LIBRO QUARTO
Delle obbligazioni
TITOLO II
Dei contratti in generale
CAPO IV
Dell'interpretazione del contratto

Art. 1365

Indicazioni esemplificative
TESTO A FRONTE

I. Quando in un contratto si è espresso un caso al fine di spiegare un patto, non si presumono esclusi i casi non espressi, ai quali, secondo ragione, può estendersi lo stesso patto.


GIURISPRUDENZA

Regolamento condominiale – Divieti di destinazione delle unità di proprietà individuale – Clausola mista recante menzione sia delle attività vietate sia dei pregiudizi che si intendono evitare – Ammissibilità – Riferimento a specifiche tipologie di immobili – Interpretazione estensiva – Esclusione.
Le clausole del regolamento condominiale che limitano la destinazione delle unità di proprietà individuale possono essere predisposte sia mediante specifica indicazione delle attività vietate, sia mediante più generale riferimento ai pregiudizi che si intendono evitare, o anche in forma mista prevedendo entrambe le tipologie di divieto, con la differenza che, al fine di stabilire se una determinata destinazione sia vietata o limitata, nella prima ipotesi è sufficiente verificare se la stessa è inclusa nell'apposito elenco, mentre nella seconda ipotesi è necessario accertare l'effettiva capacità di essa a produrre gli inconvenienti che si intendono evitare, dovendo coordinarsi la regola ermeneutica dell’art. 1365 c.c., relativa all’uso di indicazioni esemplificative, con l’esigenza di tutelare il libero esercizio dei diritti dominicali. In ogni caso le restrizioni delle facoltà inerenti alla proprietà esclusiva non sono suscettibili di interpretazione estensiva sia per quanto concerne il novero delle attività astrattamente esercitabili nella proprietà individuale  a cui si applicano le limitazioni regolamentari, sia per quanto attiene ai beni, e cioè alla tipologia e natura degli immobili soggetti alle limitazioni regolamentari, con la conseguenza che l’uso del termine “alloggi” per individuare le unità soggette al divieto di essere adibite “a qualsiasi altro uso che possa turbare la tranquillità dei condomini” non consente di estendere il divieto anche ad immobili aventi destinazione commerciale. (Pasquale Russolillo) (riproduzione riservata) Tribunale Avellino, 24 Febbraio 2017.


Azienda - Cessione - Responsabilità del cessionario per debiti futuri - Debito derivante dalla sopravvenuta inefficacia di pagamenti di crediti aziendali risultanti dalla documentazione contabile al momento della cessione dell'azienda.
La Prima sezione civile della corte di cassazione ha chiesto alle Sezioni Unite un intervento chiarificatore sulla questione se la cessione dell'azienda comporti comunque per il cessionario l'accollo dei debiti anche futuri di cui risultino i presupposti e, in particolare, dei debiti che nasceranno dalla sopravvenuta dichiarazione di inefficacia di pagamenti di crediti aziendali risultanti dalla documentazione contabile al momento della cessione dell'azienda.

Nell'ordinanza di rimessione si osserva che, secondo la giurisprudenza prevalente, «l'art. 58 del d.lgs. 10 settembre 1993, n. 385, nel prevedere il trasferimento delle passività al cessionario, in forza della sola cessione e del decorso del termine di tre mesi dalla pubblicità notizia di essa (secondo quanto previsto dal comma 2 dello stesso art. 58), e non la mera aggiunta della responsabilità di quest'ultimo a quella del cedente, deroga all'art. 2560 c.c., su cui prevale in virtù del principio di specialità» (Cass., sez. III, 26 agosto 2014, n. 18258, m. 632303) e comporta perciò il trasferimento anche dei debiti per sanzioni irrogate dopo la cessione per fatti commessi in precedenza (Cass., sez. IL 29 ottobre 2010, n. 22199, m. 614833).

Sennonché, se è indiscutibile che l'art. 58 legge bancaria prevede la liberazione del cedente alla scadenza del termine di tre mesi (Cass., sez. I, 3 maggio 2010, n. 10653, m. 613303), questa deroga non esclude affatto che quello previsto dall'art. 2560 c.c. sia un accollo cumulativo con trasferimento dei debiti al cessionario. E se nel caso della cessione bancaria è la legge a prevedere che ne consegua il trasferimento di tutte le situazioni soggettive attive e passive, non si vede perché un analogo effetto traslativo non debba aversi anche per le cessioni delle altre aziende commerciali, almeno quando sia l'atto di cessione a includere espressamente, come nel caso in esame, «tutte le situazioni attive e passive quali risultanti dalle scritture contabili regolarmente tenute». (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 21 Aprile 2016, n. 8090.