Codice Civile


LIBRO SESTO
Della tutela dei diritti
TITOLO III
Della responsabilità patrimoniale, delle cause di prelazione e della conservazione della garanzia patrimoniale
CAPO I
Disposizioni generali

Art. 2740

Responsabilità patrimoniale
TESTO A FRONTE

I. Il debitore risponde dell'adempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri.

II. Le limitazioni della responsabilità non sono ammesse se non nei casi stabiliti dalla legge.


GIURISPRUDENZA

Abusiva concessione di credito – Illecito – Erogazione di credito ad un'impresa suscettibile secondo una valutazione ex ante di superamento della crisi – Assunzione di rischio non irragionevole – Legittimazione del curatore.
L'erogazione del credito che sia qualificabile come "abusiva", in quanto effettuata, con dolo o colpa, ad impresa che si palesi in una situazione di difficoltà economico-finanziaria ed in mancanza di concrete prospettive di superamento della crisi, integra un illecito del soggetto finanziatore, per essere egli venuto meno ai suoi doveri primari di una prudente gestione, che obbliga il medesimo al risarcimento del danno, ove ne discenda l'aggravamento del dissesto favorito dalla continuazione dell'attività d'impresa.

Non integra abusiva concessione di credito la condotta della banca che, pur al di fuori di una formale procedura di risoluzione della crisi dell'impresa, abbia assunto un rischio non irragionevole, operando nell'intento del risanamento aziendale ed erogando credito ad un'impresa suscettibile, secondo una valutazione ex ante, di superamento della crisi o almeno di proficua permanenza sul mercato, sulla base di documenti, dati e notizie acquisite, da cui sia stata in buona fede desunta la volontà e la possibilità del soggetto finanziato di utilizzare il credito ai detti scopi.

Il curatore fallimentare è legittimato ad agire contro la banca per la concessione abusiva del credito, in caso di illecita nuova finanza o di mantenimento dei contratti in corso, che abbia cagionato una diminuzione del patrimonio del soggetto fallito, per il danno diretto all'impresa conseguito al finanziamento e per il pregiudizio all'intero ceto creditorio a causa della perdita della garanzia patrimoniale ex art. 2740 c.c..

La responsabilità in capo alla banca, qualora abusiva finanziatrice, può sussistere in concorso con quella degli organi sociali di cui alla L.Fall., art. 146, in via di solidarietà passiva ai sensi dell'art. 2055 c.c., quali fatti causatori del medesimo danno, senza che, peraltro, sia necessario l'esercizio congiunto delle azioni verso gli organi sociali e verso il finanziatore, trattandosi di mero litisconsorzio facoltativo. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 14 Settembre 2021, n. 24725.


Concordato preventivo - Degrado dei creditori muniti di privilegio generale - Raffronto della proposta concordataria con gli esiti della liquidazione del patrimonio della debitrice in ambito fallimentare.
Nel concordato preventivo, il degrado dei creditori muniti di privilegio generale richiede un raffronto della proposta concordataria con gli esiti della liquidazione del patrimonio della debitrice in ambito fallimentare e quindi, in concreto, la simulazione di un piano di riparto fallimentare; tale raffronto, giusta il disposto dell’art. 2740 c.c. e dell’art. 42, comma 2, L.F., deve essere esteso ai valori che potrebbero ragionevolmente realizzarsi in ambito fallimentare in virtù del positivo esperimento di azioni revocatorie, recuperatorie, di responsabilità, in quanto dette azioni rientrano nel patrimonio mobiliare della società. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Appello Venezia, 26 Luglio 2021.


Concordato preventivo – Nuova finanza – Canoni dell’affitto – Dividendi sulle partecipazioni della controllata.
Incide sulla fattibilità giuridica del piano la inclusione nella c.d. 'nuova finanza' (destinata al soddisfo del ceto creditorio al di fuori del vincolo del rispetto delle cause legittime di prelazione) dei flussi provenienti dalla prosecuzione dell'attività d'impresa, sotto forma di canoni dovuti dall'affittuaria dell'azienda e di dividendi futuri generati dagli utili della gestione.

Si tratta infatti di voci entrambe non neutre rispetto al patrimonio dell’impresa che propone il concordato, del quale costituiscono invece componenti attive, in quanto crediti rinvenienti da atti dispositivi di beni (canoni di affitto) o inerenti a diritti di partecipazione (dividendi) già in esso ricompresi. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Appello Venezia, 05 Luglio 2021.


Concessione abusiva di credito – Illecito del finanziatore – Curatore fallimentare – Legittimazione – Concorso con la responsabilità degli organi sociali.
L'erogazione del credito che sia qualificabile come "abusiva", in quanto effettuata, con dolo o colpa, ad impresa che si palesi in una situazione di difficoltà economico-finanziaria ed in mancanza di concrete prospettive di superamento della crisi, integra un illecito del soggetto finanziatore, per essere egli venuto meno ai suoi doveri primari di una prudente gestione, che obbliga il medesimo al risarcimento del danno, ove ne discenda l'aggravamento del dissesto favorito dalla continuazione dell'attività d'impresa.

Non integra abusiva concessione di credito la condotta della banca che, pur al di fuori di una formale procedura di risoluzione della crisi dell'impresa, abbia assunto un rischio non irragionevole, operando nell'intento del risanamento aziendale ed erogando credito ad un'impresa suscettibile, secondo una valutazione ex ante, di superamento della crisi o almeno di proficua permanenza sul mercato, sulla base di documenti, dati e notizie acquisite, da cui sia stata in buona fede desunta la volontà e la possibilità del soggetto finanziato di utilizzare il credito ai detti scopi.

Il curatore fallimentare è legittimato ad agire contro la banca per la concessione abusiva del credito, in caso di illecita nuova finanza o di mantenimento dei contratti in corso, che abbia cagionato una diminuzione del patrimonio del soggetto fallito, per il danno diretto all'impresa conseguito al finanziamento e per il pregiudizio all'intero ceto creditorio a causa della perdita della garanzia patrimoniale ex art. 2740 c.c..

La responsabilità in capo alla banca, qualora abusiva finanziatrice, può sussistere in concorso con quella degli organi sociali di cui all'art. 146 L. Fall., in via di solidarietà passiva ai sensi dell'art. 2055 c.c., quali fatti causatori del medesimo danno, senza che, peraltro, sia necessario l'esercizio congiunto delle azioni verso gli organi sociali e verso il finanziatore, trattandosi di mero litisconsorzio facoltativo. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 30 Giugno 2021, n. 18610.


Sospensione dell’espropriazione immobiliare prevista dall’art.54 ter DL 18/2020 per l’abitazione principale del debitore esecutato – Applicazione anche al terzo datore di ipoteca – Esclusione.
L’art.54 ter DL 18/2020, derogando all’art. 2740 c.c., è norma di carattere eccezionale e perciò insuscettibile di applicazione analogica.

Essa non è pertanto invocabile dal terzo datore di ipoteca sottoposto ad esecuzione forzata, stante la diversità della sua situazione rispetto a quella del debitore esecutato; nel caso del terzo datore di ipoteca manca, infatti, il rapporto di debito e il terzo, a differenza del debitore, non è tenuto con tutto il suo patrimonio nei confronti del creditore. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Lucca, 21 Aprile 2021.


Espropriazione forzata - Partecipazione di più creditori - Creditore intervenuto - Provvisoria sospensione e successivo ripristino dell’efficacia esecutiva del titolo - Effetti.
Nel processo di esecuzione forzata, al quale concorrano più creditori, nell'ipotesi in cui il titolo del creditore intervenuto, provvisoriamente sospeso, riacquisti efficacia esecutiva in data anteriore all'approvazione del definitivo progetto di distribuzione, l'effetto preclusivo della partecipazione alla distribuzione delle somme ricavate dalla vendita deve ritenersi limitato alle distribuzioni avvenute "medio tempore", dal momento che l'esigenza di rispetto del principio della "par condicio creditorum" e la necessità di evitare una irragionevole disparità di trattamento rispetto alla posizione del creditore pignorante (per il quale la perdita della provvisoria esecutività del titolo non determina l'inefficacia del pignoramento ma soltanto la sospensione cd. "esterna" del processo esecutivo, in attesa che il titolo sia definitivamente revocato o confermato) impongono di riconoscere la legittimazione dell'interveniente a concorrere alle ulteriori fasi distributive. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 16 Febbraio 2021, n. 4034.


Concordato preventivo - Art. 12 bis comma 1, del d.lgs. n.74 del 2000 - Confisca diretta o per equivalente - Sequestro preventivo sopravvenuto alla proposizione di domanda di concordato preventivo - Opponibilità ai creditori - Sussiste - Applicabilità art. 168 l. fall. - Esclusione - Potestà cautelare dello Stato - Funzionale alla tutela del credito tributario - Interesse dello Stato alla repressione dei reati -  Prevalenza - Fondamento.
Il carattere obbligatorio e sanzionatorio della confisca diretta o per equivalente del profitto dei reati tributari, prevista dall'art. 12 bis comma 1, del d.lgs. n.74 del 2000, comporta che il sequestro preventivo ad essa funzionale, benché sopravvenuto rispetto alla proposizione di una domanda di concordato preventivo, sia opponibile ai creditori, non potendo in contrario invocarsi l'art. 168 l.fall., il quale vieta l'inizio delle azioni cautelari in costanza di procedura, posto che una siffatta inibizione non sussiste per la potestà cautelare che lo Stato esercita, non a tutela del suo credito, bensì nell'interesse alla repressione dei reati. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 03 Novembre 2020, n. 24326.


Trasformazione di società di capitali in comunione di azienda – Regime di responsabilità dell'ente originario – Fallimento – Tutela dei creditori anteriori alla trasformazione.
I creditori di titolo anteriore alla cancellazione dell'«ente originario» si avvantaggiano del regime di responsabilità proprio della relativa struttura; a tale regime rimane ancorata, di conseguenza, la fallibilità dell'«ente originario», che l'intervenuta trasformazione non è idonea a impedire.

In caso di trasformazione, la norma dell'art. 10 l.f. trova comunque applicazione nei confronti dell'«ente originario». La soggettività fallimentare di questo ente non è diversa da quella che viene riconosciuta a una qualunque società cancellata dal registro e dichiarata fallita nel corso dell'anno successivo.

Lo strumento di tutela dei creditori dato dall'opposizione, che è previsto dalla legge in relazione alle operazioni di trasformazione, non può in alcun modo considerarsi sostitutivo di quello rappresentato dal fallimento, posto che, per la categoria dei creditori anteriori alla trasformazione, appronta una tutela di intensità sensibilmente inferiore. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 22 Ottobre 2020, n. 23174.


Revocatoria ordinaria o fallimentare di un bene - Fallimento dell’accipens - Ammissibilità dell'azione - Condizioni - Fondamento.
Oggetto della domanda revocatoria, sia essa ordinaria che fallimentare, non è il bene trasferito in sé, ma la reintegrazione della generica garanzia patrimoniale dei creditori, mediante il suo assoggettamento ad esecuzione forzata, sicchè quando l'azione sia stata promossa dopo il fallimento dell'accipiens, non potendo essere esperita con la finalità di recuperare il bene ceduto – stante l'intangibilità dell'asse fallimentare –, i creditori del cedente (ovvero il curatore in caso di suo fallimento) potranno insinuarsi al passivo del fallimento del cessionario per il valore del bene oggetto dell'atto di disposizione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 24 Giugno 2020, n. 12476.


Concordato preventivo – Scissione – Esonero dalla responsabilità patrimoniale del debitore – Violazione di norme imperative – Fattibilità – Esclusione

Scissione – Opposizione dei creditori – Natura preclusiva dello strumento – Esclusione
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La clausola della proposta di concordato preventivo che preveda un esonero dalla responsabilità patrimoniale del debitore è nulla per violazione di norme imperative e comporta la non fattibilità giuridica della proposta concordataria.
[Nel caso di specie, la proposta concordataria tendeva ad ottenere una sorta di "effetto purgativo" a favore del debitore, quale "alienante" di parti dell'azienda a mezzo scissione societaria, conservando alla scissa la gestione dell'impresa, nonché parte dei proventi ritraibili dal relativo esercizio, come pure la disponibilità dei beni non trasferiti alla scissionaria.]

Lo strumento dell'opposizione dei creditori alla scissione (ovvero pure alla fusione) si configura, nel sistema vigente, come rimedio aggiuntivo - non già preclusivo - degli altri e diversi rimedi che l'ordinamento viene a porre a tutela dei creditori dei soggetti partecipanti all’operazione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 12 Giugno 2020, n. 11347.


Tribunale delle Imprese – Ricorso ex art. 671 c.p.c. – Notifica effettuata in luogo diverso da quello della residenza – Obbligazioni solidali e litisconsorzio – Presupposti del periculum in mora.
La notificazione di un atto mediante consegna a una delle persone elencate nell'art. 139 c.p.c., in luogo diverso da quello in cui risiede il destinatario è nulla, non essendovi certezza che la persona legata da rapporti di famiglia o di collaborazione con il destinatario provveda a trasmettergli l'atto ricevuto.

La solidarietà passiva non comporta, sul piano processuale, l’inscindibilità delle cause ed il litisconsorzio necessario in quanto il creditore ha diritto a rivalersi per l’intero nei confronti di ciascun debitore sicché, nel caso di un procedimento cautelare, la nullità della notifica del ricorso e del decreto di comparizione ad alcuni dei resistenti, laddove non sanata dalla costituzione, importa l’improcedibilità della domanda solo nei confronti di questi ultimi.

Nel caso di sequestro conservativo il periculum in mora, che consiste nel rischio, verosimile ed attuale, della perdita e/o diminuzione del patrimonio del debitore, è ravvisabile sulla base di elementi soggettivi e/o oggettivi, che possono essere presi in considerazione anche alternativamente. Sotto il profilo oggettivo, non rilevano tutte le condotte distrattive o comunque espressive di una capacità del debitore di dissipare il patrimonio ma solo quelle condotte che, avuto riguardo al momento in cui sono state poste in essere rispetto al sorgere del credito ed alla loro incidenza sul patrimonio del debitore, facciano ritenere verosimile, e soprattutto attuale, il rischio che il sequestro conservativo mira ad evitare.   Inoltre, sempre sotto il profilo oggettivo, tale requisito non può desumersi dalla mera insufficienza del patrimonio del debitore rispetto al credito ma da un’insufficienza del patrimonio che sia tale da far ritenere concreto ed attuale il rischio di sottrazione o diminuzione della garanzia del credito, atteso che il periculum va sempre valutato in un’accezione “dinamica “ e strettamente collegata alla perdita e/o diminuzione della garanzia patrimoniale, del cui rischio, in concreto, deve esserne espressione. (Stefano Vitale) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli, 01 Aprile 2020.


Amministrazione straordinaria delle grandi imprese - Stabilimento industriale di interesse strategico nazionale - Prededuzione ex art. 3, comma 1-ter, del d.l. n. 347 del 2003 - Estensione alle società del gruppo diverse dalla debitrice - Esclusione - Fondamento - Fattispecie.
In tema di amministrazione straordinaria delle grandi imprese, l'art. 3, comma 1-ter, del d.l. n. 347 del 2003, conv. con modif. in legge n. 39 del 2004, prevede una specifica ipotesi di prededuzione in favore di determinati creditori e per particolari prestazioni eseguite, applicabile qualora la debitrice, ammessa alla procedura di amministrazione straordinaria, gestisca almeno uno stabilimento industriale di interesse strategico nazionale, da individuarsi con d.p.c.m. ai sensi dell'art. 1 del d.l. n. 207 del 2012, conv. con modif. in legge n. 231 del 2012; trattandosi di previsione eccezionale e di stretta interpretazione, in deroga al principio generale di cui all'art. 2740 c.c., si applica alla sola debitrice che ne abbia le caratteristiche e non anche alla capogruppo o ad altra società del gruppo di imprese, pur ammesse alla procedura di amministrazione straordinaria, di cui faccia eventualmente parte la debitrice. (Fattispecie relativa all'impianto siderurgico di Taranto, gestito dal gruppo Ilva di cui fa parte la debitrice, circostanza sulla quale la creditrice, ammessa in chirografo, aveva fatto "affidamento"). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 20 Febbraio 2020, n. 4341.


Concessione di garanzie reali per debiti scaduti - Revocabilità - Fondamento.
L'adempimento di un debito scaduto, pur comportando una diminuzione della garanzia patrimoniale generale, non è soggetto a revoca, ai sensi dell'art. 2901, comma 3, c.c., perché, una volta che si siano verificati gli effetti della mora, costituisce atto dovuto. Tale ultima disposizione, invece, non si applica, né in via di interpretazione estensiva né per analogia, nel caso di concessione di ipoteca per debito già scaduto, atteso che si tratta di un negozio di disposizione patrimoniale che, essendo fondato sulla libera determinazione del debitore, è aggredibile con azione revocatoria ex artt. 2901 e 2902 c.c. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 22 Gennaio 2020, n. 1414.


Responsabilità giuridica del liquidatore sociale verso i creditori non soddisfatti – Principio della par condicio creditorum nell’esecuzione delle attività liquidatorie extraconcorsuali – Responsabilità civile dell’organo di gestione per mancato adempimento di debito sociale – Onere della prova a carico del creditore sociale in ordine al mancato rispetto della par condicio creditorum – Onere della prova a carico del liquidatore sociale circa le cause che hanno originato l’insufficienza dell’attivo societario.
L'art. 2495 c.c., nel comma 1, prevede che, una volta approvato il bilancio finale di liquidazione, i liquidatori debbano chiedere la cancellazione della società dal registro delle imprese e, nel comma 2 stabilisce che, ferma restando la sua estinzione, dopo la cancellazione della società i creditori sociali non soddisfatti possano far valere i loro crediti nei confronti dei soci, fino alla concorrenza del riparto andato a loro favore e, nei confronti dei liquidatori, senza limitazione, se il mancato pagamento è dipeso da loro colpa.
A prescindere dalla successiva apertura di una procedura concorsuale, il principio della par condicio creditorum è un corretto parametro per considerare la sussistenza e l'entità di una lesione del credito avvenuta per opera del liquidatore nella fase di liquidazione del patrimonio della società, valendo esso come criterio generale per disciplinare la fase di pagamento dei debiti sociali nel corso della liquidazione. Tale principio, infatti, è ricavabile dalle norme generali che, negli artt. 2740 e 2741 del codice civile, regolano il concorso dei creditori e le cause di prelazione e prescrivono l'obbligo del debitore di effettuare i pagamenti rispettando il diritto dei creditori ad essere egualmente soddisfatti, salvo le cause legittime di prelazione.
L'inadempimento contrattuale di una società di capitali nei confronti di un terzo (sia esso socio o creditore) non implica automaticamente la responsabilità risarcitoria degli amministratori – o dei liquidatori - nei confronti dell'altro contraente, atteso che tale responsabilità, di natura extracontrattuale, richiede la prova – a carico del creditore insoddisfatto - di una condotta - dolosa o colposa - degli amministratori o dei liquidatori, del danno e del nesso causale tra questa e il danno patito dal terzo contraente.
Sussiste la responsabilità aquiliana del liquidatore (e, più in generale, - dell'amministratore) in caso di mancato pagamento di un debito sociale derivante da un'attività compiuta dal liquidatore nell'esercizio delle sue funzioni e grava sul creditore rimasto insoddisfatto l'onere di dedurre e allegare che la fase di pagamento dei debiti sociali non si è svolta nel rispetto del principio della par condicio creditorum, tenuto conto della legittima causa di prelazione di cui beneficiava ex lege il suo credito.
Il conseguimento, nel bilancio finale di liquidazione, di un azzeramento della massa attiva tale da renderla insufficiente a soddisfare un credito non appostato nel suddetto bilancio, ma comunque provato quanto alla sua sussistenza già nella fase di liquidazione, è fonte di responsabilità illimitata del liquidatore verso il creditore pretermesso ai sensi dell’art. art. 2495 c.c. comma 2, nel caso in cui da parte di quest’ultimo, assolvendo l’onere probatorio che ad egli compete, sia allegato e dimostrato che nella gestione operata il liquidatore abbia eseguito pagamenti in spregio del principio della par conditio creditorum, nel rispetto delle cause legittime di prelazione ex art. 2741 c.c., comma 2.
Per liberarsi dalla responsabilità su di lui gravante in relazione al dovere di svolgere un'ordinata gestione liquidatoria del patrimonio destinato al pagamento dei debiti sociali, il liquidatore, ha l'onere di allegare e dimostrare che l'intervenuto azzeramento della massa attiva tramite il pagamento dei debiti sociali non è riferibile a una condotta assunta in danno del diritto del singolo creditore di ricevere uguale trattamento rispetto ad altri creditori, fatte salve le cause legittime di prelazione ex art. 2741, c.c. (Gianni Tognoni) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 15 Gennaio 2020, n. 521.


Revocatoria semplificata ex art. 2929 bis c.c. – Rinuncia abdicativa della proprietà in favore dello Stato – Applicabilità.
La c.d. revocatoria semplificata contemplata dall’art. 2929 bis c.c. mira a tutelare i creditori contro gli atti che producono l’effetto di sottrare al patrimonio del debitore i beni costituenti la garanzia generica di cui all’art. 2740 c.c. senza una controprestazione; essa non ha finalità sanzionatoria delle condotte del terzo beneficiario e quindi prescinde dall’eventuale stato di buona fede di quest’ultimo.

La rinuncia abdicativa del diritto di proprietà su beni immobili ex art. 827 c.c. ha come effetto diretto ed immediato la deminiutio (a titolo gratuito) del patrimonio del debitore sicché è soggetta all’applicazione dell’art. 2929 bis c.c. a nulla rilevando il fatto che essa non necessità di accettazione o che acquisto dello Stato avviene a titolo originario. (Stefano Vitale) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli, 03 Dicembre 2019.


Scissione societaria – Scorporo – Effetti.
Con la scissione il patrimonio di una società è scomposto ed assegnato in tutto o in parte ad altre società - preesistenti o di nuova costituzione - con contestuale assegnazione ai soci della prima di quote delle società beneficiarie del trasferimento patrimoniale; quindi il tratto saliente dell’istituto è costituito proprio dalla diretta attribuzione ai soci della società scissa di tali quote, differenziandosi pertanto dal cd. scorporo dove invece le quote della società beneficiaria sono invece attribuite alla stessa società scissa; la scissione come modificazione della struttura societaria produttiva anche di effetti “lato sensu” traslativi, inoltre, costituisce un tipico esempio di fattispecie negoziale a formazione progressiva, nella quale le varie fasi in cui si snoda il procedimento (progetto di scissione, delibera, atto di scissione) costituiscono tutti elementi sorretti dalla medesima causa e finalisticamente orientati al raggiungimento di unico scopo.

La scissione societaria disciplinata dagli artt. 2506 e ss. c.c., come modificati dal D.Lgs n. 6 del 2003 con effetti dall’1 gennaio 2004, consistendo nel trasferimento del patrimonio ad una o più società, preesistenti o di nuova costituzione, contro l’assegnazione di azioni o di quote delle stesse ai soci della società scissa, produce effetti traslativi che, sul piano processuale, non determinano l’estinzione di quest’ultima ed il subingresso di quella o di quelle risultanti dalla scissione nella totalità dei rapporti giuridici della prima, ma una successione a titolo particolare nel diritto controverso.

Con riguardo agli “effetti della scissione” l’ultimo comma dell’art. 2506 quater c.c.  prevede che ciascuna società “è solidalmente responsabile, nei limiti del valore effettivo del patrimonio netto ad essa assegnato o rimasto, dei debiti della società scissa non soddisfatti dalla società cui fanno carico.” Si tratta dunque di un peculiare regime di responsabilità solidale tra le società coinvolte, giacché il citato ultimo comma dell’art. 2506 quater c.c. circoscrive le responsabilità delle società cui non faccia carico la posizione debitoria nel limite del valore effettivo del patrimonio netto assegnato (nel caso della beneficiaria) o rimasto (nel caso della scissa). Precisamente, è una responsabilità sussidiaria o di secondo livello rispetto a quello cui formalmente fa carico la posizione obbligatoria; la responsabilità delle altre società beneficiarie della scissione o della scissa, infatti, è non solo limitata ma anche sussidiaria perché opera solo per i debiti della società scissa o della beneficiaria non soddisfatti dalla società a cui essi fanno carico; sussidiarietà che discende dall’individuazione e descrizione dei cespiti assegnati nel progetto di scissione: una società ne diviene primo titolare, l’altra obbligata in via sussidiaria nei limiti del valore effettivo.  
La ragion d’essere della norma di cui all’art. 2506 quater, comma 3, c.c. deve rinvenirsi per un verso nella tutela della latitudine della garanzia patrimoniale generica stabilita dall’art. 2740, comma 1, c.c. in favore dei creditori e, per altro verso, nel principio generale che il debitore non può con un suo atto unilaterale, qual è la scissione rispetto ai creditori, diminuire la garanzia patrimoniale di cui essi godono; ciascun creditore della società originaria può dunque rivolgersi non solo al “suo” debitore - cioè la società (scissa o beneficiaria) cui il debito è stato assegnato in base al progetto di scissione, che risponderà illimitatamente -, ma anche a tutte le altre società coinvolte nella scissione, che risponderanno nei limiti del patrimonio rimasto o assegnato; pertanto, a garanzia del creditore ante scissione rimane a disposizione - nel caso di scissione parziale attuata mediante costituzione di nuove società - una sommatoria di patrimoni netti che, nel suo totale, è almeno pari all’ammontare di quello della società ante scissione.

L’art. 2506 quater, ultimo comma, c.c. prescrive un “beneficium ordinis” che presuppone la costituzione in mora, e non un beneficio di preventiva escussione, in relazione alla responsabilità patrimoniale delle società partecipanti la scissione per i debiti trasferiti alla società scissa da questa non soddisfatti ed il limite di tale responsabilità per le società non beneficiarie è dato dalla quota dell’effettivo patrimonio assegnato o rimasto il quale definisce la misura del credito azionabile nei confronti di queste.

Nel caso di scissione di società, l’art. 2506 quater, comma 3, c.c. va interpretato nel senso che la società scissa risponde in via solidale, unitamente alla società di nuova costituzione, beneficiaria di una parte del patrimonio originario, del debito a quest’ultima trasferito o mantenuto; tali debitrici solidali, peraltro, sono tenute con modalità diverse: da un lato, infatti, la responsabilità della società scissa, presupponendo che il credito da far valere sia rimasto insoddisfatto, postula solo la previa costituzione in mora della società beneficiaria (cd. “beneficium ordinis”), non anche la sua preventiva escussione; dall’altro, esclusivamente la società cui il debito è trasferito o mantenuto risponde dell’intero debito, mentre l’altra società risponde nei limiti della quota di patrimonio netto assegnato o rimasto al momento della scissione e, dunque, disponibile per il soddisfacimento dei creditori, atteso che la suddetta disposizione tende a mantenere integre le garanzie dei creditori sociali per l’ipotesi di scissione, non anche ad accrescerle; ogni società derivante dalla scissione può essere chiamata a rispondere solidalmente del passivo, rispondendone per intero solo la società cui il debito è trasferito o mantenuto, mentre le altre sono responsabili nei limiti della quota di patrimonio netto di loro spettanza come determinata al momento dell’avvenuta scissione.

Ciascuna società sarà solidalmente responsabile (nei limiti del valore effettivo del patrimonio netto ad essa assegnato o rimasto), dei soli debiti della società scissa esistenti alla data della scissione e non soddisfatti dalla società cui fanno carico; in particolare, nel caso di scissione parziale attuata mediante costituzione di nuove società, a garanzia del creditore ante scissione rimane a disposizione una sommatoria di patrimoni netti che, nel suo totale, è almeno pari all’ammontare di quello della società ante scissione.

La  tutela dei creditori ante scissione viene attuata mediante il disposto degli artt. 2506 bis e 2506 quater c.c.: la prima norma dispone, infatti, che degli elementi del passivo la cui destinazione non è desumibile dal progetto rispondono in solido con la società scissa la società beneficiaria (nei limiti del valore effettivo del patrimonio netto attribuito); la seconda norma prevede, che la società beneficiaria è solidalmente responsabile con  la società scissa (sempre nei limiti del valore effettivo del patrimonio netto assegnatole) dei debiti di quest’ultima esistenti al momento della scissione e dalla stessa non soddisfatti; le disposizioni di cui agli artt. 2506 bis, comma 3, c.c. e 2506 quater, comma 3, c.c. comportano una tutela compiuta, completa e di portata sostanzialmente identica rispetto a tutti i creditori della società ante scissione, rendendosi irrilevante che la destinazione del debito sia o non sia desumibile dal progetto di scissione.

Per assolvere l’obbligo motivazionale conforme al disposto dell’art. 132 n. 4 c.p.c., il giudice del merito non è tenuto a valutare singolarmente tutte le risultanze processuali e a confutare tutte le argomentazioni prospettate dalle parti, essendo sufficiente che egli, dopo aver vagliato le une e le altre nel loro complesso, indichi gli elementi sui quali è fondato il proprio convincimento, dovendosi ritenere disattesi, per implicito, tutte le altre ricostruzioni, gli altri rilievi e le circostanze che, sebbene non siano menzionati specificamente, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata, dovendosi ritenere, diversamente, che la motivazione non possa qualificarsi come succinta nel senso voluto dall’articolo 118 delle disposizioni di attuazione c.p.c.; è sufficiente, cioè, il riferimento alle ragioni in fatto e in diritto ritenute idonee a giustificare la soluzione adottata; con specifico riguardo all’accertamento del fatto, dunque, affinché sia rispettata la prescrizione desumibile dal combinato disposto dell’art. 132 n. 4 e degli artt. 115 e 116 c.p.c., non si richiede al giudice del merito di dar conto dell’esito dell’avvenuto esame di tutte le prove prodotte o comunque acquisite e di tutte le tesi prospettategli, ma di fornire una motivazione ‘logica’ ed ‘adeguata’ dell’adottata decisione evidenziando le prove ritenute idonee e sufficienti a suffragarla ovvero la carenza di esse.

In ossequio al c.d. “criterio della ragione più liquida”, la pronuncia viene emessa sulla base di una o più ragioni, a carattere assorbente, che da sole sono idonee a regolare la lite. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino, 08 Novembre 2019.


Revocatoria ordinaria - Esercizio da parte del creditore dell'alienante - Trascrizione anteriore al fallimento - Procedibilità dopo la dichiarazione di fallimento dell'acquirente - Condizioni - Conseguenze.
Il divieto di azioni esecutive individuali posto dall'art. 51 l.fall. non osta alla procedibilità dell'azione revocatoria ordinaria già promossa dal creditore dell'alienante, ove la domanda ex art. 2901 c.c. sia stata trascritta anteriormente alla dichiarazione di fallimento dell'acquirente perché altrimenti il creditore dell'alienante, pur trovandosi nella condizione di poter opporre l'azione proposta alla massa, ai sensi dell'art. 45 l.fall., resterebbe privo della garanzia patrimoniale ex art. 2740 c.c. e l'atto fraudolento gioverebbe ai creditori dell'acquirente fallito per il sol fatto che a questi si è sostituito il curatore; il vittorioso esperimento dell'azione revocatoria ordinaria, trascritta anteriormente alla data di fallimento dell'acquirente, non abilita, tuttavia, il creditore dell'alienante non fallito a promuovere l'esecuzione sui beni compravenduti ma lo colloca in posizione analoga a quella del titolare di un diritto di prelazione e gli consente di conseguire, in sede di ricavato della vendita del bene, la separazione della somma corrispondente al suo credito verso l'alienante, per esserne soddisfatto in via prioritaria. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 31 Maggio 2019, n. 14892.


Accordo di ristrutturazione dei debiti - Domanda di fallimento del creditore rimasto estraneo - Ammissibilità.
Nulla osta alla procedibilità di una domanda di fallimento presentata, dopo l’omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti, da un creditore che ad esso sia rimasto estraneo. Diversamente opinando, si finirebbe infatti per privare quest’ultimo - che a quell’accordo ha legittimamente scelto di non aderire - di una fondamentale forma di tutela del proprio credito, da coordinare con gli interessi degli altri creditori aderenti all’accordo, in funzione della garanzia patrimoniale del debitore ex art. 2740 c.c. e del correlato principio della par conditio creditorum di cui all’art. 2741 c.c.. Inoltre, si consentirebbe una compressione dei suoi diritti tanto più inammissibile in quanto l’istituto degli accordi L. Fall., ex art. 182 bis fa perno proprio sul presupposto della loro idoneità ad assicurare l’integrale pagamento dei creditori estranei (fatte salve la dilazione di cui al comma 1 della norma citata e la possibilità della deroga agli artt. 1372 e 1411 c.c. prevista dalla L. Fall., art. 182-septies, cui fanno eco i più ampi "Accordi di ristrutturazione ad efficacia estesa" introdotti dall’art. 61 CCI), i quali perciò si pongono, rispetto all’accordo, in posizione analoga ai creditori non vincolati dagli effetti obbligatori del concordato omologato L. Fall., ex art. 184. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 22 Maggio 2019, n. 13850.


Titolo esecutivo nei confronti di un condominio - Espropriazione dei crediti per contributi dovuti dai condòmini - Modalità dell'esecuzione forzata - Rilevanza del principio di parziarietà - Esclusione.
Il creditore del condominio che disponga di un titolo esecutivo nei confronti del condominio stesso ha facoltà di procedere all'espropriazione di tutti i beni comuni, ai sensi degli artt. 2740 e 2910 c.c., ivi inclusi i crediti vantati dal medesimo condominio verso i singoli condòmini per i contributi da loro dovuti in base a stati di ripartizione approvati dall'assemblea, e, in tal caso, la relativa esecuzione forzata deve svolgersi nelle forme dell'espropriazione dei crediti presso terzi di cui agli artt. 543 ss. c.p.c. (Nella specie, la S.C. ha precisato che non veniva in rilievo il principio di parziarietà delle obbligazioni condominiali). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 14 Maggio 2019, n. 12715.


Fondi comuni di investimento - Natura giuridica - Soggettività giuridica autonoma - Esclusione - Patrimoni separati della società promotrice o di gestione - Configurabilità - Acquisti nell'interesse del fondo - Titolarità formale e legittimazione ad agire - Società promotrice o di gestione - Fondamento.
I fondi comuni d'investimento (nella specie, fondo immobiliare chiusi), disciplinati nel d.lgs. n. 58 del 1998, e succ. mod., sono privi di un'autonoma soggettività giuridica, ma costituiscono patrimoni separati della società di gestione del risparmio; pertanto, in caso di acquisto nell'interesse del fondo, l'immobile che ne è oggetto deve essere intestato alla società promotrice o di gestione la quale ne ha la titolarità formale ed è legittimata ad agire in giudizio per far accertare i diritti di pertinenza del patrimonio separato in cui il fondo si sostanzia. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 Maggio 2019, n. 12062.


Concordato preventivo - Continuità aziendale - Destinazione dei flussi ricavabili dalla prosecuzione dell’attività - Applicazione delle norme di cui agli artt. 2740 e 2741 c.c..
Nel concordato preventivo con continuità aziendale, tutte le risorse, anche quelle ricavabili dalla prosecuzione dell’attività, devono essere destinate alla soddisfazione dei creditori nel rispetto dell’ordine delle cause legittime di prelazione.

Tale principio si ricava dalla corretta applicazione delle norme di cui agli artt. 2740 e 2741 c.c., secondo le quali il debitore risponde dei debiti con i tutti i propri beni anche futuri, e tenendo presente che le norme di cui all’art. 160 legge fall., che consentono la falcidia dei creditori incapienti, vanno interpretate nel rispetto del principio sopra richiamato, tenendo come riferimento non il patrimonio del debitore quale ricavabile dalla liquidazione fallimentare, bensì quello ricostruito in sede concordataria, compressivo, dunque, anche delle entrate future derivanti dalla prosecuzione dell’attività, posto che queste risorse altro non sono che il prodotto della trasformazione dei beni esistenti al momento della proposizione della domanda di concordato. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Padova, 24 Gennaio 2019.


Concordato preventivo - Art. 168 l. fall. nella formulazione anteriore alla l. n. 134 del 2012 - Sequestro conservativo - Ammissibilità - Esclusione - Fondamento.
In tema di concordato preventivo, anche nella vigenza dell'art. 168 l. fall. nella formulazione anteriore all'art. 33, comma 1, del d.l. n. 83 del 2012, conv. in l. n. 134 del 2012, pur in mancanza di una espressa previsione normativa, doveva ritenersi improponibile il ricorso per sequestro conservativo sui beni del debitore, trattandosi di un vincolo idoneo a convertirsi in pignoramento e quindi volto ad assicurare la garanzia patrimoniale in vista di una futura esecuzione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. V, tributaria, 17 Gennaio 2019, n. 1168.


Concordato preventivo - Art. 168 l. fall. nella formulazione anteriore alla l. n. 134 del 2012 - Sequestro conservativo - Ammissibilità – Esclusione - Fondamento.
In tema di concordato preventivo, anche nella vigenza dell'art. 168 l. fall. nella formulazione anteriore all'art. 33, comma 1, del d.l. n. 83 del 2012, conv. in l. n. 134 del 2012, pur in mancanza di una espressa previsione normativa, doveva ritenersi improponibile il ricorso per sequestro conservativo sui beni del debitore, trattandosi di un vincolo idoneo a convertirsi in pignoramento e quindi volto ad assicurare la garanzia patrimoniale in vista di una futura esecuzione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. V, tributaria, 17 Gennaio 2019, n. 1168.


Garanzia patrimoniale – Azione revocatoria – In genere – Effetti – Natura costitutiva

Garanzia patrimoniale – Azione revocatoria – In genere – Esperibilità nei confronti di fallimento – Inammissibilità
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La sentenza che accoglie la domanda revocatoria, sia essa ordinaria o sia fallimentare, in forza di un diritto potestativo comune, al di là delle differenze esistenti tra le medesime, ma in considerazione dell'elemento soggettivo di comune accertamento da parte del giudice, quantomeno nella forma della scientia decoctionis, ha natura costitutiva, in quanto modifica "ex post" una situazione giuridica preesistente, sia privando di effetti atti che avevano già conseguito piena efficacia, sia determinando, conseguentemente, la restituzione dei beni o delle somme oggetto di revoca alla funzione di generale garanzia patrimoniale (art. 2740 c.c.) ed alla soddisfazione dei creditori di una delle parti dell'atto. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Non è ammissibile un'azione revocatoria, non solo fallimentare ma neppure ordinaria, nei confronti di un fallimento, stante il principio di cristallizzazione del passivo alla data di apertura del concorso ed il carattere costitutivo delle predette azioni; il patrimonio del fallito è, infatti, insensibile alle pretese di soggetti che vantino titoli formatisi in epoca posteriore alla dichiarazione di fallimento e, dunque, poichè l'effetto giuridico favorevole all'attore in revocatoria si produce solo a seguito della sentenza di accoglimento, tale effetto non può essere invocato contro la massa dei creditori ove l'azione sia stata esperita dopo l'apertura della procedura stessa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 23 Novembre 2018, n. 30416.


Concordato preventivo – Cessione dei beni – Cessione parziale – Effetto esdebitatorio – Esclusione

Concordato preventivo – Concordato con continuità aziendale – Cessione parziale dei beni – Ammissibilità – Finalità dell’istituto

Concordato preventivo – Concordato di gruppo – Inammissibilità – Confusione delle masse attive e passive delle singole società – Esclusione
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La cessione dei beni di fonte contrattuale non ha un effetto esdebitatorio (a differenza di quanto avviene nel concordato) e, come tale, consente ai creditori cessionari di agire esecutivamente anche sulle attività non cedute. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Nel concordato con continuità aziendale, ai sensi dell'art. 186-bis L. Fall., la cessione parziale dei beni è espressamente prevista in relazione alla peculiare finalità perseguita dall'istituto, che è quella di consentire la prosecuzione dell'attività di impresa. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

E’ inammissibile la proposta unitaria di concordato da parte di società fra loro collegate da vincolo di direzione e controllo che preveda l'attribuzione ai creditori di ciascuna società solo di parte del patrimonio di questa (Cass. 13 ottobre 2015, n. 20559; Cass. 13 luglio 2018, n. 18761); il concordato preventivo può, pertanto, essere proposto unicamente da ciascuna delle società appartenenti al gruppo davanti al tribunale territorialmente competente per ogni singola procedura, senza possibilità di confusione delle masse attive e passive, per essere, quindi, approvato da maggioranze calcolate con riferimento alle posizioni debitorie di ogni singola impresa, con l’ulteriore precisazione che la separazione delle masse attive e passive rappresenta (anche in ragione del meccanismo di formazione delle maggioranze necessarie) un dato imprescindibile della normativa. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 17 Ottobre 2018, n. 26005.


Accordo di manleva di uno dei soci verso altro socio per le eventuali conseguenze negative dal conferimento – Opzione put a prezzo prefissato – Interesse alle buone sorti società – Sussistenza.
Gli interessi sottostanti sono analoghi a quelli rinvenibili nel pegno della partecipazione sociale ove al creditore, pur non socio, è concesso il diritto di voto, al fine del migliore controllo e “garanzia” del suo credito. Possono, infatti, esistere interessi rilevanti di varia natura, pur sempre connessi al buon esito dell’andamento dell’impresa sociale. Come il pegno, così l’operazione in esame si presta al raggiungimento di quella funzione, pur nell’ambito di un negozio traslativo della partecipazione sociale. Il finanziatore divenuto socio con clausola put ha un sicuro interesse a favorire le buone sorti della società e, con esse, del suo investimento, sia perché ha eseguito il conferimento, avendo investito pur sempre nell’intento di moltiplicare il valore del proprio denaro e non soltanto di recuperarlo dopo un dato periodo di tempo, sia soprattutto perché il suo debitore proprio grazie al successo dell’impresa economica potrà, con assai maggiore probabilità, restituire l’importo pattuito, onde quel successo il socio finanziatore sarà portato, per definizione, a propiziare. (Elena Grigò - Matteo Bascelli) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 04 Luglio 2018.


Società di capitali – Accordi tra soci in occasione di finanziamento partecipativo – Attribuzione al nuovo socio del diritto di vendere e agli altri soci dell’obbligo di acquistare la partecipazione – Termine e prezzo prefissati – Finalità di manleva dalle eventuali conseguenze negative del conferimento – Liceità e meritevolezza di tutela – Fondamento.
È lecito e meritevole di tutela l'accordo concluso tra soci di società per azioni, con il quale, in occasione del finanziamento partecipativo di uno di essi, gli altri si obblighino a manlevare il nuovo socio dalle eventuali conseguenze negative del conferimento, mediante attribuzione a quest’ultimo del diritto di vendere (c.d. put), entro un determinato termine, e agli altri dell’obbligo di acquistare la partecipazione a un prezzo prefissato - pari a quello iniziale, con l'aggiunta di interessi sull'importo dovuto e del rimborso dei versamenti operati nelle more in favore della società - ponendosi il meccanismo sul piano della circolazione delle azioni, piuttosto che su quello della ripartizione degli utili e delle perdite, la cui meritevolezza è insita nell’operazione strategica di potenziamento ed incremento del valore societario. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 04 Luglio 2018, n. 17500.


Fallimento – Azioni revocatorie – Atto di scissione parziale di società – Natura dispositiva.
L’atto di scissione di società, dando luogo a trasferimenti di beni e a mutamenti nella titolarità di posizioni giuridiche attive e passive, ha natura non solo organizzativa ma anche dispositiva ed incide, pertanto, direttamente sul patrimonio delle società coinvolte e sulla garanzia patrimoniale di cui all’art. 2740 c.c. (Michele Riondino) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 12 Giugno 2018.


Esecuzione mobiliare – Pignoramento retribuzione lorda – Esigenze minime vitali – Inapplicabile riduzione discrezionale.
La richiesta di riduzione del pignoramento ad una quota inferiore ad 1/5 non può trovare accoglimento poiché il bilanciamento tra le ragioni creditorie e quelle del debitore esecutato sono sottratte alla discrezionalità del Giudice dell’Esecuzione, essendo tale bilanciamento operato dal legislatore; la quota pignorabile non può quindi essere ridotta per assicurare al debitore una cifra minima per il proprio sostentamento. (Antonella Manisi) (riproduzione riservata) Tribunale Rimini, 10 Maggio 2018.


Esdebitazione - Presupposto oggettivo ex art. 142, comma 2, l.fall. - Portata - Prudente apprezzamento del giudice - Nozione.
In tema di esdebitazione, la valutazione del presupposto di cui al comma 2 dell'art. 142 l.fall. (per il quale tale beneficio non può essere concesso "qualora non siano stati soddisfatti, neppure in parte, i creditori concorsuali"), pur rimessa al prudente apprezzamento del giudice di merito, deve essere operata secondo un'interpretazione coerente con il "favor debitoris" che ispira la norma, sicché, ove ricorrano i presupposti di cui al comma 1, il beneficio dell'esdebitazione deve essere concesso a meno che i creditori siano rimasti totalmente insoddisfatti o siano stati soddisfatti in percentuale affatto irrisoria. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 27 Marzo 2018, n. 7550.


Concordato preventivo – Vincolo di destinazione non traslativo con procura irrevocabile a vendere in favore del nominando liquidatore – Apporto di terzo – Ammissibilità – Interesse meritevole di tutela – Sussiste – Eventuale pregiudizio per i creditori del disponente – Azioni a tutela.
Al fine di garantire l’esecuzione di un concordato preventivo, costituisce apporto di terzo l’istituzione di un vincolo di destinazione ex art. 2645-ter c.c. non traslativo, purché esso non sia revocabile senza il consenso degli organi della procedura e sia accompagnato da una procura irrevocabile a vendere gli immobili in favore del nominando liquidatore.

Nel nostro ordinamento positivo si rinvengono indici normativi che consentono di ritenere che anche il vincolo di destinazione “puro”, cui non consegue un immediato effetto traslativo, sia da qualificare istituto di diritto sostanziale, finalizzato a perseguire l’interesse, meritevole di tutela, di consentire il soddisfacimento, altrimenti precluso, dei creditori chirografari.

L’effetto segregativo che consegue alla costituzione del vincolo non è incompatibile col principio di responsabilità patrimoniale di cui all’art. 2740 c.c., posto che i creditori del disponente, che ne subiscano eventuale pregiudizio, potranno esperire le azioni previste dagli articoli 2901 e 2929 bis c.c. (Salvatore Nicolosi) (riproduzione riservata)
Tribunale Catania, 14 Dicembre 2017.


Concordato preventivo - Cessione dei beni ai creditori - Mancata cessione di beni compresi nell'azienda affittata - Inammissibilità.
E' inammissibile per violazione dell'art. 2740 c.c., la proposta di concordato dalla quale si ricavi che i beni oggetto del contratto di affitto dell'azienda di proprietà della proponente rimangano di proprietà di quest'ultima all'esito della liquidazione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Bolzano, 18 Luglio 2017.


Concordato preventivo – Continuità aziendale – Valore ricavabile dalla continuazione dell’attività – Destinazione ai creditori nel rispetto dell’ordine delle cause di prelazione – Necessità.
La prosecuzione dell'attività di impresa in sede concordataria non può comportare il venir meno della garanzia patrimoniale del debitore, che risponde dei suoi debiti con tutti i beni, presenti e futuri (art. 2740 c.c.), non creando la prosecuzione dell'attività un patrimonio separato o riservato in favore di alcune categorie di creditori (anteriori o posteriori alla domanda di concordato). Né pare, consentito azzerare, in sede concordataria, il rispetto delle cause legittime di prelazione (art. 2741 c.c.), che è un corollario della responsabilità patrimoniale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 15 Dicembre 2016.


Concordato preventivo - Continuità aziendale - Destinazione ai creditori di tutte le utilità derivanti dalla continuazione - Esclusione - Deroga all’articolo 2740 c.c. - Ammissibilità.
La disciplina del concordato con continuità aziendale cui all’art. 186-bis legge fall. non prevede l’obbligo per il debitore di destinare ai creditori tutte le utilità derivanti dalla continuazione, essendo consentito all'imprenditore, in deroga ai principi di cui all'art. 2740 c.c. ed in un’ottica di favore verso il risanamento dell'impresa, conservare parte delle risorse generate dall'esercizio dell'attività, allo scopo di assicurare all’impresa una patrimonializzazione sufficiente e comunque a porre condizioni adeguate a prevenire future situazioni di crisi; al debitore è invece richiesto di garantire la massimizzazione dell'interesse dei creditori ossia di offrire loro un trattamento economico più vantaggioso rispetto alla liquidazione del patrimonio esistente al momento della proposizione della domanda. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Firenze, 02 Novembre 2016.


Scissione societaria – Inefficacia e revocabilità ex artt. 64, 67 l.f. e 2901 c.c..
Ai fini della valutazione della inefficacia della scissione ai sensi dell’art. 64 legge fall., alla luce del chiaro contenuto precettivo recato dal primo comma dell'art. 2506 c.c. (sostanzialmente non dissimile da quello dell'art. 2504-septies c.c., nel testo anteriore alla riforma del diritto delle società del 2003), la scissione parziale di una società, consistente nel trasferimento di parte del suo patrimonio ad una o più società contro l'assegnazione delle azioni o delle quote di queste ultime ai soci della società beneficiaria, si traduce in una fattispecie effettivamente traslativa, che comporta l'acquisizione da parte di detta società di valori prima non esistenti nel suo patrimonio; e ciò, per effetto della manifestazione di volontà unilaterale della società scissa contenuta nell'atto di scissione (in questo senso, cfr., in riferimento alla disciplina legale in vigore prima della riforma, Cass. 13 aprile 2012, n. 5874).

L'operazione straordinaria in questione, certamente di natura organizzativa, ha dunque quale effetto normale quello del mutamento della titolarità soggettiva (dalla scissa alla beneficiaria) di una parte del patrimonio della società che l'operazione ha deciso: l'atto di scissione è, sotto questo profilo, atto dispositivo ed è, quindi, revocabile (recte, relativamente inefficace per i creditori, anche di massa, della società scissa), ricorrendone i rispettivi presupposti, tanto ai sensi degli artt. 64 e 67  legge fall., quanto ai sensi dell'art. 2901 c.c.

Alla declaratoria giudiziale di inefficacia pronunziata in applicazione dell'una ovvero dell'altra delle disposizioni di legge citate non è di ostacolo il divieto di pronunciare l'invalidità dell'atto di scissione, imposto al giudice 2504-quater c.c, (applicabile per effetto del rinvio recettizio formale a tale disposizione di legge contenuto nell'ultimo comma dell'art. 2506-ter c.c.).

Invero, la dichiarazione di inefficacia dell'atto dispositivo consistito nell'assegnazione alla società beneficiaria di parte del patrimonio della società scissa non interferisce sulla validità dell'atto di scissione bensì, in considerazione della natura relativa dei suoi effetti, consente ai creditori della società scissa ovvero al curatore del fallimento della società scissa di recuperare all'attivo del fallimento i beni che dal patrimonio dello scissa sono usciti (nel caso di pronuncia ex art. 64 legge fall. ovvero ex art. 67 oppure, ottenuta declaratoria di inefficacia ex art. 2901 c.c., di esercitare sui beni stessi, appartenenti alla società beneficiaria, azione esecutiva ex art. 2902 c.c. (del resto, da tempo la giurisprudenza di legittimità è costare nell'affermare il principio della non interferenza sulla validità dell'atto costitutivo di società di capitali dell'azione revocatoria ordinaria avente per oggetto il conferimento di beni in tale società da parte di una delle parti del contratto sociale: in questo senso, cfr. Cass. 11 marzo 1995, n. 2817; Cass. 18 febbraio 2000, n. 1804; Cass. 22 ottobre 2013, n. 23891). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma, 16 Agosto 2016.


Scissione societaria – Inefficacia e revocabilità ex artt. 64, 67 l.f. e 2901 c.c. – Responsabilità solidale con la società scissa – Irrilevanza.
E' invero principio di diritto affatto pacifico nella giurisprudenza di legittimità quello secondo cui il compimento di un atto di disposizione del proprio patrimonio, comportante diminuzione della garanzia di cui all'art. 2740 c.c., da parte di un coobbligato solidale facoltizza il creditore ad esercitare contro di lui l'azione revocatoria, a nulla rilevando che i patrimoni degli altri coobbligati siano singolarmente sufficienti a garantire l'adempimento, dal momento che la solidarietà dal lato passivo per l'adempimento di un’obbligazione pecuniaria determina una pluralità di rapporti giuridici di credito-debito tra loro distinti ed autonomi fra il creditore ed ogni singolo debitore solidale ed aventi in comune solo l’oggetto della prestazione, tanto che il creditore ha la facoltà (art. 1292 c.c.) di scegliere il condebitore solidale cui chiedere l'integrale adempimento (potendo anche rinunciare alla solidarietà nei confronti di uno dei condebitori), con la conseguenza che la garanzia patrimoniale generica di cui all'art. 2740 c.c. grava sul patrimonio di ciascun coobbligato, separatamente e per l'intero credito (Cass. 1 agosto 1960, n. 2264; Cass. 13 marzo 1987, n. 2623; Cass. 21 novembre 1990, n. 11251; Cass, 22 marzo 2011, n. 6486).

Facendo applicazione di tale principio, è dunque irrilevante, in funzione dell'esercizio dell'azione revocatoria ordinaria, che dalla scissione sia derivata in capo alle beneficiarie dell'operazione la solidarietà dal lato passivo di diritto speciale prevista dal citato art. 2506-quater, ultimo comma, c.c.

In conclusione, le norme rispettivamente recate dagli artt. 2504-quater, 2506-ter, ultimo comma (opposizione alla progettata scissione da parte dei creditori delle società scindende), 2506-quater, ultimo comma (solidarietà di diritto speciale delle beneficiarie per le obbligazioni della scissa anteriori alla scissione), 2504-quater, 2506ter, ultimo comma (divieto di pronunciare l'invalidità della scissione) non sono di ostacolo all'esercizio dell'azione revocatoria ordinaria di cui all'art. 2901 c.c. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma, 16 Agosto 2016.


Trust – Trust c.d. autodichiarato (sham trust) – Violazione dell’art. 2 L. 364/89 – Nullità.
Il trust autodichiarato (o sham trust), il cui tratto distintivo è integrato dalla riunione del settlor, del trustee e del beneficiario nella medesima persona, travalica i limiti di ammissibilità configurati dall'art. 2 L. 364/89.
Presupposto coessenziale alla natura dell'istituto del trust è che il disponente perda la disponibilità di quanto conferitovi, al di là di determinati poteri che possano competergli in base alle norme costitutive. Tale condizione è ineludibile al punto che, ove risulti che la perdita del controllo dei beni da parte del disponente sia solo apparente, il trust è nullo e non produce l'effetto segregativo che gli è proprio.
L'art. 2740 c.c. - norma derogabile solo dalla legge, non già dalla volontà delle parti - recante il regime della responsabilità patrimoniale del debitore in caso di inadempimento e, dunque, coessenziale alla protezione dei creditori in caso di insolvibilità del debitore, assoggettando alla garanzia patrimoniale generica tutti i beni presenti e futuri di quest'ultimo, coesiste con l'istituto del trust sempre che il negozio istitutivo, combinando gli effetti reali della segregazione con la peculiare finalità impressa all'atto traslativo, non rechi compresenti gli elementi strutturali della preordinata sottrazione dei beni vincolati alla garanzia patrimoniale generica, sì da risultare obiettivamente asservito alla funzione esclusiva di vanificare l'aggressione dei creditori istituendo un'artificiosa apparenza di spoliazione del patrimonio, che rimane di contro saldamente sotto il controllo del debitore.
Incorre nella violazione dell'art. 28, comma 1°, l. 89/13 il notaio rogante il trust autodichiarato, di talché il giudice, nel dichiararne la nullità, è tenuto a disporre la trasmissione degli atti al competente Consiglio Notarile. (Matteo Tassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Massa, 12 Aprile 2016.


Concordato preventivo - Continuità aziendale - Scissione - Esdebitazione totale della società scissa in continuità - Violazione dell'articolo 2740 c.c. - Sussistenza.
Viola l'art. 2740 c.c. una proposta concordataria che preveda l'esdebitazione totale a favore della società scissa, in capo alla quale sia prevista la continuità aziendale, ed il ritorno in bonis della stessa sin dal momento della conclusione dell'operazione di scissione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Firenze, 08 Marzo 2016.


Concordato preventivo - Concordato misto - Devoluzione ai creditori solo di una parte dei proventi della continuità aziendale - Violazione del requisito della fattibilità giuridica - Sussistenza.
Viola il requisito requisito della fattibilità giuridica la proposta di concordato misto che preveda la devoluzione in favore della procedura e, dunque, dei creditori, solo di una parte dei proventi derivanti dalla continuità aziendale, dal momento che una tale previsione contrasta con la ratio stessa dell'istituto, finalizzato, da un lato, a consentire il superamento della situazione di crisi dell'imprenditore e, dall'altro, il soddisfacimento dei creditori, come emerge dalla necessità che la relazione del professionista incaricato attesti che la prosecuzione dell'attività sia funzionale al miglior soddisfacimento dei creditori rispetto alla alternativa liquidatoria. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Firenze, 08 Marzo 2016.


Esecuzione forzata – Espropriazione presso terzi – Assegno vitalizio spettante a deputato ARS – Natura pensionistica – Esclusione – Conseguenze.
In base al principio generale della piena pignorabilità di ogni credito – desumibile dagli artt. 545 cod. proc. civ. e 2740 cod. civ. e fatte salve le eccezioni espressamente stabilite dalla legge – l'assegno vitalizio mensile corrisposto al debitore, già deputato dell’Assemblea Regionale Siciliana, non deve ritenersi, neanche in parte, esente da pignoramento, poiché esso è sostanzialmente e giuridicamente diverso rispetto ad un trattamento previdenziale o pensionistico. (Giovanni Fanticini) (riproduzione riservata) Tribunale Catania, 29 Febbraio 2016.


Avvallo di vaglia cambiario emesso da una società per azioni - Fondo patrimoniale - Onere della prova.
Qualora l’amministratore sottoscriva per avvallo un vaglia cambiario emesso da una società per azioni, il fondo patrimoniale da lui costituito può essere aggredito dal creditore cambiario se egli non può dimostrare che trae, per il sostentamento della famiglia, proventi da fonti diverse dalla società avvallata. (Paolo Persello) (riproduzione riservata) Tribunale Pordenone, 15 Febbraio 2016.


Concordato preventivo - Risorse generate dalla continuità aziendale - Vincoli di cui agli articoli 2740 del 2741 c.c. - Esclusione.
Le risorse provenienti dai ricavi generati dalla continuità aziendale non configurano un attivo patrimoniale vincolato alla distribuzione secondo i principi di cui agli articoli 2740 e 2741 c.c., dal momento che la irreversibile degradazione a rango chirografario della quota dei crediti privilegiati priva di capienza sui beni in relazione ai quali la prelazione insiste non appare suscettibile di reversione una volta che il debitore si sia avvalso della facoltà di soddisfare non integralmente i creditori prelatizi osservando i limiti apprestati dall'articolo 160, comma 2, legge fall.. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Massa, 04 Febbraio 2016.


Concordato preventivo - Continuità aziendale - Scissione parziale post omologa - Ammissibilità - Oggetto della verifica del tribunale - Migliore soddisfazione dei creditori - Deroga all'articolo 2740 c.c. - Concorso della disciplina concorsuale e di quella societaria - Inammissibilità - Accoglimento della domanda subordinata di prosecuzione diretta dell'attività da parte dell'imprenditore.
In linea di principio non vi è incompatibilità fra procedura concorsuale concordataria e operazione straordinaria di scissione societaria parziale da attuarsi successivamente alla omologazione.

Un tale piano, che preveda la prosecuzione dell’attività direttamente da parte dell'imprenditore sino alla omologazione e, successivamente, al verificarsi della ipotizzata scissione parziale, in capo alla società scissa, rientra, infatti, nell’ambito di applicazione dell’art. 186 bis l.f.

In tale ipotesi, spetta al tribunale verificare, in concreto, se il piano e la connessa attestazione dimostrino quella funzionalità alla migliore soddisfazione dei creditori che costituisce ragione giustificativa della scelta concordataria con continuità aziendale.

L’operazione di scissione parziale proporzionale inserita nel piano di concordato preventivo rappresenta una evidente deroga all’art. 2740 c.c. che non comporta semplicemente la prevalenza della disciplina concorsuale su quella societaria, ma un concorso integrativo fra le due discipline, con particolare riferimento alla responsabilità solidale sussidiaria proporzionale di cui all’art. 2506-quater c.c. ed a quella delle opposizioni dei creditori di cui all’art. 2503 c.c. (richiamato dall’art. 2506-ter c.c.), non potendosi ritenere assorbite dalla diversa – quanto a finalità e presupposti - opposizione endoconcorsuale di cui all’art. 180 l.f.

La dichiarazione di inammissibilità della proposta concordataria formulata in via principale e fondata su di una continuità mediante scissione societaria post omologa (mirante di fatto alla creazione di una società beneficiaria “di liquidazione” separata dalla società scissa destinata a proseguire il core business aziendale) non impedisce l’ammissione alla procedura concordataria avanzata in via subordinata e fondata sulla prosecuzione diretta della medesima attività da parte della debitrice, purchè di essa sia comunque prodotto il relativo business plan e sia fornita autonoma asseverazione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Ravenna, 29 Ottobre 2015.


Avvallo di vaglia cambiario emesso da una società per azioni - Fondo patrimoniale - Onere della prova.
Qualora l’amministratore sottoscriva per avvallo un vaglia cambiario emesso da una società per azioni, il fondo patrimoniale da lui costituito può essere aggredito dal creditore cambiario se egli non può dimostrare che trae, per il sostentamento della famiglia, proventi da fonti diverse dalla società avvallata. (Paolo Persello) (riproduzione riservata) Tribunale Pordenone, 12 Agosto 2015.


Sequestro conservativo - Periculum in mora - Obbligazione solidale - Valutazione complessiva del pericolo con riguardo a tutti i debitori in solido - Concessione del sequestro conservativo in favore del creditore di obbligazione solidale nei confronti di alcuni soltanto dei debitori convenuti, gli unici in ordine ai quali sia stata provata la sussistenza del requisito del periculum in mora - Esclusione.
Poiché l’obbligazione solidale dà luogo ad un’unica situazione giuridica passiva facente capo a più soggetti e non ad una pluralità di rapporti giuridici di credito-debito tra loro distinti ed autonomi (essendo una la prestazione dedotta in giudizio), ai fini della concessione del sequestro conservativo deve prendersi in considerazione la valutazione complessiva del temuto pericolo con riguardo a tutti i debitori tenuti in solido. Pertanto, poiché il creditore può ottenere il pagamento da uno qualsiasi dei debitori in solido - ed è evidente che egli rivolgerà la sua azione contro chi è solvibile - ed ognuno dei condebitori è obbligato per intero, il pericolo di perdere il proprio credito non sussiste sino a quando vi sarà anche uno dei debitori solidali che possa soddisfare, con le sue sostanze, l’intero credito. Ne consegue che non può concedersi il sequestro conservativo in corso di causa in favore del creditore di obbligazione solidale nei confronti di alcuni soltanto dei debitori convenuti, gli unici in ordine ai quali sia stata provata la sussistenza del requisito del periculum in mora (cfr., in senso conforme, Trib. S.M. Capua a Vetere, 20 gennaio 2014; Trib. Milano 22 ottobre 1997; Trib. Bari 13 marzo 1996; Trib. Cuneo 18 marzo 1954). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 11 Giugno 2015.


Divieto di esecuzioni su beni del fondo patrimoniale ex art. 170 c.c. -  Onere del debitore di provare che il creditore conosceva l’estraneità del credito ai bisogni della famiglia - Interpretazione ampia della categoria dei bisogni della famiglia - Sussistono.
Ai fini dell’applicazione del divieto di esecuzione sui beni del fondo patrimoniale ex art. 170 c.c., a livello soggettivo ed ai fini del riparto dell’onere probatorio, spetta al debitore provare che il creditore conosceva l’estraneità del credito ai bisogni della famiglia, essendovi una presunzione di inerenza dei debiti alle esigenze famigliari, anche in ragione del disposto dell’art. 143, comma 3, c.c.; a livello oggettivo, va fornita un’interpretazione estremamente ampia della categoria dei bisogni della famiglia che giustificano l’esecuzione anche sul fondo patrimoniale, corrispondentemente riducendo la portata del divieto dell’articolo 170 c.p.c., che deroga alla regola della piena responsabilità patrimoniale ex art. 2740 c.c.. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata) Tribunale Reggio Emilia, 20 Maggio 2015.


Azione revocatoria ordinaria - Esercitata dal curatore fallimentare - Caratteristiche - Ambito di efficacia - Sostanziale identità - Onere della prova della conoscenza dello stato insolvenza da parte del terzo - Esclusione - Prova del semplice pregiudizio per la massa dei creditori.
L'art.66 l.fall. ripropone, in ambito fallimentare, la revocatoria ordinaria codicistica. L'unica differenza fra la revocatoria ex art. 66 L.F. e la revocatoria ex art. 2901 cod. civ. è l'ambito di efficacia: la prima, esercitata dal curatore, giova a tutti i creditori, la seconda giova soltanto al creditore che ha esercitato l'azione. Ma le caratteristiche dell'azione sono le medesime, trattandosi dello stesso istituto trasposto in un diverso settore dell'ordinamento. E' quindi errato ritenere che, anche in tema di revocatoria ordinaria, il curatore sia gravato dalla prova della conoscenza da parte del terzo dello stato di insolvenza del debitore, come avviene in caso di revocatoria fallimentare ex art. 67 L.F.; è in realtà sufficiente che sia dimostrato il semplice pregiudizio, per la massa dei creditori, dell'atto dispositivo. Pertanto, chi propone questa azione deve unicamente provare la conoscenza, da parte del terzo, del pregiudizio arrecato alle ragioni del creditore, ovverosia la menomazione della garanzia generica di cui all'art. 2740 cod. civ., posto che la norma non richiede, per la sua applicazione, che il debitore sia insolvente, nè che il creditore abbia consapevolezza dello stato di decozione del debitore o della società di cui è parte. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 07 Maggio 2015.


Azione revocatoria ordinaria - Modifica qualitativa e non quantitativa del patrimonio - Soddisfazione dei crediti resa più incerta o difficile.
In tema di revocatoria ordinaria, non è necessaria una totale compromissione del patrimonio del debitore, ma è sufficiente che la soddisfazione dei crediti sia resa più incerta o difficile, come nel caso di modifica qualitativa e non quantitativa del patrimonio del debitore che metta a rischio la fruttuosità dell'azione esecutiva (ex multis, Cass. civ. Sez. 3 13 dicembre 2011, n. 26723).

Nel caso di specie, la Corte territoriale aveva ritenuto che il carattere pregiudizievole dell'atto, consistente nella stipula di un contratto di locazione, l'eventus damni, sia insito nelle caratteristiche dell'atto stesso (lunga durata del contratto, prezzo notevolmente inferiore al valore di mercato). Tale ricostruzione di fatto, afferente al merito della controversia, non può essere messa in discussione in sede di legittimità. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 07 Maggio 2015.


Fallimento - Azione revocatoria promossa dal curatore - Analogie e differenze con l'azione revocatoria di cui all'articolo 2901 c.c..
L'art. 66 legge fall. ripropone, in ambito fallimentare, la revocatoria ordinaria codicistica. L'unica differenza fra la revocatoria ex art. 66 e la revocatoria ex art. 2901 cod. civ. è l'ambito di efficacia: la prima, esercitata dal curatore, giova a tutti i creditori, la seconda giova soltanto al creditore che ha esercitato l'azione. Ma le caratteristiche dell'azione sono le medesime, trattandosi dello stesso istituto trasposto in un diverso settore dell'ordinamento. Ragion per cui è errato ritenere che, anche in tema di revocatoria ordinaria, il curatore sia gravato dalla prova della conoscenza da parte del terzo dello stato di insolvenza del debitore, come avviene in caso di revocatoria fallimentare ex art. 67 legge fall., poiché è in realtà sufficiente che sia dimostrato il semplice pregiudizio, per la massa dei creditori, dell'atto dispositivo. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 07 Maggio 2015.


Società di capitali - Responsabilità degli amministratori verso i creditori sociali - Azione autonoma rispetto all’azione sociale di responsabilità - Caratteristiche - Responsabilità diretta verso i creditori sociali - Insufficienza del patrimonio al soddisfacimento dei creditori sociali - Inidoneità del patrimonio ad assolvere la sua funzione di garanzia generica.
I precetti recati dall’art. 2394 c.c. configurano una azione autonoma rispetto all’azione sociale di responsabilità (non quindi surrogatoria, come invece ritenuto dalla più tradizionale interpretazione della giurisprudenza di legittimità: cfr. Cassazione civile, 14 dicembre 1991, n. 13498; Cassazione civile, 28 novembre 1984, n. 6187; Cassazione civile, 27 novembre 1982, n. 6431; Cassazione civile, 9 agosto 1977, n. 3652) e, quindi, una responsabilità diretta verso i creditori sociali degli amministratori che, con azioni ovvero omissioni costituenti violazione degli obblighi di cui all’art. 2392 c.c. quanto alla conservazione del patrimonio sociale, abbiano causalmente determinato l’insufficienza dello stesso al soddisfacimento dei creditori sociali: essa presuppone comportamenti degli amministratori funzionali ad una diminuzione del patrimonio sociale di entità tale da rendere lo stesso inidoneo per difetto ad assolvere la sua funzione di garanzia generica (art. 2740 c.c.), con conseguente diritto dei creditori sociali di ottenere, a titolo di risarcimento, l’equivalente della prestazione che la società non è più in grado di compiere (in questo senso, anche seguendo l’avviso della prevalente dottrina, Cassazione civile, 22 ottobre 1998, n. 10488). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 07 Aprile 2015.


Vincolo di destinazione ex art. 2645 ter c.c. – Interpretazione restrittiva per non violare il precetto dell’art. 2740 c.c. – Impossibilità di negozio destinatorio puro e necessità di collegamento con altra fattispecie negoziale – Necessità comunque di penetrante vaglio sulla meritevolezza di tutela e sulla prevalenza rispetto agli interessi sacrificati – Applicazione alla materia dell’elaborazione giurisprudenziale in tema di fondo patrimoniale ex art. 170 c.c. – Sussiste.
Il vincolo di cui all’art. 2645-ter c.c., norma da interpretare restrittivamente per non svuotare di significato il principio della responsabilità patrimoniale del debitore ex art. 2740 c.c., non può essere unilateralmente autodestinato su di un bene già in proprietà con un negozio destinatorio puro, ma può unicamente collegarsi ad altra fattispecie negoziale tipica od atipica dotata di autonoma causa.

Gli interessi meritevoli di tutela che legittimano il vincolo di destinazione ex art. 2645-ter c.c., devono essere esplicitati nell’atto di costituzione, devono essere valutati in modo stringente e devono essere prevalenti rispetto agli interessi sacrificati dei creditori del disponente estranei al vincolo.

Così come per l’omogena materia del fondo patrimoniale ex art. 170 c.c., anche nel caso di vincolo di destinazione ex art. 2645 c.c., spetta al debitore provare che il creditore conosceva l’estraneità del credito ai bisogni della famiglia, e tale categoria di bisogni deve essere interpretata in senso ampio. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)
Tribunale Reggio Emilia, 10 Marzo 2015.


Trust - Trust interno - Libertà di riconoscimento dei singoli Stati

Trust - Trust interno - Riconoscimento riservato alla valutazione del giudice

Trust - Trust interno - Nullità per impossibilità giuridica dell'oggetto
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In tema di riconoscibilità dei cosiddetti trust interni, quelli cioè che non hanno alcun elemento di estraneità rispetto all'ordinamento italiano, se non quello della legge applicabile scelta dai soggetti disponenti, si deve ritenere che gli ordinamenti cd. non-trust, che con la firma della convenzione si impegnano riconoscere al loro interno gli effetti di trust costituiti nei paesi che prevedono quell'istituto, restano liberi di riconoscere o meno i trust interni, ai quali vengono equiparati quelli in cui gli unici elementi di estraneità, oltre alla scelta della legge applicabile, sono la residenza o la sede del trustee. A tale conclusione è possibile pervenire in considerazione del fatto che la legge 16 ottobre 1989, n. 264, che ha ratificato la Convenzione dell'Aja del 1 luglio 1985 "sulla legge applicabile ai trusts e sul loro riconoscimento" consiste nella ratifica di un trattato di diritto internazionale privato, il cui scopo è quello di regolare fattispecie concrete con elementi oggettivi di interferenza tra diversi ordinamenti nazionali, nonché del fatto che l'articolo 13 della Convenzione, lungi dal porre una deroga a questo principio, lo ribadisce espressamente affermando che nessuno Stato è tenuto a riconoscere un trust i cui elementi importanti, ad eccezione della scelta della legge da applicare, del luogo di amministrazione e della residenza abituale del trustee, sono più strettamente connessi a Stati che non prevedono l'istituto del trust o la categoria del trust. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La libertà, consentita dalla Convenzione dell'Aja ai vari Paesi, al riconoscimento del trust interno non è riservata ad una iniziativa del legislatore, ma è demandata al giudice, investito del compito di verificare volta per volta ed esaminando le caratteristiche del caso concreto (la "causa concreta" del negozio) la meritevolezza o meno del singolo trust. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Il riconoscimento del trust nei vari paesi sulla base della convenzione dell'Aja, presuppone che determinati rapporti giuridici istituiti da una persona promanino da un certo ordinamento per produrre effetti in un altro ordinamento, il quale convenzionalmente si impegna a riconoscere quegli effetti anche al suo interno. Senonché, tale fattispecie non si verifica laddove tutti i soggetti e tutti i beni coinvolti nella costituzione del trust siano collocati esclusivamente all'interno di un unico ordinamento statuale, come avviene nei trust cd. interni, i quali non possono, pertanto, essere riconosciuti dal nostro ordinamento i cui atti di costituzione devono essere dichiarati nulli per impossibilità giuridica dell'oggetto, in quanto volti a creare una forma di segregazione patrimoniale non prevista e non consentita ove, all'articolo 2740, comma 2, c.c. non consente limitazioni della responsabilità se non nei casi stabiliti dalla legge. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Udine, 28 Febbraio 2015.


Scissione societaria - Previsione di responsabilità solidale delle società risultanti dalla scissione dei limiti del valore effettivo del patrimonio assegnato o rimasto - Clausola di salvaguardia in applicazione dell'articolo 2740 c.c..
Con l'articolo 2506-quater, comma 3, c.c. il legislatore, mediante la previsione secondo la quale ciascuna società è solidalmente responsabile, nei limiti del valore effettivo del patrimonio netto ad essa assegnato o rimasto, dei debiti della società scissa non soddisfatti dalla società cui fanno carico, ha introdotto una clausola di salvaguardia che costituisce diretta applicazione dell'articolo 2740 c.c., la quale comporta che tutte le società coinvolte nella scissione siano garanti in via sussidiaria di quella alla quale il debito è stato trasferito, sia pure nei limiti specificati dalla norma del valore effettivo del patrimonio netto a ciascuna società trasferito o rimasto. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Arezzo, 27 Febbraio 2015.


Finanziamento soci - Legittimazione ad agire del creditore - Azione revocatoria - Restituzione o postergazione ex articolo 2467 c.c. - Irrilevanza.
La possibilità che il finanziamento effettuato dal socio possa o meno rientrare nella previsione normativa dell'articolo 2467 c.c., e che sia quindi soggetto all'obbligo di restituzione o alla postergazione, non incide sulla legittimazione attiva del creditore che agisce in revocatoria, poiché la degradazione di tale credito non può pregiudicare le azioni a poste a tutela dei creditori. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Prato, 25 Febbraio 2015.


Azione revocatoria ordinaria ex articolo 2901 c.c. - Diritto personale di godimento - Locazione.
L'azione revocatoria di cui all'articolo 2901 c.c. può avere ad oggetto anche l'atto dispositivo che costituisca un diritto personale di godimento, quale può essere quello di locazione, qualora tale atto renda più difficoltosa per il creditore la soddisfazione del proprio credito. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Prato, 25 Febbraio 2015.


Trust - Indagine sulla meritevolezza dell'istituto - Preclusione - Natura dell'effetto segregativo - Analogie con altri istituti

Trust - Trust familiare - Riserva del diritto di abitazione - Indice della natura simulata od illecita del negozio - Esclusione - Revocatoria ordinaria - Assoggettabilità
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La previsione normativa contenuta nella Convenzione dell'Aia, ratificata con la legge 16 ottobre 1989, n. 364, preclude ogni indagine sulla meritevolezza di tutela della causa astratta del trust, che va ravvisata nel programma di "segregazione" (art. 11 Conv.) di una o più posizioni soggettive o di un complesso di posizioni soggettive unitariamente considerate (beni del trust) delle quali il disponente si spogli, o trasferendole a un terzo (trustee) o isolandole giuridicamente nel proprio patrimonio, per la tutela d'interessi che l'ordinamento ritiene meritevoli di tutela (scopo del trust). Inoltre, la ratifica della Convenzione con legge dello Stato vanifica anche ogni ulteriore profilo di possibile contrarietà dell'istituto ai principi dell'ordine pubblico interno e, in particolare, a quello della tutela del credito e della responsabilità patrimoniale generale del debitore. Il riconoscimento del trust per effetto di una norma di legge, infatti, fa salva la deroga alle limitazioni di responsabilità contenuta nell'art. 2740 c.c. A ciò si aggiunge che l'effetto proprio del trust, ossia quello della segregazione patrimoniale, è comune a numerosi altri istituti preesistenti nel diritto interno. Si pensi alla cartolarizzazione dei crediti, alla cessione dei beni ai creditori (art. 1980 c.c.), all'assicurazione sulla vita a favore di terzo (1923 c.c.) alla rendita vitalizia a favore di terzo (1881 c.c.) al fondo patrimoniale (170 c.c.) ai fondi per la previdenza e l'assistenza (2117 c.c.) ai fondo pensione (d.lgs. 124/93) al mandato (1707 c.c.) e al deposito con mandato per finire con i patrimoni destinati. Il meccanismo di funzionamento delle figure disciplinate dagli artt. 2447-bis e 2447-quinquies c.c. è, infatti, sostanzialmente analogo all'autodichiarazione di trust: i beni inclusi nel patrimonio destinato a uno specifico affare sono beni che già appartengono alla società, la quale unilateralmente li segrega e, per ciò solo, li rende soggetti ad un diverso regime di responsabilità. La società muta dunque il proprio rapporto con determinati beni, i quali vengono posti al servizio di uno specifico "affare" e sottratti alla garanzia generica in favore di creditori della società alla quale sino a quel momento inerivano. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Il fatto che il trust sia maturato interamente nel contesto familiare e che il disponente non abbia perso interamente il controllo dei beni inizialmente conferiti in trust, riservandosi il diritto di abitarvi, non rappresenta, da solo, indice sicuro di illiceità o del carattere fittizio dell'operazione realizzata, ma, al contrario, corrisponde proprio allo scopo voluto di destinare la casa familiare per più generazioni, all'abitazione dei propri discendenti. L'istituto del trust, infatti, consente ben più efficacemente di altri strumenti tradizionali (per esempio la donazione della nuda proprietà ai figli con riserva di usufrutto a favore del donante) di realizzare l'effetto della destinazione di una parte del patrimonio al soddisfacimento d'interessi reputati prioritari rispetto ad altri. I beni in trust sono, invero, insensibili alle vicende patrimoniali del disponente, ma anche a quelle del trustee e dei beneficiari per l'intera durata; nel caso in cui un figlio premuoia, il trust può assicurare la devoluzione meglio desiderata dal disponente; i figli potrebbero preferire di non acquisire la proprietà dei beni in trust, facendolo proseguire per un'altra generazione. E' vero pertanto, come osservato da autorevole dottrina, che il trust consente meglio degli ordinari strumenti civilistici di destinare una parte del patrimonio al perseguimento d'interessi ritenuti meritevoli di particolare tutela. Una finalità, si ripete, ampiamente consentita dal nostro ordinamento, seppure con strumenti più artificiosi e meno trasparenti e certi rispetto al trust. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

(Nel caso di specie, il Tribunale, non ha accolto la domanda volta a far dichiarare la simulazione del trust, ma ha accolto, ritenendone sussistenti i presupposti, quelle di revocatoria ex art. 2901 dell'atto di trasferimento dei beni in trust)
Tribunale Sassari, 20 Febbraio 2015.


Responsabilità patrimoniale - Natura inderogabile della disposizione di cui all'articolo 2740 c.c. - Esclusione.
Alla disposizione di cui all'articolo 2740 c.c., in tema di responsabilità patrimoniale, non può riconoscersi natura di norma inderogabile e l'effetto segregativo tipico del trust non si pone in contrasto con la riserva di legge prevista in detta norma, in quanto la legge 9 ottobre 1989, n. 364 ha dato attuazione alla convenzione dell'Aja elevandola a normativa di rango primario, così che la non applicabilità dell'articolo 2740 emerge direttamente dagli articoli 2 e 11 della convenzione, i quali identificano in modo esclusivo la fonte della segregazione nella "proprietà qualificata" del trust e forniscono una nuova lettura del concetto di "patrimonio" (Trib. Bologna, 1 ottobre 2003). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Forlì, 05 Febbraio 2015.


Trust - Trust liquidatorio - Finalità solutoria - Conservazione della garanzia generica sul patrimonio del debitore in favore dei creditori - Esclusione.
Non può sostenersi che il trust, in considerazione delle finalità solutorie in esso enunciate, preservi la garanzia generica sul patrimonio del debitore in favore di tutti i creditori, dal momento che tali finalità sono irrilevanti per i terzi che non hanno la facoltà di esigerle o verificarne il rispetto nei confronti del trustee e che sono invece tutelati proprio dall'azione revocatoria ordinaria, preordinata alla tutela di tali stessi interessi a prescindere dalla prova piena delle ragioni di credito che sarebbe invece richiesta per far valere le proprie pretese nei confronti del trust. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Novara, 29 Gennaio 2015.


Trust - Fondo patrimoniale - Sottrazione della garanzia patrimoniale dei creditori - Natura gratuita - Azione revocatoria ex articolo 2901 c.c..
Il trust si presta, come il fondo patrimoniale, a sottrarre ai creditori le garanzie di cui all'articolo 2740 c.c. e può, pertanto, costituire oggetto di domanda di revocatoria ordinaria in quanto negozio gratuito finalizzato a trasferire i beni ad una gestione separata senza corrispettivo alcuno e con sottrazione di essi ai creditori. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Novara, 29 Gennaio 2015.


Concordato preventivo - Esecuzione tramite trust - Inammissibilità.
La proposta di concordato preventivo il cui adempimento debba avvenire tramite la costituzione di un trust è inammissibile per violazione dell'articolo 2740 c.c., in quanto l'atto di segregazione patrimoniale viene a collocarsi al di fuori del perimetro concordatario. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Arezzo, 02 Dicembre 2014.


Responsabilità degli amministratori - Azione di responsabilità dei creditori sociali - Natura extracontrattuale - Fondamento - Società a responsabilità limitata - Applicazione analogica delle norme dettate in tema di società per azioni.
L'azione di responsabilità spettante ai creditori sociali ai sensi dell’art. 2394 c.c. costituisce conseguenza dell’inosservanza degli obblighi inerenti alla conservazione dell’integrità del patrimonio sociale, la cui natura extracontrattuale presuppone l'assenza di un preesistente vincolo obbligatorio tra le parti ed un comportamento dell’amministratore funzionale ad una diminuzione del patrimonio sociale di entità tale da rendere lo stesso inidoneo per difetto ad assolvere la sua funzione di garanzia generica (art. 2740 c.c.), con conseguente diritto del creditore sociale di ottenere, a titolo di risarcimento, l’equivalente della prestazione che la società non è più in grado di compiere (cfr., Cass. 22 ottobre 1998, n. 10488; Cass. 28 novembre 1984, n. 6187; Cass. 10 giugno 1981, n. 3755). Tale impianto è stato confermato dalla giurisprudenza anche a seguito dell’entrata in vigore della nuova disciplina del c.d. diritto societario (cfr. Cassazione civile, sez. I, 21 luglio 2010, n. 17121; cfr., altresì, da ultimo, Trib. Milano, sez. VIII, 18 gennaio 2011, n. 501). Infatti, se pure è vero che l’azione a tutela dei creditori sociali per l’inosservanza degli obblighi inerenti alla conservazione del patrimonio sociale non è contemplata dal novellato art. 2476 c.c., è altrettanto vero che tale azione è, comunque, prevista dall’art. 2394 c.c. con riferimento alle società per azioni. Inoltre, l’art. 2394 bis c.c. prevede espressamente che le azioni di cui agli articoli precedenti (e dunque sia l’azione sociale che l’azione dei creditori sociali) siano esercitate, in caso di fallimento, dal curatore. Ebbene, tali norme, dettate per le società per azioni, devono ritenersi applicabili alle società a responsabilità limitata essendo autorizzata la loro applicazione analogica dall’art. 12 disp. prel. c.c. il quale impone di applicare le disposizioni che regolino casi simili o materie analoghe, quali sono, appunto, quelle di cui agli artt. 2392 e 2394 c.c. La disciplina della responsabilità degli amministratori verso i creditori sociali nella società per azioni trova, infatti, la stessa ratio nella società a responsabilità limitata: in caso contrario, quest’ultima costituirebbe l’unico tipo societario che prevede la responsabilità limitata senza alcun contrappeso in termini di responsabilità verso i creditori sociali. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 19 Novembre 2014.


Responsabilità degli amministratori - Causa di scioglimento della società - Automatica cessazione di qualsiasi attività - Esclusione - Prosecuzione di attività relative a contratti in essere - Natura eccezionale fino alla nomina dei liquidatori.
Il verificarsi di una causa di scioglimento della società non comporta di per sé automaticamente la cessazione di qualsiasi attività da parte della società, a maggior ragione se si tratta di attività in corso di esecuzione sulla base di contratti in essere; quindi, pur evidentemente non potendosi ritenere che gli amministratori possano continuare ad impegnare la società in nuove attività, preordinate in modo autonomo al conseguimento di utile sociale, si deve ritenere che, pur in presenza di una causa di scioglimento della società, gli amministratori possano, eccezionalmente e fino al passaggio di consegne con i liquidatori (art. 2487-bis c.c.), compiere quelle attività che siano strettamente e direttamente finalizzate alla conservazione dell’integrità e del valore del patrimonio, rischiando in contrario, in caso di immediato e totale arresto dell’attività sociale, di esporre la società ad azioni risarcitorie da parte di committenti o in genere delle controparti di contratti in essere. Peraltro dal combinato disposto dagli artt. 2485, comma 1, e 2486, comma 1, c.c. è evidente che questa eccezionale prorogatio dei poteri gestori in capo agli amministratori non può essere di durata illimitata o rimessa all’iniziativa dell’amministratore, ma è ragionevolmente ipotizzabile solo in relazione al tempo strettamente necessario per provvedere alla nomina del liquidatore, previa convocazione senza indugio di apposita assemblea, così come imposto all’amministratore dall’art. 2487 c.c.: detto articolo prevede che la convocazione dell’assemblea debba avvenire contestualmente all’accertamento della causa di scioglimento, accertamento che appunto deve avvenire senza indugio al pari della iscrizione ex art. 2484, comma 3, c.c. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 19 Novembre 2014.


Responsabilità degli amministratori - Azione dei creditori sociali - Natura extracontrattuale - Diminuzione del patrimonio sociale - In idoneità dello stesso ad assolvere la sua funzione di garanzia patrimoniale generica.
A differenza dell'azione sociale di responsabilità di cui all'articolo 2392 c.c., l'azione spettante ai creditori sociali ai sensi dell'art. 2394 c.c. costituisce conseguenza dell'inosservanza degli obblighi inerenti alla conservazione dell'integrità del patrimonio sociale, la cui natura extracontrattuale presuppone l'assenza di un preesistente vincolo obbligatorio tra le parti ed un comportamento dell'amministratore funzionale ad una diminuzione del patrimonio sociale di entità tale da rendere lo stesso inidoneo per difetto ad assolvere la sua funzione di garanzia generica (art. 2740 c.c.), con conseguente diritto del creditore sociale di ottenere, a titolo di risarcimento, l'equivalente della prestazione che la società non è più in grado di compiere (cfr., Cass. 22 ottobre 1998, n. 10488; Cass. 28 novembre 1984, n. 6187; Cass. 10 giugno 1981, n. 3755). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 09 Novembre 2014.


Concordato "in bianco" - Tutela della garanzia patrimoniale nella fase preconcordataria - Applicazione dell'articolo 173 L.F..
La soluzione che consente di presidiare il principio della garanzia patrimoniale di cui all'articolo 2740 c.c. nella fase preconcordataria che intercorre tra la domanda di concordato "in bianco" di cui all'articolo 161, comma 6, L.F. e il deposito del piano deve essere individuata nella possibilità di inquadramento della gestione nel novero delle condotte che, in quanto sussumibili nell'articolo 173 L.F., determinano l'immediato arresto della procedura. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Bergamo, 09 Ottobre 2014.


Fondo patrimoniale – Scioglimento – Presenza di figli – Intervento del giudice – Necessità.
1) E’ ammissibile lo scioglimento del fondo patrimoniale anche sulla base del solo consenso dei coniugi, ma ciò solo in mancanza di figli.
2) In presenza di figli, non è ammesso lo scioglimento consensuale. L’istituzione del fondo patrimoniale determina un vincolo di destinazione per il soddisfacimento dei bisogni della famiglia (e quindi di tutti i suoi componenti, in essi compresi i figli minori). Il citato vincolo, dunque, diventa di “interesse” anche dei componenti “deboli” della famiglia, che sono i figli. Conseguentemente, va ravvisata in capo ai figli minori una posizione giuridicamente tutelata in ordine agli atti di disposizione del fondo.
3) Deve essere riconosciuta l’astratta configurabilità di uno specifico interesse dei figli ad interloquire sulle opzioni operative effettuate dai titolari del diritto di proprietà dei beni facenti parte del fondo, atteso che per i componenti del nucleo familiare non è irrilevante la consistenza del patrimonio istituzionalmente destinato all'esclusivo soddisfacimento dei relativi bisogni. Non incide infine sulla detta conclusione né la natura gratuita del conferimento né la facoltà, espressamente riconosciuta ai coniugi dal legislatore, di derogare convenzionalmente alla previsione del divieto di alienazione dei beni del fondo, disposta in via generale (art. 169 c.c., comma 1).
4) La disciplina ritenuta applicabile in presenza di figli minori è estensibile al caso di nascituri. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 08 Agosto 2014, n. 17811.


Concordato preventivo - Cessione parziale dei beni - Deroga all’articolo 2740 c.c. - Inammissibilità

Concordato preventivo - Continuità aziendale - Deroga al principio di cui all’articolo 2740 c.c.
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La norma di cui all’articolo 2740 c.c., secondo la quale il debitore risponde delle obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri, esprime un principio di carattere generale che può essere derogato, ai sensi del secondo comma, solo nei casi previsti dalla legge, con la conseguenza che non può ritenersi ammissibile un concordato preventivo che preveda la cessione parziale ai creditori dei beni del debitore. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La previsione contenuta nell’art. 186 bis L.F., che ammette la possibilità di una prosecuzione dell’attività con parziale cessione dei beni, costituisce una deroga al principio di cui all’articolo 2740 c.c. ed è espressione della volontà ispiratrice della riforma volta alla conservazione del valore dell’impresa. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino, 05 Giugno 2014.


Fallimento - Vendite fallimentari - Poteri di vigilanza del giudice delegato - Verifica e valutazione dell’attività gestoria - Vendita fallimentare con partecipazione di trust - Fattispecie.
Il generale potere di vigilanza e di controllo riconosciuto al giudice delegato dal primo comma dell’articolo 25 L.F., impone una verifica della legalità degli atti, ivi compresi quelli relativi alle vendite fallimentari. L’esercizio di tale funzione di vigilanza involge la verifica e la valutazione dell’attività gestoria in relazione a tutti gli aspetti della procedura ed è un potere riconosciuto non solo in linea generale dall’articolo 25, comma 1, L.F. ma anche dall’articolo 31, comma 1, L.F. in relazione all’attività di amministrazione del patrimonio fallimentare. (Nel caso di specie il collegio ha dichiarato legittimo il provvedimento con il quale il giudice delegato ha provveduto alla revoca dell’ordinanza di vendita ritenendo necessari approfondimenti in ordine alla perizia di stima dei beni, alla natura giuridica del trust ed alla sua legittimazione a partecipare alla gara ad acquistare i beni nell’ambito della vendita fallimentare nonché in relazione a possibili profili di violazione delle norme sulla responsabilità patrimoniale secondo le quali il debitore risponde dell’adempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri ed a quelle procedurali che regolano il regime delle vendite con incanto che vietano al debitore di acquisire beni all’asta direttamente, per interposta persona o mediante fiduciario). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 03 Giugno 2014.


Pignoramento presso terzi – Pignorabilità del conto corrente condominiale – Ammissibilità.
Le somme esistenti sul conto corrente condominiale, intestate formalmente al condominio quale ente di gestione, il quale ne può disporre sulla base delle decisioni dell'organo assembleare, devono ritenersi sottratte alla disponibilità dei singoli condòmini, con la conseguenza finale che si realizza quella coincidenza tra soggetto debitore (condominio) e titolare del patrimonio aggredibile, che consente l'attivazione della procedura esecutiva. (Franco Stefanelli) (riproduzione riservata) Tribunale Reggio Emilia, 16 Maggio 2014.


Vincolo di destinazione ex art. 2645 ter c.c. – Interpretazione restrittiva per non violare il precetto dell’art. 2740 c.c. – Impossibilità di negozio destinatorio puro e necessità di collegamento con altra fattispecie negoziale – Necessità comunque di penetrante vaglio sulla meritevolezza di tutela e sulla prevalenza rispetto agli interessi sacrificati.
Il vincolo di cui all’art. 2645 ter c.c., norma da interpretare restrittivamente per non svuotare di significato il principio della responsabilità patrimoniale del debitore ex art. 2740 c.c., non può essere unilateralmente autodestinato su di un bene già in proprietà con un negozio destinatorio puro, ma può unicamente collegarsi ad altra fattispecie negoziale tipica od atipica dotata di autonoma causa. In ogni caso, anche ipotizzando l’ammissibilità di un negozio destinatorio puro, gli interessi meritevoli di tutela che legittimano il vincolo devono essere esplicitati nell’atto di costituzione, devono essere valutati in modo stringente e devono essere prevalenti rispetto agli interessi sacrificati dei creditori del disponente estranei al vincolo. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata) Tribunale Reggio Emilia, 12 Maggio 2014.


Estinzione della società - Cancellazione dal registro delle imprese - Sopravvivenza di rapporti giuridici - Ultrattività del principio di responsabilità - Sopravvivenza dell'ente all'estinzione - Rimozione della cancellazione quando risulti provata la prosecuzione dell'attività - Cancellazione fraudolenta..
Qualora all’estinzione della società, conseguente alla sua cancellazione dal Registro delle Imprese, non corrisponda il venir meno di tutti i rapporti giuridici facenti capo alla società estinta non si è di fronte alla continuità nella titolarità delle situazioni soggettive passive, tipiche di una vicenda successoria, ma ad una “ultrattività” del principio di responsabilità, capace di giustificare una sua sopravvivenza all’estinzione dell’ente, per la normale destinazione del patrimonio sociale alla soddisfazione dei creditori della società. (Rolandino Guidotti) (riproduzione riservata)

E’ possibile rimuovere l’iscrizione della cancellazione di una società quando risulti provata la prosecuzione dell’esercizio dell’attività. (Rolandino Guidotti) (riproduzione riservata)

La cancellazione fraudolenta di una società dal Registro delle Imprese non può costituire da sola la ragione della rimozione della iscrizione della cancellazione stessa, in quanto a norma dell’art. 2491 c.c., il liquidatore di una società cancellata dal Registro delle Imprese può essere chiamato a rispondere nei confronti dei creditori insoddisfatti laddove gli stessi dimostrino l’esistenza di una massa attiva illegittimamente distribuita ai soci ovvero che la mancanza di ogni possibile risorsa per la loro soddisfazione sia imputabile a sua negligenza o a inottemperanza ai doveri imposti dalla natura e dalle finalità del procedimento di liquidazione. (Rolandino Guidotti) (riproduzione riservata)
Tribunale Bologna, 28 Aprile 2014.


Provvedimento di sospensione dei termini ex art.20 Legge 23 febbraio 1999 n.44 da parte del Procuratore della Repubblica competente per le indagini preliminari - Istanza di reitera della sospensione già concessa - Carattere eccezionale della norma - Inammissibilità della proroga del termine di 300 giorni della sospensione dei termini delle procedure esecutive - Sua natura anticipatoria degli effetti dell’ammissione ai benefici per le vittime di usura ed estorsione - Esclusione..
Non può essere concessa una nuova sospensione dei termini delle procedure esecutive prevista dall’art.20, comma 7, della Legge 23 febbraio 1999 n.44. Lo impedisce sia la lettera della norma che fissa in 300 giorni il termine di durata della moratoria, che la natura intrinsecamente eccezionale della deroga alla decorrenza dei termini ordinari delle procedure esecutive nonché, più in generale, al regime della responsabilità del debitore di cui all’art.2740 cod. civ. Il provvedimento di sospensione emesso dal Procuratore della Repubblica, essendo unicamente fondato sulle risultanze delle indagini preliminari, non ha il fine di assicurare l’anticipazione degli effetti di tutela patrimoniale della vittima di usura od estorsione apprestata dai benefici economici da essa richiesti e prescinde dallo stato delle relative procedure amministrative nonchè dal loro fumus di fondatezza. (Francesco Camerino) (riproduzione riservata) Tribunale Agrigento, 11 Febbraio 2014.


Piano del consumatore – Decreto di omologa – Sovraindebitamento – Accordi antecedenti tra creditore e consumatore – Pignoramento..
Il piano del consumatore è omologabile anche se l’indebitamento globale è costituito principalmente da debiti contratti per sostenere l’attività professionale di un terzo. Gli accordi (cessione di credito) stipulati anteriormente all’apertura della procedura non risultano vincolanti in quanto, se così non fosse, questi stessi impedirebbero l’accesso alla procedura. (Pier Francesco Marcucci) (riproduzione riservata) Tribunale Pistoia, 27 Dicembre 2013.


Concordato preventivo liquidatorio – Fusione d’azienda in ambito endoconcordatario – Ammissibilità in astratto – Controllo di legittimità del Tribunale e verifica in concreto della sua compatibilità con la fattibilità giuridica del piano..
La fusione d’azienda è ammissibile quale modalità attuativa del concordato preventivo liquidatorio. Qualora tuttavia la fusione concretamente proposta nel piano rechi variabili attuative impronosticabili quanto agli esiti, sì da non consentire l’effettiva realizzabilità della causa concreta della procedura di concordato, e da non garantire il soddisfacimento, anche in misura ridotta, dei creditori chirografari, il controllo di legittimità del Tribunale, per come risultante all’esito della pronuncia delle S.U. n. 1521 del 23 gennaio 2013, impone la declaratoria di inammissibilità del concordato. (Vittoria Fiume) (riproduzione riservata) Tribunale Siracusa, 13 Novembre 2013.


Concordato con continuità aziendale - Concordato liquidatorio con un risanamento indiretto - Caratteristiche della relazione del professionista - Orizzonte temporale del contratto di affitto di azienda..
Nel concordato liquidatorio con risanamento indiretto la relazione del professionista attestatore deve affrontare sia la congruità del canone di affitto pattuito inter partes, che il valore dell’azienda, precisando i criteri e la metodologia adottati, nonchè la solvibilità dell'affittuaria. Il contratto di affitto d'azienda dovrà, inoltre, essere coordinato all'orizzonte temporale previsto per l'adempimento degli obblighi concordatari e, stante la natura liquidatoria del piano, si dovrà prevedere l'integrale cessione/liquidazione dei cespiti aziendali, pena la violazione dell'art. 2740 c.c.. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Ravenna, 29 Ottobre 2013.


Azione revocatoria ex art. 2901 c.c. – Atti di apporto di beni al patrimonio separato e segregato costituito per finalità assistenziali e previdenziali – Ammissibilità – Analogia con lo schema del fondo patrimoniale e del trust.

Qualificazione del relativo negozio giuridico – Natura gratuita o onerosa del negozio – Criteri di individuazione – Rilevanza della “causa concreta”.
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L’apporto di determinati beni al patrimonio di fondi aventi finalità assistenziale e previdenziale, costituenti patrimoni segregati e separati, con lo scopo di assicurare ai partecipanti al fondo prestazioni assistenziali e previdenziali costituisce operazione negoziale complessivamente divergente tanto rispetto allo schema del fondo patrimoniale quanto a quello del “trust” in senso stretto, attingendo struttura e finalità comuni ad entrambe queste figure, ma in esse non risolvendosi compiutamente. La finalità assorbente, in particolare, riposa sull’assicurazione, a vantaggio di membri indeterminati di un nucleo individuato e precisamente definito nel regolamento stesso del fondo, di una serie di prestazioni assistenziali e previdenziali, laddove invece la finalità principale (assistenziale e previdenziale a vantaggio di un determinato nucleo, in parte indeterminato perché allargato a futuri, eventuali discendenti dei legittimati) si realizza costituendo un patrimonio “segregato” e “separato”, sottratto ad iniziative esecutive e cautelari. In quanto tale, tuttavia, esso è certamente accomunabile all’istituto del fondo patrimoniale sotto il profilo dell’astratta revocabilità quale atto a titolo gratuito. (Antonio Cimmino) (Riproduzione riservata)

Al fine di stabilire la natura gratuita o onerosa di tali negozi di apporto al fondo, necessario risulta l’apprezzamento della causa “concreta”, costituita dallo scopo pratico del negozio, e cioè dalla sintesi degli interessi che lo stesso è concretamente diretto a realizzare quale funzione individuale della singola e specifica negoziazione, al di là del modello astratto utilizzato (SS.UU. 18.03.2010 n. 6538 nonché Cass. 10490/2006) dovendosi in particolare tener conto dei seguenti fattori: a) entità attribuzione; b) durata del rapporto; c) qualità del soggetto; d) prospettiva di subire un depauperamento collegato o non collegato ad un sia pur indiretto guadagno o ad un risparmio di spesa. (Antonio Cimmino) (Riproduzione riservata)

Nell’ipotesi di estinzione da parte del terzo, poi fallito, di un’obbligazione preesistente cui egli sia estraneo, l’atto solutorio può dirsi gratuito, agli effetti dell’art. 64 l. fall. solo quando dall’operazione che esso conclude – sia essa a struttura semplice perché esaurita in un unico atto, sia a struttura complessa, in quanto si componga di un collegamento di atti e di negozi – il terzo non ne trae nessun concreto vantaggio patrimoniale ed egli abbia inteso così recare un vantaggio al debitore; può invece la ragione considerarsi onerosa tutte le volte che il terzo riceva un vantaggio per questa sua prestazione dal debitore, dal creditore o anche da altri, così da recuperare anche indirettamente la prestazione adempiuta ad elidere quel pregiudizio, cui l’ordinamento pone rimedio con l’inefficacia ex lege”. (Antonio Cimmino) (Riproduzione riservata)

La costituzione di un patrimonio segregato e separato, se non accompagnata da una trasparente informazione di quantità e qualità di prestazioni collegate al funzionamento del fondo, non può che apparire, nel mondo dei traffici giuridici ed al ceto creditorio, quale segregazione di informazione sulla consistenza del patrimonio del debitore, da cui deriva la inevitabile presunzione di gratuità degli atti di apporto al fondo e di destinazione di essi a null’altro che a sottrarre beni dei debitori dalla garanzia patrimoniale dei creditori di cui all’art. 2740 c.c. (Antonio Cimmino) (Riproduzione riservata)

La finalità di garantire il patrimonio per gli interessi della famiglia, sottraendolo all’esecuzione dei creditori, non costituisce un interesse sufficientemente rilevante, sotto il profilo delle utilità strettamente patrimoniali, tale da attribuire all’atto stesso natura onerosa. (Antonio Cimmino) (Riproduzione riservata)
Tribunale Nola, 24 Ottobre 2013.


Concordato con cessione dei beni - Cessione parziale - Presupposti - Conservazione dell'impresa - Violazione del principio della garanzia patrimoniale di cui all'articolo 2740 c.c...
La cessione parziale dei beni ai creditori è ammissibile solamente nell'ambito di un concordato che favorisca la conservazione dell'impresa; essa non può, pertanto, essere prevista in un concordato esclusivamente liquidatorio ove i creditori devono potersi soddisfare sull'intero patrimonio del debitore, così come previsto dall'articolo 2740 c.c.. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Roma, 05 Marzo 2013.


Concordato preventivo di gruppo - Cessione parziale dei beni - Inammissibilità - Violazione dell'articolo 2740 c.c...
Non è ammissibile, per violazione dell'articolo 2740 c.c., la proposta concordataria riguardante un gruppo di imprese che abbia natura meramente liquidatoria e che preveda, con riferimento ad alcune società del gruppo, la cessione ai creditori di parte soltanto del patrimonio per destinare la rimanente ai creditori di altre società del gruppo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Roma, 05 Marzo 2013.


Concordato - In genere - Liquidazione coatta amministrativa - Interesse pubblico alla prosecuzione dell'attività di impresa - Tutela dell'unità dell'azienda nella fase di liquidazione - Compatibilità - Limiti - Sottrazione alla liquidazione di tutto o parte dell'attivo da destinarsi alla prosecuzione dell'impresa - Esclusione - Fondamento..
In tema di concordato nella liquidazione coatta amministrativa, l'interesse pubblico alla prosecuzione dell'attività d'impresa giustifica la scelta, non sindacabile dai creditori sociali, di preservare nella liquidazione l'unità dell'azienda, ma non anche la sottrazione alla liquidazione di tutto o parte dell'attivo per destinarlo alle necessità della prosecuzione dell'impresa insolvente, che comporterebbe un ingiustificato sacrificio delle ragioni dei creditori, cui resterebbe addossato l'onere finanziario della ricapitalizzazione dell'impresa insolvente, e, a favore dell'impresa, l'attribuzione di un beneficio non altrimenti riconosciuto nella materia fallimentare. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 Febbraio 2013, n. 2782.


Fallimento – Stato passivo – Opposizione – Data certa - Menzione del contratto nella relazione ex art. 33 l.f. – Opponibilità – Si presume. .
Il contratto con la fallita, che il curatore ha citato nella relazione ex art. 33 l.f., si deve presumere anteriore al fallimento, e quindi ad esso opponibile come fatto storico anteriore, in quanto rientrante nella documentazione in possesso della fallita, acquisita dal curatore con la dichiarazione di fallimento. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Vicenza, 18 Settembre 2012.


Concordato fallimentare - Disciplina introdotta dal d.lgs. n. 5 del 2006 - Proposta presentata da un terzo - Contenuto - Previsione di un'eccedenza del valore dei beni trasferiti rispetto all'ammontare del crediti - Ammissibilità - Sussistenza - Limiti - Fondamento.
In tema di omologazione del concordato fallimentare, secondo la nuova disciplina di cui al d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, è ammissibile la proposta proveniente da un terzo e che contempli a suo favore, in sede di esecuzione, un'eventuale eccedenza - contenuta nei limiti della ragionevolezza - del valore dei beni trasferiti rispetto all'ammontare di quanto necessario per il pagamento dei crediti concorsuali, poichè essa realizza il giusto guadagno dell'intervento del terzo, che si accolla l'onere ed il rischio dell'operazione e non può dirsi agisca a scopo di liberalità; tale eccedenza è invero equiparabile alle spese necessarie all'esecuzione, da ritenersi giustificate, in analogia all'art.504 cod. proc. civ., ove così sia consentita la trasformazione del patrimonio del debitore negli strumenti volti al soddisfacimento dei creditori. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 22 Febbraio 2012, n. 2674.


Fallimento - Effetti sugli atti pregiudizievoli ai creditori - Azione revocatoria ordinaria - Esercizio da parte del creditore dell'alienante - Trascrizione anteriore al fallimento - Procedibilità dopo la dichiarazione di fallimento dell'acquirente - Condizioni - Fondamento.
Il divieto di azioni esecutive individuali posto dall'art. 51 legge fall. non osta alla procedibilità della revocatoria ordinaria già promossa dal creditore dell'alienante, ove la domanda ex art. 2901 cod. civ. sia stata trascritta anteriormente alla dichiarazione di fallimento dell'acquirente; diversamente, il creditore dell'alienante, pur trovandosi nella condizione di opponibilità alla massa, ai sensi dell'art. 45 legge fall., dell'azione proposta, resterebbe privo della garanzia patrimoniale ex art. 2740 cod. civ. e l'atto fraudolento gioverebbe ai creditori dell'acquirente fallito (per la sola sostituzione a questi dal curatore); l'azione revocatoria, infatti, pur se preordinata al soddisfacimento esecutivo del creditore, non può considerarsi un'azione esentiva, volta com'è a rendere in opponibile al creditore l'atto dispositivo compiuto dal debitore. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 02 Dicembre 2011.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Effetti - Esdebitazione - Condizioni ostative - Mancato soddisfacimento, almeno in parte, dei creditori concorsuali - Portata - Mancate ripartizioni utili in favore di alcuni creditori - Irrilevanza - Fondamento.
In tema di esdebitazione (istituto introdotto dal d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5), il beneficio della inesigibilità verso il fallito persona fisica dei debiti residui nei confronti dei creditori concorsuali non soddisfatti richiede, ai sensi dell'art. 142, comma secondo, legge fall., che vi sia stato il soddisfacimento, almeno parziale, dei creditori concorsuali, dovendosi intendere realizzata tale condizione, in un'interpretazione costituzionalmente orientata e coerente con il "favor" per l'istituto già formulato dalla legge delegante (art. 1, comma 6, lett. a), n. 13 della legge 14 maggio 2005, n. 80), anche quando taluni di essi non siano stati pagati affatto, essendo invero sufficiente che, con i riparti almeno per una parte dei debiti esistenti, oggettivamente intesi, sia consentita al giudice del merito, secondo il suo prudente apprezzamento, una valutazione comparativa di tale consistenza rispetto a quanto complessivamente dovuto; una diversa conclusione, volta ad assicurare il pagamento parziale ma verso tutti i creditori, introdurrebbe invero una distinzione effettuale irragionevole tra fallimenti con creditori privilegiati di modesta entità ed altri e non terrebbe conto del fatto che il meccanismo esdebitatorio, pur derogando all'art. 2740 cod. civ., è già previsto nell'ordinamento concorsuale, all'esito del concordato preventivo (art. 184 legge fall.) e fallimentare (art. 135 legge fall.) e, nel fallimento, opera verso le società con la cancellazione dal registro delle imprese chiesta dal curatore (art. 118, secondo comma, legge fall.). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 18 Novembre 2011, n. 11279.


Pagamenti di debiti del fallito - Inefficacia ex art. 44 legge fall. - Decorrenza - Dal depauperamento del patrimonio del fallito - Fondamento - Conseguenze - Pagamento di assegno bancario - Decorrenza - Data di addebito in conto.
In tema di fallimento, ai sensi dell'art. 44 legge fall. sono inefficaci i pagamenti di debiti del fallito, da questi eseguiti dopo la dichiarazione di fallimento; a tal fine occorre aver riguardo non al momento in cui la somma pagata entra nella disponibilità del creditore, ma a quello in cui viene posto in essere dal debitore l'atto satisfattivo, che pregiudica l'integrità della garanzia patrimoniale ex art. 2740 cod. civ. ed altera la "par condicio creditorium"; pertanto, nel caso in cui il pagamento venga eseguito mediante assegno bancario occorre avere riguardo alla data di addebito del relativo importo sul conto corrente del debitore. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Febbraio 2011, n. 4820.


Separazione patrimoniale - Fondi comuni di investimento - Natura giuridica - Soggettività giuridica autonoma - Esclusione - Patrimoni separati della società promotrice o di gestione - Configurabilità - Acquisti nell'interesse del fondo - Titolarità formale e legittimazione ad agire - Società promotrice o di gestione - Fondamento..
I fondi comuni d'investimento (nella specie, fondi immobiliare chiusi), disciplinati nel d. lgs. n. 58 del 1998, e succ. mod., sono privi di un'autonoma soggettività giuridica ma costituiscono patrimoni separati della società di gestione del risparmio; pertanto, in caso di acquisto nell'interesse del fondo, l'immobile acquistato deve essere intestato alla società promotrice o di gestione la quale ne ha la titolarità formale ed è legittimata ad agire in giudizio per far accertare i diritti di pertinenza del patrimonio separato in cui il fondo si sostanzia. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 15 Luglio 2010, n. 16605.


Patrimoni separati - Distinzione patrimoniale - Titolarità formale - Attività negoziale o processuale di competenza del soggetto titolare del fondo con obbligo di imputarne gli effetti allo specifico e distinto patrimonio.
Nei casi in cui, nel nostro ordinamento, una parte del patrimonio di un soggetto sia destinata ad un particolare scopo e venga, pertanto, sottratta al regime generale della responsabilità di cui all'articolo 2740 c.c., non si dubita che il patrimonio separato o destinato sia pur sempre da ricondurre alla titolarità del soggetto (persona fisica o giuridica che sia) dal quale esso promana, ancorché occorra tenerlo distinto dal resto del patrimonio di quel medesimo soggetto o da eventuali altri segmenti patrimoniali ugualmente sottoposti ad analogo regime di separazione. Ogni attività negoziale o processuale posta in essere nell'interesse del patrimonio separato non può, perciò, che essere espletata in nome del soggetto che di esso è titolare, pur se con l'obbligo di imputarne gli effetti a quello ben specifico e distinto patrimonio. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 15 Luglio 2010.


Trust – Lex fori – Violazione di norme inderogabili – Nullità – Esclusione – Applicazione degli strumenti previsti dalla lex fori..
In base all’art. 15 della convenzione dell’Aja, la legge applicabile al trust non può essere d’ostacolo all’applicazione delle disposizioni inderogabili della lex fori, tra le quali rientrano, per espressa previsione, le norme in materia di protezione dei creditori in caso di insolvenza; dall’applicazione di tale disposizione, discende che il trust istituito in violazione di norme inderogabili non è di per sé nullo, ma solo soggetto a quanto diversamente previsto dalla legge del foro. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Alessandria, 24 Novembre 2009, n. 0.


Trust – Lesione degli interessi dei creditori – Strumenti di tutela – Azioni revocatorie..
Dall’applicazione delle disposizioni contenute nell’art. 15 della convenzione dell’Aja, consegue che qualora il trust leda gli interessi dei creditori la tutela a questi accordata sarà quella riconosciuta dalla lex fori in presenza di atti lesivi dei loro diritti, tutela che in Italia si realizza mediante l’azione revocatoria ordinaria o fallimentare. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Alessandria, 24 Novembre 2009, n. 0.


Liquidazione coatta amministrativa - Concordato - In genere - Approvazione - Presupposti - Valutazione - Prevalenza dell'interesse pubblico su quello dei creditori - Esclusione - Conseguenze - Cessione parziale dei beni - Diritto dei creditori ad un trattamento non deteriore rispetto all'alternativa ipotesi di liquidazione - Sussistenza - Fattispecie.
In tema di concordato nella liquidazione coatta amministrativa, l'art. 214 legge fall. - nel testo, applicabile "ratione temporis", anteriore alle modifiche di cui all'art. 22 del d.lgs. 12 settembre 2007, n. 169 - delinea una disciplina peculiare dell'istituto, rispetto a quella del concordato fallimentare di cui all'art. 124 legge fall., nella quale tuttavia l'interesse pubblico si attua nella sola scelta di convenienza tra conservazione o liquidazione dell'impresa (rimessa all'autorità amministrativa), e non prevale su quello dei creditori concorrenti alla soddisfazione delle loro ragioni, il quale si attua mediante le eventuali opposizioni; ne consegue che la tutela del credito, secondo i principi di responsabilità patrimoniale ex art. 2740 cod. civ., fonda la possibile approvazione del concordato se il sacrificio, anche parziale, dei creditori in funzione della conservazione dell'impresa sia almeno equivalente a quello che ad essi viene prospettato dall'alternativa ipotesi della liquidazione. (La S.C., cassando la sentenza impugnata, ha fatto applicazione del principio nel caso di approvazione del concordato di un consorzio agrario con una parte dell'attivo mantenuta in capo all'impresa, essendo stata giustificata la sottrazione dei beni dalla finalità conservativa in sè considerata). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 18 Marzo 2008.


Società - Di persone fisiche - In genere (nozione, caratteri, distinzioni) - Quota di partecipazione del socio - Previsione dell'atto costitutivo concernente la libera trasferibilità della quota, salvo il diritto di prelazione in favore degli altri soci - Conseguenze - Possibilità del creditore particolare del socio di sottoporre detta quota a sequestro conservativo e a espropriazione - Anche prima dello scioglimento della società - Sussistenza.

Responsabilità patrimoniale - Conservazione della garanzia patrimoniale - Sequestro conservativo - In genere - Oggetto - Quota di società di persone - Per previsione dell'atto costitutivo liberamente trasferibile, salvo il diritto di prelazione in favore degli altri soci - Conseguenze - Possibilità del creditore particolare del socio di sottoporre detta quota a sequestro conservativo e a espropriazione - Anche prima dello scioglimento della società - Sussistenza.
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Le quote di partecipazione di una società di persone che per disposizione dell'atto costitutivo siano trasferibili con il (solo) consenso del cedente e del cessionario ma che facciano salvo il diritto di prelazione in favore degli altri soci, possono essere sottoposte a sequestro conservativo ed essere espropriate a beneficio dei creditori particolari del socio anche prima dello scioglimento della società. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 07 Novembre 2002, n. 15605.


Fallimento del familiare imprenditore - Estensione al partecipante all'impresa familiare - Esclusione.
Nell'ambito dell'istituto "dell'impresa familiare" di cui all'art. 230 bis cod. civ., caratterizzato dall'assenza di un vincolo societario e dalla insussistenza di un rapporto di lavoro subordinato tra i familiari e la persona del capo (quale riconosciuto dai partecipanti in forza della sua anzianità e/o del suo maggiore apporto all'impresa stessa), vanno distinti un aspetto interno, costituito dal rapporto associativo del gruppo familiare quanto alla regolamentazione dei vantaggi economici di ciascun componente, ed un aspetto esterno, nel quale ha Rilevanza la figura del familiare - imprenditore, effettivo gestore dell'impresa, che assume in proprio i diritti e le obbligazioni nascenti dai rapporti con i terzi e risponde illimitatamente e solidamente con i suoi beni personali, diversi da quelli comuni ed indivisi dell'intero gruppo, anch'essi oggetto della generica garanzia patrimoniale di cui all'art. 2740 cod. civ.. ne consegue che il fallimento di detto imprenditore non si estende automaticamente al semplice partecipante all'impresa familiare. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 27 Giugno 1990, n. 6559.


Locazione ultranovennale - Azione revocatoria

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Il contratto di locazione o di affitto ultranovennale, ivi incluso quello che raggiunga tale durata per effetto di preventiva rinuncia del locatore alla facoltà di diniego della rinnovazione del rapporto accordatagli dall'art. 28 secondo comma della legge 27 luglio 1978 n. 392, configura un atto di straordinaria amministrazione (art. 1572 primo comma cod. civ.), idoneo ad alterare, in senso peggiorativo, la garanzia patrimoniale offerta dal locatore ai creditori, e, pertanto, è soggetto all'azione revocatoria, a seguito di sopravvenuto fallimento del locatore medesimo, ai sensi e nei casi contemplati dall'art. 67 del R.d. 16 marzo 1942 n. 267. Tale principio non resta escluso dalle Disposizioni dell'art. 80 del citato decreto, in tema di prosecuzione del rapporto di locazione nonostante il fallimento del locatore, con subingresso nel contratto del curatore, le quali rimangono applicabili quando la locazione non superi i nove anni, ovvero li superi, ma non sia revocabile in difetto dei requisiti fissati dal predetto art. 67. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 22 Giugno 1985, n. 3757.