione del danno biologico, nella ipotesi in cui il danneggiato muoia, in corso di procedimento, per causa indipendente, posto che nel caso in cui il danno biologico venga risarcito tempestivamente dal responsabile a seguito di liquidazione negoziale il successivo decesso del danneggiato non assume nessuna rilevanza giuridica, dare rilievo al decesso del creditore/danneggiato allorché il danno biologico non sia stato risarcito né liquidato equivale a far ricadere sugli eredi la tardiva liquidazione del danno – anche conseguente ai tempi del processo – e sembra non tenere in debita considerazione che il diritto di credito conseguente all’illecito aquiliano è certo ed attuale pur non essendo liquido e che il danneggiante responsabile è obbligato a risarcire il danno sin dal momento del suo verificarsi. Ritenere rilevante il sopravvenuto decesso del danneggiato nella liquidazione del danno biologico finisce del tutto ingiustificatamente per favorire il responsabile del danno - posto che la probabilità di vita del danneggiato ovviamente decresce con il passare del tempo – anche in casi (come quello in esame) in cui il danno è conseguenza della circolazione stradale, il danneggiato ha inviato la richiesta risarcitoria ex art. 22 L.990/1969 ed ha atteso inutilmente il decorso del termine di sessanta giorni previsto dal legislatore per il risarcimento da parte del responsabile e dell’assicuratore solidalmente obbligati. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Perugia, 09 Settembre 2005.


Esecuzione forzata - Intervento - Avviso ai creditori iscritti, intervento creditori non privilegiati, effetti - Omissione - Divieto di assegnazione o di vendita - Inosservanza - Nullità - Esclusione - Responsabilità del creditore procedente ex art. 2043 cod. civ. - Sussistenza.
L'art. 498 cod. proc. civ. che prescrive di avvertire dell'espropriazione in corso tutti i creditori aventi sui beni pignorati diritti di prelazione risultanti dai pubblici registri e che, in difetto di tale adempimento, vieta al giudice dell'esecuzione di procedere all'assegnazione o alla vendita, non contiene alcuna sanzione di nullità insanabile per il caso in cui l'assegnazione o la vendita avvengano egualmente senza avviso, ma comporta che il creditore procedente è tenuto a rispondere, a norma dell'art. 2043 cod. civ., delle conseguenze dannose subite dai creditori iscritti a seguito del provvedimento di vendita o di assegnazione emesso illegittimamente, giacché la mancata notifica dell'avviso, costituendo violazione di un obbligo imposto da una norma giuridica, concreta un fatto illecito. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 24 Giugno 1993, n. 6999.


Difetto di giurisdizione del giudice italiano - Sussistenza - Illeciti commessi dalla predetta società, nella confederazione elvetica - Azione di risarcimento danni promossa dal curatore del fallimento dell'imprenditore italiano - Giurisdizione del giudice italiano - Esclusione - Limiti - Insinuazione da parte della società straniera, dei propri crediti nel fallimento - Difetto di giurisdizione - Sussistenza

.
Con riguardo alla controversia, promossa dal curatore del fallimento di imprenditore italiano, nei confronti di società con Sede nella Confederazione elvetica, per conseguire declaratoria d'Invalidità od inefficacia di pagamenti di crediti verso il fallito, ottenuti dalla convenuta in esito a procedure esecutive su beni siti in detto stato estero , ed altresì per conseguire condanna al risarcimento del danno, in relazione ad illeciti assertivamente commessi in tale stato estero dalla convenuta medesima, deve essere dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice italiano, tenuto conto, quanto alla prima domanda, che la materia fallimentare si sottrae alla disciplina della convenzione italo-svizzera del 3 gennaio 1933 (resa esecutiva con legge 15 giugno 1933 n. 743), e che il curatore, il quale intenda acquisire il risultato utile della esecuzione individuale su beni del fallito situati all'estero, deve attivarsi davanti al giudice del "forum rei sitae", alla stregua dell'imprescindibile relazione fra ubicazione dei beni ed esecuzione forzata ad essi inerente, ed inoltre, con riguardo alla seconda domanda, che la giurisdizione italiana può essere riconosciuta, ai sensi dell'art. 4 n. 2 cod. proc. civ., solo se in Italia si sia verificato il fatto dannoso. Il suddetto difetto di giurisdizione non resta escluso, sotto il profilo della accettazione tacita della giurisdizione italiana a norma dell'art. 4 n. 1 cod. proc. civ., dalla circostanza che la società straniera abbia insinuato i propri crediti nel fallimento, in considerazione della non coincidenza dell'oggetto di tale domanda con quello della pretesa formulata dalla curatela. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 19 Dicembre 1990, n. 12031.