Codice Civile


LIBRO SESTO
Della tutela dei diritti
TITOLO II
Delle prove
CAPO IV
Delle presunzioni

Art. 2727

Nozione
TESTO A FRONTE

I. Le presunzioni sono le conseguenze che la legge o il giudice trae da un fatto noto per risalire a un fatto ignorato.


GIURISPRUDENZA

Valutazione delle prove raccolte – Vizio di cui all’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c. – “Convincimento” del giudice circa la maggiore o minore attendibilità delle fonti di prova – Censurabilità – Esclusione.
La valutazione delle prove raccolte, anche se si tratta di presunzioni, costituisce un'attività riservata in via esclusiva all'apprezzamento discrezionale del giudice di merito, le cui conclusioni in ordine alla ricostruzione della vicenda fattuale non sono sindacabili in cassazione, sicchè rimane estranea al vizio previsto dall'art. 360, comma 1, n. 5 c.p.c. qualsiasi censura volta a criticare il "convincimento" che il giudice si è formato, a norma dell'art. 116, commi 1 e 2, c.p.c., in esito all'esame del materiale istruttorio mediante la valutazione della maggiore o minore attendibilità delle fonti di prova, atteso che la deduzione del vizio di cui all'art. 360 n. 5 c.p.c. non consente di censurare la complessiva valutazione delle risultanze processuali, contenuta nella sentenza impugnata, contrapponendo alla stessa una diversa interpretazione al fine di ottenere la revisione da parte del giudice di legittimità degli accertamenti di fatto compiuti dal giudice di merito. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 19 Luglio 2021, n. 20553.


Revocatoria fallimentare - Sproporzione tra le prestazioni - Dedotta simulazione del prezzo - Controdichiarazione avente data certa anteriore all'apertura del concorso - Prova della contestualità rispetto al patto dissimulato - Opponibilità al Fallimento - Condizioni - Data certa anche della contestualità - Necessità.
Il fenomeno della simulazione negoziale si risolve in uno schema procedimentale unitario, che non implica affatto un "collegamento negoziale" tra distinti rapporti giuridici, né tanto meno plurime ed autonome manifestazioni di volontà integranti distinti negozi giuridici, unico, invece, essendo l'autoregolamento di interessi che le parti intendono attuare attraverso la unitaria fattispecie legale, che realizzano appunto con il "negozio simulato"di cui è elemento essenziale l'effetto giuridico dissimulato. La divergenza tra dichiarazione-titolo e contenuto-effetti determinata dalla simulazione, si realizza quindi mediante una unitaria fattispecie negoziale, che non prevede un "distinto accordo" intermedio inteso a collegare il negozio simulato a quello dissimulato, volta che quest'ultimo altro non è che l'effetto giuridico prodotto in via esclusiva dal primo. In tale quadro ricostruttivo, la "controdichiarazione" va espunta - in quanto priva di rilevanza, tanto sul piano strutturale che su quello funzionale - dagli elementi costitutivi dell'accordo simulatorio, trattandosi di null'altro che di un documento che riveste esclusivamente funzione probatoria, meramente ricognitiva e rappresentativa del preesistente accordo simulatorio.

Non integrando la "controdichiarazione" un atto richiesto ad substantiam per l'esistenza dell'accordo simulatorio, ma essendo solo un mezzo rappresentativo di esso, mentre è necessario, per l'esistenza della simulazione, che l'accordo simulatorio sia coevo all'atto simulato e vi partecipino tutte le parti contraenti, nulla impedisce, viceversa, che la "controdichiarazione" sia posteriore a tale atto e provenga anche da una sola delle parti. Quando però la fattispecie legale negoziale cui le parti fanno ricorso per occultare la reale comune volontà coincide con un negozio solenne, anche la "controdichiarazione" deve rispondere ai "requisiti di sostanza e di forma" prescritti dalla legge per la produzione degli effetti giuridici che le stesse hanno inteso effettivamente conseguire; e ciò comporta per un verso che, se il negozio stipulato è soggetto al requisito di forma ad substantiam, l'elemento dissimulato dovrà venire anch'esso ad esistenza, nello stesso modo e forma del negozio simulato, al tempo della conclusione di quest'ultimo; per altro verso, sul versante dell'opponibilità al Fallimento della richiesta contestualità, che non può darsi la possibilità di una ricerca attraverso mezzi probatori diversi di una data di perfezionamento dell'accordo dissimulato differente rispetto a quello di formazione del "documento" attraverso il quale le parti intendono fornire la prova dell'accordo simulatorio, essendo individuabile esclusivamente in quest'ultimo il requisito di forma del patto dissimulato che sarebbe dovuto sussistere al tempo della stipula della compravendita.

A differenza del caso in cui il giudice di merito abbia omesso di far ricorso ad un ragionamento presuntivo, ritenendo in base al principio del libero convincimento gli indizi forniti inidonei a consentire di pervenire alla conoscenza del fatto ignorato, quando il giudice abbia inteso far ricorso allo schema logico presuntivo è configurabile un vizio di violazione dello schema normativo della presunzione semplice a fronte di una divergenza - nel procedimento di rilevazione e selezione dei fatti seguito dal giudice - dai criteri di logica formale che presiedono alla "modalità di interrogazione" di tale materiale eterogeneo. Tali criteri di logica formale debbono avere come riferimento la prova dei fatti principali costitutivi del diritto controverso e si sviluppano attraverso: 1-la delimitazione del materiale di esame ai soli fatti "certi" che non risultino contraddetti da altri fatti (precisione); 2-l'esame atomistico di ciascun elemento indiziario (fatto secondario) e, quindi, l'esame globale del complesso indiziario unitariamente considerato in funzione della sua o della loro capacità dimostrativa (gravità); 3-la efficacia conoscitiva del fatto ignorato che il singolo indizio o complesso di indizi è idoneo a produrre, in base alla applicazione di criteri logici di tipo probabilistico-inferenziale tratti dai dati della esperienza (id quod plerumque accidit), ovvero da dati scientifici o statistici (inferenza cognitiva); 4-la controprova o verifica di consistenza, intesa come "inidoneità" dell'elemento o del complesso indiziario a fornire una diversa inferenza tale da condurre alla conoscenza di un altro fatto ignorato, che risulti alternativo ed incompatibile con quello precedentemente presunto (concludenza). In tema di prova per presunzioni, pertanto, il giudice è tenuto a seguire un procedimento che si articola necessariamente in due momenti valutativi: in primo luogo, occorre una valutazione analitica degli elementi indiziari per scartare quelli intrinsecamente privi di rilevanza e conservare, invece, quelli che, presi singolarmente, presentino una positività parziale o almeno potenziale di efficacia probatoria; successivamente, è doverosa una valutazione complessiva di tutti gli elementi presuntivi isolati per accertare se essi siano concordanti e se la loro combinazione sia in grado di fornire una valida prova presuntiva, che magari non potrebbe dirsi raggiunta con certezza considerando atomisticamente uno o alcuni di essi. Ne consegue che deve ritenersi censurabile in sede di legittimità per violazione di legge la decisione in cui il giudice si sia limitato a negare valore indiziario agli elementi acquisiti in giudizio senza accertare se essi, quand'anche singolarmente sforniti di valenza indiziaria, non fossero in grado di acquisirla ove valutati nella loro sintesi, nel senso che ognuno avrebbe potuto rafforzare e trarre vigore dall'altro in un rapporto di vicendevole completamento. (Marco De Cristofaro) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 06 Novembre 2020, n. 24950.


Impresa riferibile a società di cui l’imprenditore fallito è socio illimitatamente responsabile – Dichiarazione di fallimento di una società di fatto e occulta – Eccezione di prescrizione dell’azione ai sensi del combinato disposto degli art. 10 e 147 secondo comma l. fall.: infondatezza

Impresa riferibile a società di cui l’imprenditore fallito è socio illimitatamente responsabile – Dichiarazione di fallimento di una società di fatto e occulta – Condizioni

Impresa riferibile a società di cui l’imprenditore fallito è socio illimitatamente responsabile – Dichiarazione di fallimento di una società di fatto e occulta – Prova per presunzioni
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Non è fondata l’eccezione di prescrizione (formulata ai sensi del combinato disposto degli art. 10 e 147 secondo comma l. fall.) dell’azione promossa dal curatore del fallimento d’un imprenditore individuale, volta a far dichiarare il fallimento della società di fatto e occulta di cui il fallito sia risultato essere socio. Nella Relazione illustrativa al d.lgs. 5/2006 si prevede infatti, con riferimento all'art. 10 l.f., che le società non iscritte (società di fatto o irregolari e quindi, a fortiori, anche quelle occulte), continuano ad essere assoggettate a fallimento senza alcun limite temporale. Per la stessa Corte Costituzionale (ord. n. 321/2002), la necessità di dare certezza alle situazioni giuridiche “consente al legislatore di prevedere una diversa disciplina per le società ed i soci in regola con le disposizioni sulla pubblicità e per i soci e le società irregolari, se non occulti, essendo la mancata registrazione una scelta degli stessi associati, che in tal modo si espongono, per loro volontà, alle conseguenze di tale loro opzione". Né è applicabile alla società occulta il criterio di individuazione del momento di decorrenza del termine annuale ex art. 10 l.f. elaborato dalla Corte di Cassazione (Cass. n. 18618/2006), con riferimento alle società non iscritte nel registro delle imprese (i.e. momento in cui la cessazione dell’attività sia stata portata a conoscenza dei terzi con mezzi idonei o comunque sia stata dagli stessi conosciuta): infatti, nella società occulta, non essendo volutamente esteriorizzato il vincolo sociale, i terzi possono acquisire conoscenza dell’effettiva cessazione dell’attività sociale solo con l’accertamento giudiziale della sussistenza della società occulta.

Con riferimento a un rapporto sociale occulto, ai fini dell’accoglimento d’una domanda proposta ex art. 147 quinto comma l. fall., devono sussistere gli ordinari presupposti per la configurabilità di una società ai sensi dell’art. 2247 c.c. e dunque un elemento oggettivo (conferimenti di beni o servizi; esercizio in comune di un’attività economica; partecipazione agli utili e alle perdite) e un elemento soggettivo (cd. affectio societatis, o volontà di collaborare e di creare un vincolo proiettato al raggiungimento di un risultato comune), non trascurandosi che, una volta accertato l’elemento oggettivo, quello soggettivo ricorre ex se ogniqualvolta non sia ravvisabile un altro tipo di affectio (coniugale o familiare). La natura occulta del vincolo sociale, in ogni caso, esclude la sua esteriorizzazione mediante la spendita del nome, là dove, al contrario, il socio occulto, proprio in quanto tale cerca sempre di "mascherare" la propria qualità di socio, attribuendo ai propri atti un nomen iuris non societario (p.e. per giustificare il pagamento di debiti sociali, asserisce di aver erogato all'imprenditore individuale meri mutui o, per gestire gli affari sociali, spende la propria qualità di commercialista di fiducia dell'imprenditore individuale). Da ultimo, l’insolvenza da prendere in considerazione è quella già accertata nei confronti dell’imprenditore individuale, ma in realtà fallito come socio di una società occulta, perché l’insolvenza della società occulta è la stessa insolvenza dell’imprenditore apparentemente individuale già dichiarato fallito, onde non occorre provare l’insolvenza dei soci occulti, perché il loro fallimento è conseguenza automatica del fallimento sociale ex art. 147 primo comma l. fall.

L'esistenza del contratto sociale, oltre che da prove dirette, può risultare da manifestazioni esteriori rivelatrici delle componenti del rapporto societario, potendo il giudice accertare tale elemento mediante ogni mezzo di prova previsto dall'ordinamento, ivi comprese le presunzioni. In particolare, sono indici rivelatori le fideiussioni e i finanziamenti in favore dell’imprenditore individuale quando, per la loro sistematicità e per ogni altro elemento concreto, siano ricollegabili a una costante opera di sostegno all’impresa, qualificabile come collaborazione di un socio al raggiungimento degli scopi sociali, tenuto conto che la sistematicità non va intesa in senso meramente quantitativo, potendo pochi interventi di finanziamento costituire un indice rivelatore del rapporto societario in presenza di altre circostanze come, ad esempio, l’effettuazione in momenti decisivi per lo sviluppo dell’impresa o per evitarne la crisi; a maggior ragione quando i finanziamenti non siano giustificabili in relazione a vincoli di coniugio o parentela. (Mauro Meneghini) (Antonio Restiglian) (riproduzione riservata)
Tribunale Vicenza, 29 Maggio 2020.


Abuso di informazioni privilegiate ex art. 187-bis del d.lgs. n. 58 del 1998 - Prova della condotta illecita - Presunzioni - Ammissibilità - Fondamento.
In tema di abuso di informazioni privilegiate ex art. 187-bis del d.lgs. n. 58 del 1998, non esiste alcuna incompatibilità tra tale condotta ed il suo accertamento mediante presunzioni semplici, essendo, piuttosto, la prova presuntiva spesso l'unica che consenta di accertare il possesso delle dette informazioni, dal momento che il trasferimento di queste si attua, di regola, con modalità che escludono attività di documentazione, mentre la rappresentazione dell'"insider trading" attraverso prove orali è eventualità per lo più esclusa dalla naturale riservatezza delle comunicazioni e dalla mancata conoscenza, da parte della Consob, di quanti, vicini all'incolpato, potrebbero fornire precise informazioni al riguardo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 12 Maggio 2020, n. 8782.


Opposizione a sanzioni amministrative irrogate da Consob – Onere della prova – Presunzioni da argomenti presuntivi – Infondatezza.
Anche in tema di prova dell’abuso di informazioni privilegiate deve escludersi che nel procedimento per presunzioni semplici l’inferenza deduttiva possa trarre spunto da un evento il cui accertamento risulti affidato esso pure a prova logica anziché a prova storica.

Il procedimento per la dimostrazione come vero di un fatto altrimenti ignorato deve infatti ex art. 2727 c.c. muovere dalla considerazione di altro fatto che si caratterizzi per essere noto, tale essendo soltanto, per necessità logica, un evento pacifico ovvero confermato da prova storica. (Lorenzo Del Giudice) (riproduzione riservata)
Appello Brescia, 05 Dicembre 2019.


Prova presuntiva nel processo civile.
Quando la natura degli addebiti mossi al lavoratore è tale da integrare la giusta causa di licenziamento, la prova della responsabilità del dipendente può scaturire anche da un ragionamento presuntivo composto da elementi gravi, precisi e concordanti ai sensi dell’art. 2727 c.c. in relazione all’art. 2119, c.c. Tanto è possibile quando il cumulo degli elementi indiziari emersi nel corso del giudizio e la valutazione di ogni singolo aspetto del fatto controverso inducano a ritenere che le mancanze dell’ex lavoratore abbiano rivestito una tale gravità da far venire definitivamente meno il vincolo fiduciario, quale presupposto indefettibile della collaborazione tra le parti, e rendere impossibile la prosecuzione anche temporanea del rapporto di lavoro. (Stefania Piacentini) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 03 Dicembre 2019.


Revocatoria fallimentare - Atti a titolo oneroso - Pagamenti e garanzie - Presupposto soggettivo dell'azione - "Scientia decoctionis" da parte del terzo contraente - Conoscenza effettiva - Desumibilità da elementi presuntivi - Valutazione complessiva - Necessità.
In tema di revocatoria fallimentare, la conoscenza dello stato di insolvenza da parte del terzo contraente, pur dovendo essere effettiva, può essere provata anche mediante elementi indiziari idonei a dimostrare per presunzioni detta effettività. All'uopo il giudice, prima è tenuto a selezionare analiticamente gli elementi presuntivi provvisti di potenziale efficacia probatoria, successivamente a sottoporre quelli prescelti ad una valutazione complessiva, tesa ad accertarne la concordanza, quindi ad appurare se la loro combinazione sia idonea a rappresentare una valida prova presuntiva. (Nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza d'appello, che si era limitata ad esaminare singolarmente – e non complessivamente – tre soltanto degli elementi presuntivi tra quelli dedotti dalla curatela). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 Novembre 2019, n. 29257.


Servitù di passaggio ex art. 1054 c. c. - Costituita per negozio - Natura coattiva - Presunzione relativa - Sussistenza - Conseguenze.
Per il disposto dell'art. 1054 c.c., il quale riconosce al proprietario del fondo rimasto intercluso in conseguenza di alienazione a titolo oneroso o di divisione il diritto di ottenere coattivamente dall'altro contraente il passaggio senza corrispondere alcuna indennità, deve presumersi che la servitù di passaggio costituita con atto, anche successivo, preordinato a superare l'interclusione, abbia natura coattiva, con conseguente applicabilità della causa estintiva di cui all'art. 1055 c.c., salvo che dal negozio costitutivo non emerga, in concreto ed inequivocabilmente, l'intento delle parti di applicare il regime delle servitù volontarie. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 07 Ottobre 2019, n. 24966.


Deduzione del fatto da provare da quello noto - Criteri.
Nella prova per presunzioni non occorre che tra il fatto noto e quello ignoto sussista un legame di assoluta ed esclusiva necessità causale, essendo sufficiente che il fatto da provare sia desumibile dal fatto noto come conseguenza ragionevolmente possibile, secondo un criterio di normalità, ovvero che il rapporto di dipendenza logica tra il fatto noto e quello ignoto sia accertato alla stregua di canoni di probabilità, la cui sequenza e ricorrenza possano verificarsi secondo regole di esperienza. Il giudice che ricorra alle presunzioni, nel risalire dal fatto noto a quello ignoto, deve rendere apprezzabili i passaggi logici posti a base del proprio convincimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 30 Maggio 2019, n. 14762.


Revocatoria fallimentare – Prova della conoscenza dello stato di insolvenza – Prova per presunzioni – Valutazione unitaria degli indizi

Revocatoria fallimentare – Prova della conoscenza dello stato di insolvenza – Prova per presunzioni – Documenti di bilancio

Revocatoria fallimentare – Prova della conoscenza dello stato di insolvenza – Prova per presunzioni – Condizione professionale dell’accipiens

Revocatoria fallimentare – Esenzione da revocatoria di pagamenti effettuati nei termini d’uso – Modalità solutorie e tempi di pagamento

Revocatoria fallimentare – Esenzione da revocatoria di pagamenti effettuati nei termini d’uso – Media dei pagamenti – Esclusione

Revocatoria fallimentare – Esenzione da revocatoria di pagamenti effettuati nei termini d’uso – Eccezione in senso proprio – Onere della prova
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In tema di revocatoria fallimentare di pagamenti l’esame dei singoli elementi presuntivi non deve essere condotto atomisticamente, necessitando gli stessi di una valutazione unitaria.

[Nel caso di specie, la valutazione di insieme e coordinata delle singole circostanze dimostrate dalla Curatela consente di cogliere l’esistenza di un contesto significativo, in termini di conoscenza dello stato di decozione, in capo alla fornitrice. Gli elementi presuntivi, complessivamente considerati in relazione alla condizione professionale dell’accipiens ed alla concreta condizione in cui essa si è trovata ad operare, devono presentare un livello di concordanza, precisione e gravità tale da farli assurgere a prova della esistenza della scientia decoctionis.]

Anche i bilanci delle imprese ben possono essere utilizzati al fine di dimostrare la scientia decoctionis dei creditori, considerata la loro pubblicazione nel registro delle imprese e dunque l’ampia conoscibilità da parte degli operatori economici.

Ai fini della dimostrazione della conoscenza dello stato di insolvenza dell’imprenditore assume rilevanza peculiare (tra l’altro) la condizione professionale dell’accipiens.

Per considerare i pagamenti compiuti nei termini abitualmente utilizzati occorre riscontare una congruità in senso sia modale che cronologico, avendo riguardo, da un lato, alle modalità solutorie e dall'altro, ai tempi di pagamento (normalmente) praticati tra i contraenti nei rapporti pregressi.

Non è corretto ancorare il rispetto dei termini d’uso ad un criterio di “media” dei termini di pagamento, trattandosi di criterio non previsto e non conforme ad alcun modello legale.
La stessa ondivaga prospettazione data dal convenuto in ordine ai tempi di pagamento esclude in sé la ricorrenza nel rapporto contrattuale tra le parti di un termine d’uso.

L’esenzione da revocatoria è eccezione in senso proprio perché determina un’estensione del thema decidendum alla verifica di circostanze di fatto non esaminabili d’ufficio poiché non inerenti alla sussistenza degli elementi costitutivi del diritto azionato e non costituenti mere difese; l’eccezione consiste infatti nell’allegazione di fatti modificativi, impeditivi o estintivi delle altrui pretese. Ciò comporta che l’esenzione di cui all’art. 67, co. III, lettera a, L.F., debba essere tempestivamente e specificamente allegata e provata da chi voglia avvalersene. (Marco Mariano) (riproduzione riservata)
Appello Salerno, 29 Maggio 2019.


Azione revocatoria fallimentare - Presupposto soggettivo dell'azione - "Scientia decoctionis" da parte del terzo contraente - Conoscenza effettiva - Necessità - Desumibilità della stessa da elementi presuntivi - Condizioni - Incensurabilità in cassazione.
In tema di revocatoria fallimentare, la conoscenza dello stato di insolvenza da parte del terzo contraente deve essere effettiva, ma può essere provata anche con indizi e fondata su elementi di fatto, purché idonei a fornire la prova per presunzioni di tale effettività. La scelta degli elementi che costituiscono la base della presunzione ed il giudizio logico con cui dagli stessi si deduce l'esistenza del fatto ignoto costituiscono un apprezzamento di fatto che, se adeguatamente motivato, sfugge al controllo di legittimità. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 Febbraio 2019, n. 3854.


Azione revocatoria - Presupposto soggettivo dell'azione - "Scientia decoctionis" da parte del terzo contraente - Conoscenza effettiva - Necessità - Desumibilità della stessa da elementi presuntivi - Condizioni - Incensurabilità in cassazione.
In tema di revocatoria fallimentare, la conoscenza dello stato di insolvenza da parte del terzo contraente deve essere effettiva, ma può essere provata anche con indizi e fondata su elementi di fatto, purché idonei a fornire la prova per presunzioni di tale effettività. La scelta degli elementi che costituiscono la base della presunzione ed il giudizio logico con cui dagli stessi si deduce l'esistenza del fatto ignoto costituiscono un apprezzamento di fatto che, se adeguatamente motivato, sfugge al controllo di legittimità. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 Febbraio 2019, n. 3854.


Presunzioni semplici - Deduzione del fatto da provare da quello noto - Criteri - Fattispecie in tema di donazione.
Nella prova per presunzioni, ai sensi degli artt. 2727 e 2729 c.c., non occorre che tra il fatto noto e quello ignoto sussista un legame di assoluta ed esclusiva necessità causale, ma è sufficiente che dal fatto noto sia desumibile univocamente quello ignoto, alla stregua di un giudizio di probabilità basato sull'"id quod plerumque accidit", sicché il giudice può trarre il suo libero convincimento dall'apprezzamento discrezionale degli elementi indiziari prescelti, purché dotati dei requisiti legali della gravità, precisione e concordanza. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che il giudice di merito, in applicazione di tali principi, avesse correttamente qualificato come donazioni simulate alcune vendite poste in essere dalla "de cuius" a favore di un figlio, deponendo in tal senso l'inverosimiglianza del prezzo indicato, notevolmente inferiore a quello di mercato, l'esistenza di un decadimento fisico della alienante al momento delle apparenti vendite, nonché la mancata prova dell'effettiva percezione del corrispettivo delle vendite, della provenienza della provvista relativa agli assegni consegnati in pagamento e della capacità reddituale degli acquirenti). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 06 Febbraio 2019, n. 3513.


Revocatoria fallimentare - Consegna al creditore, da parte del debitore, di assegno bancario o circolare all'ordine di terzo e da questi girato in bianco - Pagamento del debitore al creditore - Sussistenza - Revocabilità - Condizioni.
In tema di revocatoria fallimentare, la consegna al proprio creditore, da parte del debitore, di un assegno bancario o circolare all'ordine di altro soggetto, e da questi girato in bianco, si presume, salvo prova contraria, che integri pagamento da parte del debitore stesso che abbia operato la consegna ed è come tale revocabile nel concorso dei presupposti di cui all'art. 67 l.fall. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 23 Gennaio 2019, n. 1871.


Tutela delle parti comuni - Onere del condominio di provare rigorosamente la comproprietà di un bene appartenente a quelli indicati dall'art. 1117 c.c. - Esclusione - Fondamento - Onere del condomino di provare il titolo di proprietà esclusiva - Sussistenza.
In tema di condominio negli edifici, per tutelare la proprietà di un bene appartenente a quelli indicati dall'art. 1117 cod. civ. non è necessario che il condominio dimostri con il rigore richiesto per la rivendicazione la comproprietà del medesimo, essendo sufficiente, per presumerne la natura condominiale, che esso abbia l'attitudine funzionale al servizio o al godimento collettivo, e cioè sia collegato, strumentalmente, materialmente o funzionalmente con le unità immobiliari di proprietà esclusiva dei singoli condomini, in rapporto con queste da accessorio a principale, mentre spetta al condomino che ne affermi la proprietà esclusiva darne la prova. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 07 Agosto 2018, n. 20593.


Proprietà – Occupazione sine titulo di immobile – Azioni personali a difesa della proprietà – Azione di reintegrazione in forma specifica – Azione di restituzione – Natura – Onere della prova – Risarcimento del danno – Danno in re ipsa – Presunzione iuris tantum .
L’azione di restituzione di un immobile occupato sine titulo da un terzo, essendo diretta a ottenere la rimozione di una situazione lesiva del diritto di proprietà, non accompagnata dalla contestuale richiesta di declaratoria del diritto reale, esorbita dai limiti della negatoria servitutis e può assumere la veste dell'azione di reintegrazione in forma specifica di natura personale. Ne consegue che il proprietario che esperisca tale azione non è gravato dall’onere di provare il proprio diritto ma può limitarsi a dimostrare l’avvenuta consegna del bene in base ad un titolo e del successivo venir meno, per qualsiasi causa, di quest’ultimo ovvero ad allegare l’insussistenza ab origine di qualsiasi titolo legittimante l’occupazione del terzo.

Il danno da occupazione illegittima di un immobile è in re ipsa, in ragione dell'utilità normalmente conseguibile nell'esercizio delle facoltà di godimento e di disponibilità del bene insite nel diritto dominicale, e costituisce oggetto di una presunzione iuris tantum, che può essere superata ove si dimostri che il proprietario si è intenzionalmente disinteressato dell'immobile ed abbia omesso di esercitare su di esso ogni forma di utilizzazione; la relativa liquidazione può essere operata dal giudice sulla base di presunzioni semplici, con riferimento al cosiddetto danno figurativo, qual è il valore locativo del bene usurpato. (Nel caso di specie il Tribunale di Como, accertata la mancanza di un titolo legittimante l’occupazione da parte del convenuto dell’immobile attoreo e ravvisata la sussistenza del danno in re ipsa, non avendo il convenuto – rimasto contumace – fornito la prova contraria, ha provveduto a quantificare quest’ultimo sulla base dei listini OMI allegati in atti dalla parte attrice). (Curzio Fossati) (riproduzione riservata)
Tribunale Como, 28 Marzo 2018.


Risarcimento del danno - Morte di congiunti parenti della vittima - Danno morale - Presunzione “iuris tantum” - Conseguenze - Onere del convenuto di dimostrarne l’inesistenza - Configurabilità - Insussistenza di un rapporto di convivenza e di vicinanza tra vittima e superstiti - Irrilevanza.
L'uccisione di una persona fa presumere da sola, ex art. 2727 c.c., una conseguente sofferenza morale in capo ai genitori, al coniuge, ai figli od ai fratelli della vittima, a nulla rilevando né che la vittima ed il superstite non convivessero, né che fossero distanti (circostanze, queste ultime, le quali potranno essere valutate ai fini del "quantum debeatur"). Nei casi suddetti è pertanto onere del convenuto provare che vittima e superstite fossero tra foro indifferenti o in odio, e che di conseguenza la morte della prima non abbia causato pregiudizi non patrimoniali di sorta al secondo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 15 Febbraio 2018.


Azione revocatoria fallimentare - Stato di insolvenza del debitore - "Scientia decoctionis" da parte del convenuto - Nozione - Concreta situazione psicologica - Configurabilità - Desumibilità da elementi presuntivi - Limiti - Condizione professionale dell'"accipiens" e modalità del pagamento - Rilevanza.
In tema di elemento soggettivo dell'azione revocatoria fallimentare ex art. 67, comma 2, l.fall., la "scientia decoctionis" in capo al terzo, come effettiva conoscenza dello stato di insolvenza, è oggetto di apprezzamento del giudice di merito, incensurabile in sede di legittimità se correttamente motivato, potendosi formare il relativo convincimento anche attraverso il ricorso alle presunzioni, alla luce del parametro della comune prudenza ed avvedutezza e della normale ed ordinaria diligenza, con rilevanza peculiare della condizione professionale dell'"accipiens" e del contesto nel quale gli atti solutori si sono realizzati. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 Febbraio 2018, n. 3081.


Azienda - Cessione - Responsabilità del cessionario per debiti futuri - Debito derivante dalla sopravvenuta inefficacia di pagamenti di crediti aziendali risultanti dalla documentazione contabile al momento della cessione dell'azienda.
La Prima sezione civile della corte di cassazione ha chiesto alle Sezioni Unite un intervento chiarificatore sulla questione se la cessione dell'azienda comporti comunque per il cessionario l'accollo dei debiti anche futuri di cui risultino i presupposti e, in particolare, dei debiti che nasceranno dalla sopravvenuta dichiarazione di inefficacia di pagamenti di crediti aziendali risultanti dalla documentazione contabile al momento della cessione dell'azienda.

Nell'ordinanza di rimessione si osserva che, secondo la giurisprudenza prevalente, «l'art. 58 del d.lgs. 10 settembre 1993, n. 385, nel prevedere il trasferimento delle passività al cessionario, in forza della sola cessione e del decorso del termine di tre mesi dalla pubblicità notizia di essa (secondo quanto previsto dal comma 2 dello stesso art. 58), e non la mera aggiunta della responsabilità di quest'ultimo a quella del cedente, deroga all'art. 2560 c.c., su cui prevale in virtù del principio di specialità» (Cass., sez. III, 26 agosto 2014, n. 18258, m. 632303) e comporta perciò il trasferimento anche dei debiti per sanzioni irrogate dopo la cessione per fatti commessi in precedenza (Cass., sez. IL 29 ottobre 2010, n. 22199, m. 614833).

Sennonché, se è indiscutibile che l'art. 58 legge bancaria prevede la liberazione del cedente alla scadenza del termine di tre mesi (Cass., sez. I, 3 maggio 2010, n. 10653, m. 613303), questa deroga non esclude affatto che quello previsto dall'art. 2560 c.c. sia un accollo cumulativo con trasferimento dei debiti al cessionario. E se nel caso della cessione bancaria è la legge a prevedere che ne consegua il trasferimento di tutte le situazioni soggettive attive e passive, non si vede perché un analogo effetto traslativo non debba aversi anche per le cessioni delle altre aziende commerciali, almeno quando sia l'atto di cessione a includere espressamente, come nel caso in esame, «tutte le situazioni attive e passive quali risultanti dalle scritture contabili regolarmente tenute». (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 21 Aprile 2016, n. 8090.


Fallimento - Azione revocatoria fallimentare - Atti a titolo gratuito - Adempimento del terzo - Presunzione di gratuità - Fondamento - Conseguenze - Onere del creditore di provare il vantaggio per il disponente - Sussistenza.
Nell'adempimento del debito altrui da parte del terzo, mancando nello schema causale tipico la controprestazione in favore del disponente, si presume che l'atto sia stato compiuto gratuitamente, pagando il terzo, per definizione, un debito non proprio e non prevedendo la struttura del negozio nessuna controprestazione in suo favore: pertanto, nel giudizio avente ad oggetto la dichiarazione di inefficacia di tale atto, ai sensi dell'art. 64 l.fall., incombe al creditore beneficiario l'onere di provare, con ogni mezzo previsto dall'ordinamento, che il disponente abbia ricevuto un vantaggio in seguito all'atto che ha posto in essere, in quanto questo perseguiva un suo interesse economicamente apprezzabile. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 07 Marzo 2016, n. 4454.


Fallimento - Azione revocatoria fallimentare - "Scientia decoctionis" da parte del terzo contraente - Conoscenza effettiva - Necessità - Desumibilità da elementi presuntivi - Limiti - Pluralità di protesti - Distribuzione dell'onere della prova tra curatore e creditore.
In tema di revocatoria fallimentare, la conoscenza dello stato d'insolvenza dell'imprenditore da parte del terzo contraente, che deve essere effettiva e non meramente potenziale, può essere provata dal curatore, su cui incombe il relativo onere, tramite presunzioni gravi, precise e concordanti, ex artt. 2727 e 2729 c.c., desumibili anche dall'esistenza di protesti cambiari, in forza del loro carattere di anomalia rispetto al normale adempimento dei debiti d'impresa. Ne consegue che l'avvenuta pubblicazione di una pluralità di protesti può assumere rilevanza presuntiva tale da esonerare il curatore dal provare che gli stessi fossero noti al convenuto in revocatoria, su quest'ultimo risultando, in tal caso, traslato l'onere di dimostrare il contrario. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 14 Gennaio 2016, n. 526.


Valore di prova presuntiva - Contestazione da parte del condomino della verità di quanto riferito nel verbale - Onere della prova.
Il verbale dell'assemblea condominiale offre una prova presuntiva dei fatti che afferma essersi in essa verificati, per modo che spetta al condomino che impugna la deliberazione assembleare contestando la rispondenza a verità di quanto riferito nel relativo verbale provare il suo assunto. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 12 Agosto 2015, n. 16774.