Codice Civile


LIBRO QUINTO
Del lavoro
TITOLO II
Del lavoro nell'impresa
CAPO I
Dell'impresa in generale
SEZIONE III
Del rapporto di lavoro
PARAGRAFO 4
Dell'estinzione del rapporto di lavoro

Art. 2119

Recesso per giusta causa
TESTO A FRONTE

I. Ciascuno dei contraenti può recedere dal contratto prima della scadenza del termine, se il contratto è a tempo determinato, o senza preavviso, se il contratto è a tempo indeterminato, qualora si verifichi una causa che non consenta la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto. Se il contratto è a tempo indeterminato, al prestatore di lavoro che recede per giusta causa compete l'indennità indicata nel secondo comma dell'articolo precedente.

II. Non costituisce giusta causa di risoluzione del contratto il fallimento dell'imprenditore o la liquidazione coatta amministrativa dell'azienda.


GIURISPRUDENZA

Fallimento del datore di lavoro - Cessazione dell'attività aziendale - Conseguenze sul rapporto di lavoro - Crediti contributivi previdenziali e retributivi - Configurabilità - Esclusione - TFR - Spettanza - Fondamento.
In caso di fallimento del datore di lavoro, ove vi sia cessazione dell'attività aziendale, il rapporto di lavoro entra in una fase di sospensione, in quanto il diritto alla retribuzione - salvo il caso di licenziamento dichiarato illegittimo - non sorge in ragione dell'esistenza e del protrarsi del rapporto ma presuppone, per la natura sinallagmatica del contratto, la corrispettività delle prestazioni. Ne consegue che, non essendovi, per effetto della dichiarazione di fallimento e fino alla data della dichiarazione del curatore, ai sensi dell'art. 72, comma 2, I. fall., un obbligo retributivo per l'assenza di prestazione lavorativa, non è configurabile un credito contributivo previdenziale, principio valido anche per la domanda concernente il credito per le retribuzioni e le voci successive alla dichiarazione di fallimento, ma non per quello relativo al TFR, che matura nell'arco di durata del rapporto di lavoro. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 20 Luglio 2020, n. 15407.


Direttore generale ASL - Risoluzione del rapporto per giusta causa -Intensità del vincolo fiduciario - Rilevanza - Fattispecie.
Ai fini della risoluzione per giusta causa del rapporto di lavoro con il direttore generale di una ASL, la sussistenza dei "gravi motivi" deve essere valutata in rapporto all'intensità del vincolo fiduciario tipico di tale rapporto. (Nella specie, la S. C. ha confermato la sentenza di merito che aveva rigettato il ricorso del direttore generale di una ASL avverso la delibera con cui era stata disposta la risoluzione del rapporto di lavoro, in ragione dell'applicazione, nei suoi confronti, della misura cautelare della custodia in carcere, e delle valutazioni espresse in sede penale dal Tribunale del riesame, il quale, pur revocando la suddetta misura, aveva confermato la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza in relazione ai reati di cui agli artt. 319-321 c.p., commessi nella qualità di direttore generale di altra Azienda ospedaliera). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 05 Giugno 2020, n. 10775.


Prova presuntiva nel processo civile.
Quando la natura degli addebiti mossi al lavoratore è tale da integrare la giusta causa di licenziamento, la prova della responsabilità del dipendente può scaturire anche da un ragionamento presuntivo composto da elementi gravi, precisi e concordanti ai sensi dell’art. 2727 c.c. in relazione all’art. 2119, c.c. Tanto è possibile quando il cumulo degli elementi indiziari emersi nel corso del giudizio e la valutazione di ogni singolo aspetto del fatto controverso inducano a ritenere che le mancanze dell’ex lavoratore abbiano rivestito una tale gravità da far venire definitivamente meno il vincolo fiduciario, quale presupposto indefettibile della collaborazione tra le parti, e rendere impossibile la prosecuzione anche temporanea del rapporto di lavoro. (Stefania Piacentini) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 03 Dicembre 2019.


Fallimento del datore di lavoro - Cessazione dell'attività aziendale - Sospensione del rapporto di lavoro subordinato - Dichiarazione di scioglimento del curatore - Diritto all’indennità sostitutiva del preavviso - Sussistenza - Ragioni.
In caso di fallimento del datore di lavoro, salvo che sia stato autorizzato l'esercizio provvisorio, il rapporto di lavoro entra in una fase di sospensione fino a quando il curatore non abbia effettuato la dichiarazione ai sensi dell'art. 72, comma 2, l.fall. di volersi sciogliere dal contratto, per effetto della quale il lavoratore ha diritto di insinuarsi al passivo anche per l'indennità sostitutiva del preavviso ex art. 2118 c.c., non configurandosi il recesso del curatore per giusta causa ed attesa la natura indennitaria e non risarcitoria di tale importo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 31 Luglio 2019, n. 20647.


Crediti di lavoro - Fallimento del datore di lavoro - Prosecuzione della prestazione lavorativa - Obbligo di pagamento delle retribuzioni - Fondamento.
La dichiarazione di fallimento dell'imprenditore non costituisce giusta causa di risoluzione del contratto di lavoro, in quanto l'azienda, nella sua universalità, sopravvive e l'impresa non cessa, passando soltanto da una gestione per fini di produzione, suscettibile peraltro di essere continuata o ripresa, ad una gestione per fini di liquidazione, sicché, nel caso in cui la prestazione lavorativa sia proseguita dopo la dichiarazione di fallimento e, di fatto, anche oltre il periodo di esercizio provvisorio dell'impresa autorizzato dal tribunale, i crediti maturati dal lavoratore devono essere ammessi al passivo in prededuzione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 Luglio 2019, n. 18779.


Rapporto di lavoro subordinato – Utilizzo del cellulare aziendale per conversazioni private – Diffusione di informazioni aziendali riservate – Verso aziende concorrenti – Giusta causa di risoluzione del rapporto di lavoro – Sussiste.
Costituisce grave illecito disciplinare il comportamento della dipendente che, oltre ad installare indebitamente un profilo facebook sul telefono aziendale nella propria esclusiva disponibilità e a impiegare tale dispositivo per intrattenere conversazioni private durante le ore di lavoro, riveli per il tramite del predetto dispositivo informazioni notizie riservate afferenti all'impresa ad aziende concorrenti dirette, che possono anche solo potenzialmente agevolare l'attività di impresa rivali. Simili circostanze sono senz'altro idonee integrare il precetto normativo della giusta causa con lesione irrimediabile del vincolo fiduciario. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Bari, 10 Giugno 2019.


Rapporto di lavoro subordinato – Successione di licenziamenti – Autonomia di ciascun atto di recesso – Affermazione.
Nella fattispecie della cd. successione di licenziamenti, ove il datore di lavoro intimi al lavoratore un secondo licenziamento in pendenza del giudizio di impugnazione del primo, i due licenziamenti sono autonomi tra loro e incidono in momenti diversi sullo stesso rapporto di lavoro. Essi costituiscono due distinte e separate manifestazioni della volontà negoziale del datore di recedere dal rapporto, e la loro coesistenza non costituisce di per sè motivo di infondatezza di entrambi gli atti di recesso. Il secondo licenziamento produce effetti solo se il giudice abbia ricostituito il rapporto di lavoro all'esito della trattazione dell'impugnazione del primo licenziamento intimato, in quanto, in caso contrario, laddove sia dichiartata la risoluzione del rapporto in sede di trattazione del primo licenziamento, il secondo licenziamento dovrà considerarsi inutiliter dato. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Bari, 10 Giugno 2019.


Fallimento del datore di lavoro - Effetti sui rapporti di lavoro - Sospensione - Licenziamento intimato dal curatore - Dichiarazione di illegittimità - Conseguenze patrimoniali - Diritto del lavoratore all'ammissione al passivo - Sussistenza - Limiti.
In caso di fallimento del datore di lavoro, ove non vi sia esercizio provvisorio di impresa, il rapporto di lavoro entra in una fase di sospensione, con conseguente venir meno dell'obbligo di corrispondere la retribuzione in difetto dell'esecuzione della prestazione lavorativa, sino a quando il curatore non decida la prosecuzione o lo scioglimento del rapporto ex art. 72 l.fall., "ratione temporis" applicabile, nell'esercizio di una facoltà comunque sottoposta al rispetto delle norme limitative dei licenziamenti individuali e collettivi; ne deriva che, qualora sia accertata la illegittimità del licenziamento intimato dal curatore, il lavoratore ha diritto all'ammissione al passivo fallimentare per il credito risarcitorio che ne consegue, corrispondente alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quella della reintegra. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 28 Maggio 2019, n. 14503.


Lavoro (rapporto) – Diritto di critica – Limiti – Continenza formale – Superamento – Licenziamento – Giusta causa – Sussistenza.
L’esercizio da parte del lavoratore del diritto di critica delle decisioni aziendali, garantito dagli art. 21 e 39 Cost., incontra i limiti della correttezza formale che sono imposti dall’esigenza, anch’essa costituzionalmente garantita (art. 2 Cost.), di tutela della persona umana, sicché, ove tali limiti siano superati, con l’attribuzione all’impresa datoriale od ai suoi rappresentanti di qualità apertamente disonorevoli, di riferimenti volgari e infamanti e di deformazioni tali da suscitare il disprezzo e il dileggio, il comportamento del lavoratore può costituire giusta causa di licenziamento, pur in mancanza degli elementi soggettivi ed oggettivi costitutivi della fattispecie penale della diffamazione. (Nel caso di specie, la Suprema Corte ha ritenuto legittimo il licenziamento di alcuni lavoratori che avevano inscenato il suicidio per impiccagione dell’Amministratore delegato della società datrice di lavoro, il successivo funerale e il testamento col quale l’AD chiedeva perdono per il suicidio di alcuni lavoratori e la deportazione di altri in un diverso stabilimento aziendale). (Fabrizio Botta) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 06 Giugno 2018, n. 14527.


Fallimento del datore di lavoro - Cessazione dell'attività aziendale - Conseguenze sul rapporto di lavoro - Sospensione del rapporto - Crediti retributivi - Ammissione al passivo - Esclusione - Ragioni.
In caso di fallimento del datore di lavoro, salvo che sia autorizzato l'esercizio provvisorio, il rapporto di lavoro entra in una fase di sospensione, sicché il lavoratore non ha diritto di insinuarsi al passivo per le retribuzioni spettanti nel periodo compreso tra l'apertura del fallimento e la data in cui il curatore abbia effettuato la dichiarazione ex art. 72, comma 2, l.fall., in quanto il diritto alla retribuzione non sorge in ragione dell'esistenza e del protrarsi del rapporto di lavoro ma presuppone, in conseguenza della natura sinallagmatica del contratto, la corrispettività delle prestazioni. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 30 Maggio 2018, n. 13693.


Fallimento del datore di lavoro - Effetti sui rapporti di lavoro - Sospensione - Licenziamento intimato dal curatore - Dichiarazione di illegittimità - Conseguenze patrimoniali - Diritto del lavoratore all'ammissione al passivo - Sussistenza - Limiti.
In caso di fallimento del datore di lavoro, ove non vi sia esercizio provvisorio di impresa, il rapporto di lavoro entra in una fase di sospensione, con conseguente venir meno dell'obbligo di corrispondere la retribuzione in difetto dell'esecuzione della prestazione lavorativa, sino a quando il curatore non decida la prosecuzione o lo scioglimento del rapporto ex art. 72 l.fall., "ratione temporis" applicabile, nell'esercizio di una facoltà comunque sottoposta al rispetto delle norme limitative dei licenziamenti individuali e collettivi; ne deriva che, qualora sia accertata la illegittimità del licenziamento intimato dal curatore, il lavoratore ha diritto all'ammissione al passivo fallimentare per il credito risarcitorio che ne consegue, corrispondente alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quella della reintegra. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 11 Gennaio 2018, n. 522.


Clausola di gradimento – Trasferimento – Giusta causa di licenziamento – Integrazione del contraddittorio.
Il rifiuto del committente di ammettere il lavoratore negli spazi di lavoro di sua pertinenza, sul presupposto che questi ha posto in essere illeciti extracontrattuali, non costituisce di per sé ragione organizzativa sufficiente a giustificare il trasferimento del lavoratore, né il rifiuto opposto dal lavoratore al trasferimento costituisce di per sé giustificato motivo di licenziamento. Occorre che vengano forniti dal committente o dal datore di lavoro elementi di giudizio tali da rendere quantomeno verosimile il compimento dell’illecito, e per conseguenza non contrario al principio di buona fede il rifiuto del gradimento del lavoratore. In ogni caso tale rifiuto, pur provenendo dal committente, ponendo il lavoratore nella condizione di non poter svolgere la prestazione lavorativa, costituisce un atto gestorio del rapporto di lavoro. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Padova, 01 Dicembre 2017.


Fallimento dell’imprenditore – Causa di risoluzione del rapporto di lavoro – Esclusione – Collocazione in CIG – Persistenza del rapporto di lavoro – Sussistenza.
Il fallimento dell’imprenditore non integra una causa di risoluzione del contratto di lavoro, giusta l'art. 2119, comma 2, c.c., mentre la collocazione in cassa integrazione presuppone la perdurante esistenza del rapporto di lavoro, sebbene a funzionalità sospesa, e non la sua estinzione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 30 Gennaio 2017, n. 2237.


Lavoro – Cessazione del rapporto – Licenziamento per giusta causa da altro datore di lavoro – Lesione dell’elemento fiduciario.
L'aver taciuto di essere stato in precedenza licenziato per giusta causa da altro datore di lavoro può assumere rilevanza sulla complessiva valutazione dell'azienda circa l'affidabilità che il datore di lavoro deve riporre sui propri dipendenti, ma non è tale da ledere irrimediabilmente la fiducia che sta alla base del rapporto di lavoro e da giustificare il licenziamento, soprattutto quando il lavoratore abbia dimostrato, nel corso del rapporto, assoluta correttezza e diligenza nello svolgimento dell'attività lavorativa e non abbia mai dato adito a rilievi di sorta, dimostrandosi professionalmente idoneo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 30 Dicembre 2016, n. 27585.


Impugnazioni civili - Cassazione (ricorso per) - Motivi del ricorso - Violazione di norme del diritto - Giusta causa di licenziamento - Ambito - Oneri di deduzione - Denuncia come vizio di motivazione - Modalità.
La giusta causa di licenziamento, quale clausola generale, viene integrata valutando una molteplicità di elementi fattuali, la cui disapplicazione è deducibile in sede di legittimità come violazione di legge, ai sensi dell'art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c, solo ove si denunci che la combinazione ed il peso dei dati fattuali, come definiti ed accertati dal giudice di merito, non ne consentono la riconduzione alla nozione legale; al contrario, l'omesso esame di un parametro, tra quelli individuati dalla giurisprudenza, avente valore decisivo, nel senso che l'elemento trascurato avrebbe condotto ad un diverso esito della controversia, va denunciato come vizio di cui all'art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., ferma, in tal caso, la possibilità di argomentare successivamente che tale vizio avrebbe cagionato altresì un errore di sussunzione per falsa applicazione di legge. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 23 Settembre 2016, n. 18715.


Liquidazione coatta amministrativa - Liquidazione - Stato passivo - Opposizioni - Impresa assicuratrice - Rapporto di agenzia - Risoluzione di diritto a seguito dell'assoggettamento a liquidazione - Conseguenze - Diritto dell'agente all'indennità di fine rapporto - Sussistenza - Diritto alle indennità supplementare e aggiuntiva - Esclusione.
L'assoggettamento dell'impresa assicuratrice a liquidazione coatta amministrativa, determinando la risoluzione di diritto del rapporto di agenzia con il riconoscimento a carico della liquidazione della sola indennità di fine rapporto, ai sensi dell'art. 6, comma 1, del d.l. n. 576 del 1978, conv., con modif., dalla l. n. 738 del 1978, esclude il diritto dell'agente ad insinuarsi al passivo per l'indennità aggiuntiva e di preavviso di cui, rispettivamente, agli artt. 12, comma 4, e 13 dell'Accordo Nazionale Agenti del 1981, così come per tutte le indennità che la disciplina collettiva ricollega all'ipotesi di scioglimento del rapporto per volontà delle parti. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 07 Marzo 2016, n. 4410.


Lavoratore incaricato alla vendita - Contratto di leasing - Contestazione disciplinare a seguito di inadempimento dell'utilizzatore - Tardività - Fondamento.
Qualora il lavoratore, addetto alla vendita di beni e servizi, abbia stipulato un contratto di leasing con un cliente senza compiere le necessarie indagini sulla sua effettiva solvibilità, l'impresa datrice di lavoro può verificare l'operato del dipendente in via immediata e non deve attendere la realizzazione e l'accertamento dell'altrui inadempimento, sicché, trattandosi di illecito di pericolo e non di danno, è tardiva la contestazione disciplinare mossa a distanza di sei anni dalla stipulazione del contratto, fondata sulla verifica compiuta da organo interno all'impresa e a seguito dell'inadempimento e del fallimento dell'utilizzatore. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 21 Ottobre 2015, n. 21440.


Rapporti di agenzia costituiti con l'impresa di assicurazione posta in liquidazione - Risoluzione di diritto - Decorrenza - Indennità di fine rapporto posta a carico della liquidazione ex art. 6 del d.l. 26 settembre 1978, n. 576 (convertito nella legge 24 novembre 1978, n. 738) - Interpretazione.
L'art. 6 del d.l. 26 settembre 1978 n. 576, convertito nella legge 24 novembre 1978 n. 738 - che dispone che i rapporti di agenzia costituiti con l'impresa di assicurazione posta in liquidazione coatta amministrativa sono risoluti di diritto alla data della pubblicazione del decreto con cui è promossa la procedura concorsuale e che l'indennità di fine rapporto è posta a carico della liquidazione - va interpretato nel senso che detta indennità è unicamente quella collegata con la risoluzione "ipso iure" del rapporto, conseguente alla procedura concorsuale, e non può comprendere quelle che la disciplina collettiva (nell'ipotesi, articoli 26 e 27 dell'Accordo nazionale imprese - agenti di assicurazione del 1975) ricollega alle ipotesi di scioglimento del rapporto per volontà delle parti, quale il recesso ad opera di una di esse. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 20 Dicembre 2012, n. 23654.


Rapporto di agenzia - Risoluzione di diritto - Decorrenza - Dalla pubblicazione del decreto di apertura della procedura concorsuale - Conseguenze - Indennità supplementare ex art. 12, comma 4, Accordo Nazionale Agenti del 1981 - Insinuazione al passivo del credito dell'agente - Esclusione - Fondamento.
L'assoggettamento dell'impresa assicuratrice a liquidazione coatta amministrativa, determinando la risoluzione di diritto del rapporto di agenzia e la sua ricostituzione con l'impresa cessionaria del portafoglio, ai sensi dell'art. 6 del d.l. 26 settembre 1978, n. 576, convertito con modificazioni dalla legge 24 novembre 1978, n. 738 (applicabile nella specie "ratione temporis"), esclude il diritto dell'agente all'indennità di cui all'art. 12, comma 4, dell'Accordo Nazionale Agenti del 1981, prevalendo la disciplina speciale dettata dall'art. 6 citato su quella di cui agli art. 2118 e 2119 cod. civ., con conseguente esclusione della possibilità per l'agente di insinuazione al passivo fallimentare del relativo credito. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 18 Dicembre 2012, n. 23386.


Rapporti di agenzia costituiti con l'impresa di assicurazione posta in liquidazione - Risoluzione di diritto - Decorrenza - Indennità di mancato preavviso - Possibilità per l'agente di farla valere nei confronti della società in liquidazione coatta - Esclusione - Fondamento.
Ai sensi dell'art. 6 del d.l. 26 settembre 1978, n. 576 (Agevolazioni al trasferimento del portafoglio del personale delle imprese di assicurazione poste in liquidazione coatta amministrativa), convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 1978, n. 738 - il quale dispone che i rapporti di agenzia costituiti con l'impresa di assicurazione posta in liquidazione coatta amministrativa sono risoluti di diritto alla data di pubblicazione del decreto con cui è promossa la procedura concorsuale e che l'indennità di fine rapporto è posta a carico della liquidazione -, all'agente di impresa assicuratrice è preclusa la possibilità di far valere nei confronti della società in liquidazione coatta amministrativa l'indennità di mancato preavviso, sia con riferimento agli artt. 2118 e 2119 cod. civ., sia in relazione al patto della contrattazione - collettiva o individuale - che eventualmente gli attribuisca l'indennità prevista per il recesso del preponente anche in caso di scioglimento automatico del rapporto, in quanto sulle previsioni di carattere generale relative agli agenti deve prevalere lo specifico canone della risoluzione di diritto dettato per l'agente di assicurazioni, che rende incompatibile l'applicazione di discipline che presuppongano la continuità del rapporto fino a quando non intervenga il recesso. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 17 Novembre 2005, n. 23266.


Liquidazione coatta amministrativa - Senza cessione di portafoglio - Di impresa autorizzata all'esercizio della responsabilità civile per i danni derivanti dalla circolazione dei veicoli a motore - Disciplina ex art. 10 D.L.. n. 857 del 1976 - Risoluzione "ope legis" dei rapporti di lavoro - Carattere automatico - Riassunzione da parte del commissario liquidatore - Forma scritta e autorizzazione ex art. 206 legge fall. - Necessità - Esclusione - Fattispecie relativa ad impugnativa di licenziamento intimato dopo riassunzione non formale.
La liquidazione coatta amministrativa di impresa autorizzata all'esercizio dell'assicurazione della responsabilità civile per i danni causati dalla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti, senza cessione del portafoglio, ai sensi dell'art. 10 del D.L. 23 dicembre 1976 n. 857, convertito con modificazioni dalla legge 26 febbraio 1977 n. 39, determina la risoluzione automatica dei rapporti di lavoro col personale dipendente, in deroga al principio di cui all'art. 2119 cod. civ.. La successiva riassunzione dei lavoratori per l'assolvimento dei compiti inerenti alla liquidazione è atto a forma libera, non essendo prevista la forma scritta, ne' l'autorizzazione dell'autorità di vigilanza, ai sensi dell'art. 206 legge fall., e quindi può avvenire anche per fatti concludenti. (Nella specie il giudice di merito aveva rigettato l'impugnativa del licenziamento intimato al lavoratore che assumeva di avere continuato a prestare la sua opera dopo la sottoposizione della società a liquidazione coatta, per la ritenuta impossibilità di una valida nuova costituzione del rapporto senza l'adozione di atti formali. La S.C., nel cassare con rinvio la sentenza impugnata, ha indicato la necessità di accertare, in vista dell'eventuale applicazione dell'art. 18 legge n. 300 del 1970, oltre alla prestazione lavorativa successivamente al decreto di liquidazione, anche, in relazione alla contestazione esistente sul punto, se il rapporto fosse ancora in essere alla data di tale decreto). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 03 Maggio 1996, n. 4060.