LIBRO QUARTO
Delle obbligazioni
TITOLO I
Delle obbligazioni in generale
CAPO III
Dell'inadempimento delle obbligazioni

Art. 1226

Valutazione equitativa del danno
TESTO A FRONTE

I. Se il danno non può essere provato nel suo preciso ammontare, è liquidato dal giudice con valutazione equitativa.


GIURISPRUDENZA

Società per azioni - Organi sociali - Amministratori - Responsabilità - Azione del curatore - Liquidazione equitativa del danno - Differenza tra passivo accertato e attivo liquidato - Condizioni - Cessione dell'amministratore a sé stesso a prezzo vile di rami d'azienda - Omessa tenuta delle scritture contabili - Rilevanza.
Nell'azione di responsabilità promossa dal curatore a norma dell'art. 146, comma 2, l.fall., il giudice può ricorrere alla liquidazione equitativa del danno, nella misura corrispondente alla differenza tra il passivo accertato e l'attivo liquidato in sede fallimentare, qualora il ricorso a tale parametro si palesi, in ragione delle circostanze del caso concreto, logicamente plausibile, in quanto l'attore abbia allegato inadempimenti dell'amministratore – nella specie consistiti nella cessione a sé stesso, a prezzo vile, di rami d'azienda e nella pluriennale mancata tenuta delle scritture contabili – astrattamente idonei a porsi quali cause del danno lamentato, indicando le ragioni che gli hanno impedito l'accertamento degli specifici effetti dannosi concretamente riconducibili alla condotta dell'amministratore medesimo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 01 Febbraio 2018, n. 2500.


Contratti in genere – Responsabilità precontrattuale (trattative e formazione del contratto) – Natura giuridica – Responsabilità da contatto sociale – Conseguenze in tema di riparto dell'onere della prova – Risarcimento del danno – Liquidazione in via equitativa.
La responsabilità precontrattuale, scaturendo dalla violazione degli obblighi specifici di protezione posti dall'art. 1337 c.c. in capo ai soggetti di una trattativa, costituisce una forma di responsabilità da contatto sociale qualificato, cui vanno applicate le regole in tema di distribuzione dell'onere della prova proprie della responsabilità contrattuale.

In caso di recesso dalle trattative ad opera di una parte ai danni dell'altra, grava su quest'ultima l'onere di allegare fatti idonei a dimostrare la sussistenza delle trattative e dell'insorgere di un suo ragionevole affidamento sulla conclusione del contratto, mentre grava sul recedente l'onere di provare che ha interrotto le trattative per una giusta causa. (Nella fattispecie in cui le parti avevano intrattenuto delle trattative volte alla conclusione di un contratto misto di vendita immobiliare e di appalto d'opera, il giudice ha ritenuto la parte recedente responsabile ex art. 1337 c.c. non avendo quest'ultima assolto l'onere su di lei incombente della prova di una giusta causa di recesso).

Il risarcimento del danno da responsabilità precontrattuale - che deve essere circoscritto al solo interesse negativo, costituito sia dalle spese inutilmente sopportate nel corso delle trattative ed in vista della conclusione del contratto, sia dalla perdita di altre occasioni di stipulazione contrattuale - può essere liquidato anche in via equitativa, sulla base di criteri logici e non arbitrari. (Curzio Fossati) (riproduzione riservata)
Tribunale Como, 27 Luglio 2017.


Filiazione naturale – Riconoscimento giudiziale della paternità – Obbligo di mantenimento – Retroattività – Prescrizione – Responsabilità per inadempimento degli obblighi genitoriali – Prova del danno – Valutazione equitativa.
Il genitore che, omettendo il riconoscimento, obbliga il figlio ad intraprendere l’azione giudiziale per l’accertamento del rapporto di filiazione non può giovarsi del conseguente ritardo: ne deriva che la prescrizione del diritto al mantenimento non decorre dalla nascita, ma dal momento dell’accertamento giudiziale della paternità (o maternità). Tuttavia, poiché la prestazione degli alimenti in favore dei figli costituisce un’obbligazione di durata, il termine quinquennale per la prescrizione non decorre unitariamente, bensì dalla data delle singole scadenze in relazione alle quali sorge l’interesse a ciascun adempimento.

Premesso che la sentenza dichiarativa della filiazione naturale produce gli effetti del riconoscimento, essa comporta per il genitore l’adempimento degli obblighi derivanti dalla filiazione legittima, compreso l’obbligo di mantenimento il quale ha efficacia retroattiva.

Il dovere di mantenere, istruire ed educare i figli sussiste per il solo fatto di averli generati, e non viene meno neppure per il fatto che l’altro genitore abbia provveduto integralmente alle esigenze dei figli. L’inadempimento di quegli obblighi costituisce un illecito civile riconducibile nell’alveo delle previsioni dell’art.2043 c.c., con la conseguente esperibilità, laddove determini la lesione di diritti costituzionalmente garantiti, dell’azione per il ristoro del danno non patrimoniale.

Il danno da privazione della figura paterna determina una grave lesione della sfera dei diritti della persona tutelati dalle previsioni costituzionali, e può essere provato attraverso il ricorso a presunzioni semplici nonché attraverso il ricorso a nozioni di comune esperienza. Esso deve essere quantitativamente determinato con il criterio equitativo. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Massa, 04 Luglio 2017.


Amministratori - Responsabilità - Continuazione della gestione in presenza di una causa di scioglimento della società - Perdita del capitale sociale - Successivo fallimento della società - Azione del curatore ex art. 146 l.fall. - Criteri per la liquidazione del danno.
In ipotesi di azione ex art. 146 l.fall. nei confronti dell'amministratore, ed ai fini della liquidazione del danno cagionato da quest'ultimo per aver proseguito l'attività ricorrendo abusivamente al credito pur in presenza di una causa di scioglimento della società, così violando l'obbligo di cui all'art. 2486 c.c., il giudice può avvalersi in via equitativa, nel caso di impossibilità di una ricostruzione analitica dovuta all’incompletezza dei dati contabili ovvero alla notevole anteriorità della perdita del capitale sociale rispetto alla dichiarazione di fallimento, del criterio presuntivo della differenza dei netti patrimoniali, a condizione che tale utilizzo sia congruente con le circostanze del caso concreto e che, quindi, l’attore abbia allegato un inadempimento dell’amministratore almeno astrattamente idoneo a porsi come causa del danno lamentato ed abbia specificato le ragioni impeditive di un rigoroso distinto accertamento degli effetti dannosi concretamente riconducibili alla sua condotta. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 20 Aprile 2017, n. 9983.


Illegittima segnalazione presso una centrale rischi - Lesione alla reputazione del segnalato - Risarcimento del danno “in re ipsa” - Liquidazione in via equitativa - Applicabilità.
In caso di illegittima segnalazione presso una centrale rischi, sussiste il danno da lesione all’immagine sociale della persona ingiustamente indicata come insolvente: tale lesione costituisce un danno reale che deve essere risarcito senza necessità per il danneggiato di fornire la prova della sua esistenza.

Quando l’attività istruttoria non consenta di dare certezza alla misura del danno, esso può essere liquidato in via equitativa, tenendo conto di tutte le circostanze del caso concreto.
(Nel caso di specie, al ricorrente è stato riconosciuto un risarcimento pari a ¼ della somma illegittimamente iscritta a sofferenza). (Antonio Cavallo) (Maria Magro) (riproduzione riservata)
Tribunale Cosenza, 16 Febbraio 2017.


Centrale Rischi di Banca d'Italia - Segnalazione a sofferenza - Presupposti - Obblighi dell'intermediario

Centrale Rischi di Banca d'Italia - Segnalazione a sofferenza - Credito contestato - Potere di delibazione del giudice - Danno "in re ipsa" - liquidazione del danno su basi equitative
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In base alla lettura delle istruzioni di Banca d'Italia, è da escludere che il mero ritardo nell'adempimento o che lo stesso inadempimento possano da soli giustificare la segnalazione alla Centrale Rischi in posizione di sofferenza.
La preventiva attività valutativa dell'intermediario sui presupposti per la segnalazione a sofferenza deve estendersi anche a rapporti bancari distinti da quello intrattenuto con l'intermediario segnalante.
Prima di segnalare un nominativo a sofferenza, l'intermediario è tenuto ad effettuare una verifica sull'intera esposizione debitoria del cliente, inclusa l'emissione di decreti ingiuntivi contro lo stesso ed è inoltre tenuto ad accertare l'effettiva consistenza patrimoniale del cliente in relazione all'ammontare del credito, la circostanza se si tratti di debitore monoaffidato o pluriaffidato, l'eventuale esistenza di iniziative giudiziarie da parte di terzi creditori e la capacità reddituale del cliente.
L'eventuale pendenza di un giudizio per l'accertamento del credito non può di per sè giustificare la segnalazione a sofferenza laddove la concreta situazione del cliente non crei alcun allarme quanto alla sua solvibilità. (Giuseppe Angiuli) (riproduzione riservata)

In caso di credito oggetto di contestazione (cd. "credito litigioso"), il giudice deve accertare la legittimità della segnalazione a sofferenza avvalendosi del suo potere di delibazione sul fumus boni iuris della contestazione del credito e, con essa, della domanda di cancellazione della segnalazione.
E' contraria al canone generale della buona fede la segnalazione a sofferenza da parte di un istituto di credito alla Centrale Rischi di un debito del cliente che risulti tra le parti contestato qualora la contestazione abbia i caratteri della non manifesta infondatezza e sia alla base del rifiuto del debitore di adempiere.
Il danno derivante da illegittima segnalazione a sofferenza, sia nella sua componente patrimoniale che in quella morale e d'immagine, è sempre in re ipsa. La liquidazione del danno può operare unicamente ricorrendo a criteri equitativi e/o forfetari. (Giuseppe Angiuli) (riproduzione riservata)
Tribunale Bari, 11 Gennaio 2017.


Danno non patrimoniale – Liquidazione – Variazione dei criteri di liquidazione del danno intervenuta dopo la pronuncia di primo grado – Impugnazione.
Nel caso in cui dopo la pubblicazione della pronuncia di primo grado sia intervenuta una variazione dei criteri di liquidazione del danno non patrimoniale individuati nelle tabelle generalmente in uso negli uffici giudiziari di merito, il danneggiato è legittimato ad impugnare la sentenza deducendo che il "quantum" liquidato in prime cure non comprende il ristoro del danno da perdita o riduzione del rapporto parentale, o che l'importo liquidato per il danno da morte del congiunto è inferiore al valore minimo determinato nelle nuove Tabelle, in quanto in tal modo lamenta la parziale soccombenza sulla domanda proposta per ottenere l'integrale risarcimento del danno, essendo indifferente ai fini della sussistenza del presupposto della soccombenza che il giudice di merito non sia incorso in errori nella applicazione dei criteri vigenti al tempo della decisione, atteso che la variazione dei criteri tabellari, non incide sulla validità o sugli effetti del rapporto di diritto sostanziale dedotto in giudizio, ma è immanente all'esercizio del potere discrezionale -riservato al giudice- di liquidazione equitativa del danno di natura non patrimoniale, ai sensi degli artt. 1226 e 2056 c.c., diretto a realizzare nel caso concreto i principi di adeguatezza e proporzionalità, intesi come tendenziale integrale ristoro del danno patito ed uniforme trattamento di situazioni identiche, principi che risultano violati ove la liquidazione equitativa venga effettuata in base a criteri tabellari obsoleti in quanto superati dai nuovi ritenuti maggiormente adeguati a garantire una "equa" corrispondenza tra l'equivalente ed il valore non patrimoniale leso. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Nell'atto di impugnazione il danneggiato non potrà limitarsi ad allegare che in base alle "nuove" tabelle ha diritto ad un importo maggiore, dovendo ulteriormente specificare -per assolvere al requisito di ammissibilità prescritto dall'art. 345 c.p.c.- il tipo di pregiudizio che non abbia ricevuto tutela nella sentenza impugna a, ovvero la particolore circostanza assunta dalla nuova tabella quale indice sintomatico della diversa dimensione del pregiudizio non considerato dal giudice di prime cure, o ancora se le "nuove" tabelle abbiano riconsiderato ex novo il campione statistico, con conseguente rideterminazione del valore-punto e non si siano invece limitate ad un mero aggiornamento dei valori precedenti in base all'indice ISTAT del costo della vita. Da tale ulteriore specificazione è dato, tuttavia, prescindere, nel caso in cui il danneggiato deduca a sostegno del motivo di impugnazione la variazione delle tabelle milanesi, intervenuta dopo la pronuncia di primo grado, con l'adozione delle "Nuove Tabelle 2009" dichiaratamente intese a conformare i nuovi criteri di liquidazione ai principi enunciati dalle SS.UU. con le sentenze 11 novembre 2008, nn. 26972-26975, atteso il carattere radicalmente innovativo dei nuovi criteri orientati alla considerazione unitaria del danno non patrimoniale, alla introduzione di criteri di personalizzazione del danno biologico in relazione alla connessa sofferenza e turbamento d'animo determinati dalla lesione alla salute, ed alla elaborazione ex novo dei criteri di liquidazione della lesione -per perdita o riduzione- del rapporto parentale, essendo sufficiente, in tale caso, evidenziare che la liquidazione omnicompresiva del "danno morale soggettivo" non risponde ai valori minimi risarcitori previsti dalle nuove Tabelle in relazione alle differenti tipologie di pregiudizio non patrimoniale in esse considerate. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 13 Dicembre 2016, n. 25485.


Danno non patrimoniale - Danno da perdita del rapporto parentale - Liquidazione del danno - Criteri oggettivi - Intensità del legame

Responsabilità medica - Omissione della diagnosi - Danno da perdita di chances di sopravvivenza - Consistenza

Danno da perdita di chances di sopravvivenza - Liquidazione - Criterio equitativo puro - Durata dello scarto temporale
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Il danno da perdita del rapporto parentale non si risolve nella mera sussistenza di un rapporto parentale, dovendosi basare su riscontri di carattere oggettivo circa la consistenza dei rapporti familiari, anche al fine di graduare il risarcimento del danno in funzione dell’intensità del legame. (Giuseppe D’Elia) (riproduzione riservata)

Nel danno da perdita di chances di sopravvivenza, l’omissione della diagnosi di un processo morboso nega al paziente la possibilità non solo di scegliere una terapia adeguata, ma altresì di programmare la vita residua fino all’esito infausto. (Giuseppe D’Elia) (riproduzione riservata)

La liquidazione del danno da perdita di chances di sopravvivenza si effettua secondo un criterio equitativo puro, ex art. 1226 c.c., e deve altresì tenere conto della durata dello scarto temporale tra la sopravvivenza effettiva e quella possibile in caso di intervento medico corretto. (Giuseppe D’Elia) (riproduzione riservata)
Tribunale Como, 23 Giugno 2016.


Avvocato - Responsabilità civile - Errori ed omissioni - Tardiva proposizione di appello avverso sentenza di condanna a pena detentiva - Impossibilità per l'imputato di fruire di una riduzione di pena - Liquidazione del danno - Applicazione della disciplina sull'ingiusta detenzione - Esclusione - Liquidazione equitativa - Necessità.
In tema di responsabilità professionale dell'avvocato per tardiva impugnazione di una sentenza penale di condanna, cui consegua l'impossibilità per il cliente di ottenere una riduzione della pena detentiva in sede di gravame (nella specie, per non potere accedere al cd. "patteggiamento in appello"), il pregiudizio di carattere non patrimoniale patito dal condannato non può essere risarcito applicando automaticamente i criteri elaborati dalla giurisprudenza penale per il ristoro del danno da ingiusta detenzione - trattandosi di condanna legalmente data e, quindi, di detenzione legittima - ma va liquidato in via equitativa. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 15 Giugno 2016, n. 12280.


Contratti di telefonia – Fornitura di servizio inadeguato a studio professionale – Malfunzionamento del servizio per un anno – Violazione degli obblighi informativi – Risoluzione del contratto e risarcimento del danno.
Nel caso in cui il gestore telefonico faccia sottoscrivere un contratto di fornitura di servizi di telefonia ad uno studio professionale senza verificare eventuali incompatibilità tecniche con gli impianti esistenti e senza informare l’utente dei possibili problemi che potrebbero insorgere, il medesimo gestore viola l’obbligo informativo afferente la qualità del servizio. La violazione di detto obbligo informativo e il malfunzionamento del servizio telefonico per oltre un anno comportano grave inadempimento con conseguente risoluzione del contratto e risarcimento del danno. L’utente telefonico deve provare la fonte negoziale del rapporto allegando l’inadempimento o l’inesatto adempimento delle obbligazioni che incombono sul gestore. Il risarcimento comprende il danno emergente rappresentato dalle spese sostenute per interventi tecnici per il ripristino del servizio e l’eventuale lucro cessante che deve essere adeguatamente provato in relazione alla diminuzione del fatturato e alla perdita dalla clientela subita dallo studio professionale. Va riconosciuto anche il danno non patrimoniale rappresentato dallo stato di preoccupazione, agitazione e di stress subiti dal professionista che veda con impotenza lo studio isolato dalla propria clientela trovandosi nell’impossibilità di accedere agli strumenti tecnologici ormai indispensabili nella quotidianità. (Paolo Doria) (riproduzione riservata) Tribunale Vicenza, 16 Marzo 2016.


Contratto di telefonia – Modello contrattuale – Mancanza o indeterminabilità dell’oggetto – Nullità – Disattivazione della linea telefonica – Illecito extracontrattuale – Risarcimento del danno.
Nel caso di sottoscrizione di un modello contrattuale per telefonia in cui non siano chiare le prestazioni spettanti alle parti, sia in termini di indicazione del servizio a cui si obbliga il gestore, sia in termini di corrispettivo per l’utente, il contratto è nullo per mancanza dell’oggetto. La disattivazione della linea telefonica di uno studio professionale legale per il tempo di due mesi sulla scorta di un contratto nullo, rappresenta un illecito extracontrattuale che comporta il risarcimento sia per danno non patrimoniale, per i disagi e lo stress sopportati dal professionista (parificato in questa materia al consumatore come utente finale), sia per danno patrimoniale valutabile in termini di diminuzione del fatturato per l’impossibilità di relazionarsi con la clientela. Il danno può essere valutato complessivamente in termini equitativi. (Paolo Doria) (riproduzione riservata) Tribunale Vicenza, 22 Febbraio 2016.


Azione di responsabilità del curatore fallimentare contro gli amministratori di società fallita in caso di condotta omissiva a fronte di perdite che comportano la riduzione del capitale sociale al di sotto dei limiti di legge: presupposti - Responsabilità degli amministratori di società fallita che proseguono l’attività di impresa a fronte di perdite che comportano la riduzione del capitale sociale al di sotto dei limiti di legge: presupposti - Liquidazione in via equitativa del risarcimento del danno a favore della curatela fallimentare: ammissibilità - Condanna in via solidale degli amministratori di società fallita al risarcimento del danno in favore della curatela del fallimento: ammissibilità .
Sussiste l’antigiuridicità delle condotte di mala gestio contestate dalla curatela del fallimento agli organi gestori della società fallita, i quali abbiano omesso la convocazione dell’assemblea dei soci per l’adozione di una delibera che disponga la trasformazione, ovvero la ricapitalizzazione della società, ovvero in difetto la messa in liquidazione, ogniqualvolta la perdita di esercizio abbia l’effetto di ridurre il capitale sociale al di sotto dei limiti di legge; la condotta omissiva degli amministratori della società fallita viola l’obbligo che l’art. 2447 c.c. impone, unitamente agli artt. 2485 e 2486 c.c., all’organo di gestione della società.

Sussiste la responsabilità degli amministratori della società fallita che non abbiano posto in essere alcuna di tali condotte “conservative”, ma hanno invece continuato l’attività di impresa, anche dopo l’azzeramento del capitale sociale, ponendo in essere atti gestori che hanno determinato l’aumento delle perdite della società. La responsabilità degli amministratori emerge anche ragionando a contrario: qualora, infatti, gli amministratori avessero messo in liquidazione la società, o comunque questa fosse stata trasformata o ancora “ricapitalizzata” quando il capitale sociale si era azzerato non si sarebbero manifestate le perdite registrate dai bilanci della società fallita. Se la gestione dell’impresa non fosse proseguita sino al momento dell’apertura del concorso dei creditori, ma fosse cessata prima, la perdita di patrimonio sociale non si sarebbe verificata o, in ogni caso, si sarebbe verificata in misura ridotta. Ne deriva la responsabilità dell’organo gestorio della società fallita.

E’ ammissibile la liquidazione del risarcimento del danno in via equitativa, prendendo come parametro di riferimento le perdite registrate dai bilanci di esercizio della società fallita, predisposti dall’organo amministrativo, ed approvati dai soci.

Gli amministratori vanno condannati, in solido tra loro, al risarcimento del danno in favore della curatela del fallimento, non rilevando la più o meno breve permanenza di ciascun soggetto all’interno dell’organo amministrativo della società, posto che tale circostanza ha rilievo unicamente nei rapporti interni tra i debitori solidali, risultando invece inopponibile alla curatela fallimentare. (Alessandro Fontana) (riproduzione riservata)
Tribunale Massa, 30 Ottobre 2015.


Società di capitali - Fallimento - Azione di responsabilità promossa dal curatore nei confronti dell'amministratore - Individuazione e liquidazione del danno risarcibile - Allegazione degli specifici inadempimenti - Necessità - Mancanza di scritture contabili della società - Liquidazione del danno nella differenza tra passivo e attivo - Allegazione delle ragioni che non hanno permesso l'accertamento di specifici effetti dannosi riconducibili alla condotta dell'amministratore.
Nell'azione di responsabilità promossa dal curatore del fallimento di una società di capitali nei confronti dell'amministratore della stessa, l'individuazione e la liquidazione del danno risarcibile dev'essere operata avendo riguardo agli specifici inadempimenti dell'amministratore, che l'attore ha l'onere di allegare, onde possa essere verificata l'esistenza di un rapporto di causalità tra tali inadempimenti ed il danno di cui si pretende il risarcimento.

Nelle predette azioni la mancanza di scritture contabili della società, pur se addebitabile all'amministratore convenuto, di per sè sola non giustifica che il danno da risarcire sia individuato e liquidato in misura corrispondente alla differenza tra il passivo e l'attivo accertati in ambito fallimentare, potendo tale criterio essere utilizzato soltanto al fine della liquidazione equitativa del danno, ove ricorrano le condizioni perchè si proceda ad una liquidazione siffatta, purché siano indicate le ragioni che non hanno permesso l'accertamento degli specifici effetti dannosi concretamente riconducibili alla condotta dell'amministratore e purché il ricorso a detto criterio si presenti logicamente plausibile in rapporto alle circostanze del caso concreto. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 06 Maggio 2015, n. 9100.


Risarcimento del danno non patrimoniale – Accertamento dei postumi – Consulenza tecnico d’Ufficio – Criterio equitativo – Esclusione.
Il Ctu commette un errore “sorprendente” dove scelga di determinare il grado di invalidità permanente causato da un fatto illecito "in via equitativa". In via equitativa, infatti, può determinarsi la misura del risarcimento del danno (art. 1226 c.c), non certo l'esistenza dello stesso: pertanto dinanzi a postumi permanenti dei quali sia dubbia l'esistenza, la misura o la derivazione causale dal fatto illecito, nessuna "stima equitativa del grado di invalidità permanente" è possibile. L'esistenza e la derivazione causale di postumi permanenti costituiscono il fatto costitutivo della pretesa al risarcimento, e la loro sussistenza va provata da chi la allega, senza nessuna possibilità per il giudice di ricorrere all'equità. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 04 Novembre 2014, n. 23425.


Risarcimento del danno non patrimoniale – Danno terminale – Liquidazione – Applicazione delle tabelle – Condizioni.
Il danno terminale, se pure temporaneo, è massimo nella sua entità ed intensità, tanto che la lesione alla salute è così elevata da non essere suscettibile di recupero ed esitare nella morte, cosicché sono necessari dei "fattori di personalizzazione" e deve escludersi che la liquidazione possa essere effettuata attraverso la meccanica applicazione di criteri contenuti in tabelle che, per quanto dettagliate, nella generalità dei casi sono predisposte per la liquidazione del danno biologico o delle invalidità, temporanee o permanenti, di soggetti che sopravvivono all'evento dannoso. Devesi precisare che il danno terminale è comprensivo di un danno biologico da invalidità temporanea totale (sempre presente e che si protrae dalla data dell'evento lesivo fino a quella del decesso) cui può sommarsi una componente di sofferenza psichica (danno catastrofico): mentre nel primo caso la liquidazione può ben essere effettuata sulla base delle tabelle relative all'invalidità temporanea, nel secondo caso risulta integrato un danno non patrimoniale di natura affatto peculiare che comporta la necessità di una liquidazione che si affidi ad un criterio equitativo puro - ancorché sempre puntualmente correlato alle circostanze del caso - che sappia tener conto della enormità del pregiudizio. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 31 Ottobre 2014, n. 23183.


Danno da vacanza rovinata – Struttura alberghiera – Mancanza delle caratteristiche promesse in catalogo – Risarcimento danni.
Sussiste il diritto al risarcimento del danno subito dal turista-viaggiatore nel caso in cui l’hotel descritto in catalogo come cinque stelle non presenti di fatto le caratteristiche proprie della categoria di lusso. (Katia Ventura) (riproduzione riservata) Tribunale Como, 18 Luglio 2014.


Malessere accusato dal turista viaggiatore – Scarse condizioni igieniche della struttura alberghiera – Nesso di causalità – Risarcimento danni non patrimoniali.
Sussiste nesso di causalità tra il malessere accusato dal turista viaggiatore che abbia dovuto ricorrere alle cure sanitarie per via di acuta enterite e le scarse condizioni igieniche della struttura alberghiera. Ne consegue il diritto al risarcimento del danno ex art. 1226 c.c.. (Katia Ventura) (riproduzione riservata) Tribunale Como, 18 Luglio 2014.


Sindaci - Responsabilità - Responsabilità da omissione - Obbligo di segnalare le irregolarità all'assemblea e al pubblico ministero - Sussistenza - Operazioni infragruppo - Requisiti - Identità nella composizione del collegio sindacale.
Il sindaco ha il dovere di porre in essere ogni atto necessario all'assolvimento dell'incarico, con diligenza, correttezza e buona fede, anche segnalando all'assemblea le irregolarità di gestione riscontrate o, ove ne ricorrano gli estremi, denunziando i fatti al pubblico ministero. Tali doveri assumono particolare rilevanza nell'ipotesi di operazioni compiute all'interno di un medesimo gruppo societario, le quali avrebbero potuto essere correttamente realizzate soltanto se corrispondenti all'interesse delle singole società coinvolte, tanto più nel caso di identità della composizione del collegio sindacale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 13 Giugno 2014.


Responsabilità genitoriale - Illecito endofamiliare - Abbandono del figlio - Danno non patrimoniale - Liquidazione equitativa - Quantificazione .
Il danno non patrimoniale derivante da illecito endofamiliare essendo riconnesso alla lesione del diritto alla qualità di figlio, valore inerente la persona, deve essere liquidato in via equitativa ex artt. 1226 e 2056 c.c. Il giudice ancora l’entità del risarcimento ai dati di fatto acquisiti al processo e parametra lo stesso alla gravità e alla durata delle violazioni genitoriali e alle ricadute negative sulla vita e sulla salute del figlio. Un valido criterio di riferimento è costituito dal minimo tabellare in uso per la liquidazione del danno da morte del padre. Tale parametro, però, deve essere assoggettato a una serie di correttivi, i quali tengano conto, da un lato della ontologica differenza tra lutto da morte (che può essere solo elaborato) e lutto da abbandono (teoricamente emendabile), dall’altra delle effettive conseguenze negative sulla vita del minore. (Irene Crea) (riproduzione riservata) Tribunale Torino, 05 Giugno 2014.


Società a Responsabilità Limitata - Capitale Sociale - Conferimenti - Quota - Trasferimento - Violazione del diritto di prelazione del socio - Diritto al risarcimento del danno - Condizioni - Onere di allegazione in capo al prelazionario - Sussistenza - Risarcimento in via equitativa - Configurabilità.
Non sussiste un danno "in re ipsa" in caso di violazione della clausola statutaria attributiva di un diritto di prelazione del socio per l'acquisto della partecipazione societaria poiché la stessa assolve ad una funzione organizzativa per un interesse sociale e non del singolo socio. Ne deriva che grava su quest'ultimo l'onere di allegare un suo specifico interesse all'acquisto della partecipazione societaria, rimasto pregiudicato dalla condotta violativa, e, solo in tal caso, può giustificarsi la eventuale liquidazione equitativa del danno ai sensi dell'art. 1226 cod. civ., in ragione della impossibilità o notevole difficoltà di una sua precisa quantificazione. Cassazione civile, sez. I, 03 Giugno 2014.


Danni civili – Liquidazione equitativa – Danno non patrimoniale – Tabelle milanesi – Applicabilità..
La liquidazione equitativa del danno non patrimoniale conseguente alla lesione dell’integrità psico-fisica deve essere effettuata da tutti i giudici di merito, in base a parametri uniformi, che vanno individuati nelle tabelle elaborate dal tribunale di Milano, da modularsi secondo le circostanze del caso concreto in osservanza dei principi sanciti da Cass., 7 giugno 2011, n. 12408. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata) Appello Roma, 25 Marzo 2014.


Danno iatrogeno – Lesione – Su pregressa situazione di patologia – Incremento differenziale del pregiudizio – Cd. Danno iatrogeno incrementativo – Imputabilità risarcitoria dell’incremento – Criteri di selezione delle conseguenze risarcibili..
In linea pressoché costante, il danno iatrogeno è sempre un danno disfunzionale che si inserisce in una situazione in parte già compromessa, rispetto alla quale si determina un incremento differenziale del pregiudizio. L’imputabilità risarcitoria di tale “incremento” richiede una selezione, nell’ambito della complessiva situazione di invalidità della parte lesa, delle conseguenze, per individuare il danno alla persona oggetto dell’obbligo risarcitorio a carico del medico operante. Principio che si riflette sui criteri liquidatori di esso che non possono prescindere dal rilievo  che assume la situazione preesistente sotto due principali profili: a) non può farsi gravare sul medico, in via automatica, una misura del danno da risarcirsi incrementata da fattori estranei alla sua condotta, così come verrebbe a determinarsi attraverso una automatica applicazione di tabelle con punto progressivo, computato a partire, in ogni caso, dal livello di invalidità preesistente; b) la liquidazione va necessariamente rapportata ad una concreta verifica, secondo le allegazione delle parti, delle conseguenze negative “incrementative” subite dalla parte lesa. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 30 Ottobre 2013.


Danno iatrogeno – Lesione – Su pregressa situazione di patologia – Incremento differenziale del pregiudizio – Cd. Danno iatrogeno incrementativo – Liquidazione in via equitativa – Applicazione “mera” del dato tabellare – Esclusione..
Un criterio orientativo per guidare l’esercizio dell’equità del giudice nella liquidazione del danno non patrimoniale da danno iatrogeno è il ricorso alle tabelle per la liquidazione del danno non patrimoniale. Il dato relativo concernente la misura differenziale va considerato nel suo rilievo di base (al fine di evitare che l’obbligo risarcitorio del debitore sia automaticamente maggiore in dipendenza di fatti e condotte già da altri causate o preesistenti) e, quindi, adeguatamente rimodulato in considerazione della  vicenda clinica e della situazione concreta della parte lesa: ciò sotto ogni profilo rilevante e attinente ai riflessi sulla sua integrità psico-biologica, al condizionamento e al pregiudizio nello svolgimento delle sue attività areddituali, ad ogni ulteriore aspetto morale che concorre a descrivere il danno non patrimoniale, e, necessariamente, sulla base delle risultanze e delle allegazioni anche presuntive offerte dalla parte. Tale rimodulazione risponde alla esigenza di “personalizzazione” del danno – con dato di partenza quello di base della tabella del Tribunale di Milano – con cui non si individua, nell’ambito del danno differenziale iatrogeno, il fenomeno dell’aumento progressivo marginale del punto in considerazione della maggiore afflittività ipotetica della lesione, cui fa riferimento la tabella milanese, ma l’adeguamento della determinazione del risarcimento base, in aumento o in diminuzione, alla condizione concreta della parte lesa, senza alcun prefigurato e rigido vincolo in aumento o in diminuzione. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 30 Ottobre 2013.


Omessa manutenzione parti comuni – Cedimenti e lesioni – Diritto soggettivo del singolo condomino a vivere in un ambiente salubre ed integro, sub specie del focolare domestico, ricomprensivo delle res comuni – Lesione – Configurabilità – Copertura costituzionale nell’art. 32 Cost. – Configurabilità – Danno da mancato e pieno godimento dell’abitazione – Configurabilità.

Onere della prova – Danno non patrimoniale – Danno/conseguenza – Cedimenti e lesioni – Idoneità ad alimentare il timore di un apprezzabile pericolo per la salute – Fatto notorio. 
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Per quanto concerne l’ipotesi di cedimenti e lesioni, riconducibili all’attività edilizia del proprietario dell’immobile finitimo, deve ritenersi leso il diritto soggettivo  a vivere in un ambiente salubre ed integro, da intendersi come esteso al focolare domestico e che trova indiretta copertura costituzionale all’art. 32 Cost. e ciò in quanto pur non potendosi parlare di danno biologico inteso nella comune accezione di lesione della integrità psicofisica della persona, suscettibile di accertamento medico-legale; dall’altro, è innegabile il riconoscimento di un danno da mancato e pieno godimento dell’abitazione, i fenomeni fessurativi de quibus essendo destinati, in applicazione di una massima di esperienza di difficile smentita, ad incidere negativamente sulle condizioni di esistenza e di abitazione degli attori e quindi su valori costituzionalmente garantiti e protetti. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)

Sotto il profilo probatorio e in applicazione del principio consacrato dalle Sezioni Unite per cui il danno non patrimoniale è sempre un danno - conseguenza, costituisce fatto notorio (e che, pertanto, non necessita di  specifici riscontri probatori) che cedimenti e lesioni sono idonei ad alimentare il timore di un apprezzabile pericolo per la salute di coloro che siano costretti ad abitare in ambienti di tal fatta. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata)
Tribunale Brindisi, 26 Marzo 2013.


Omesso riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio – Risarcimento del danno – Sistema di calcolo – Scalare partendo dalle Tabelle di Milano – Sussiste..
Il danno da mancato riconoscimento del figlio nato fuori da matrimonio, può essere risarcito prendendo le mosse dalla Tabella del Tribunale di Milano. In particolare, si parte dall'alterazione esistenziale più alta e cioè dal 100% di invalidità per un soggetto di età corrispondente a quella del figlio non riconosciuto al momento della sentenza. Si perviene così al valore tabellare. Questo importo ripristinerebbe le condizioni di un soggetto che non può svolgere alcuna attività realizzatrice della persona. A questo punto si divide, secondo ciò che comunemente avviene, la vita di una persona in cinque aree: un'area riguardante le attività biologico sussistenziali, un'area riguardante le relazioni affettive di carattere familiare, un'area che riguarda le attività lavorative, un'area che riguarda le attività sociali, politico associative e infine un'area che riguarda tutto ciò che concerne lo svago. Pertanto, dividendo il l’importo del 100% per 5, si ottiene il valore di tutta l'area delle relazioni affettive di carattere familiare, che andrebbe a risarcire il danno subito da chi è stato privato di qualsiasi relazione di questo tipo. Quindi, si individuano ulteriori quattro (sub) aree: rapporti con i genitori, rapporti con i figli, rapporti con i nonni e rapporti familiari di altro tipo; nel comune sentire la mancanza di un genitore o di un figlio determina un peggioramento della qualità della vita superiore a quello che conseguirebbe alla mancanza di nonni o altri parenti sicché, in via equitativa, si fissa per le prime due il valore di 1/3 dell'area e per le altre due il valore di 1/6. Pertanto, dividendo la somma risultante dal primo calcolo per 3 e si ottiene il valore equivalente alla sfera dei rapporti con i genitori. Infine, secondo ciò che normalmente avviene, la mancanza della madre determina un alterazione peggiorativa della vita superiore a quella che seguirebbe alla mancanza di un padre quindi, sempre in via equitativa, l'area dei genitori è costituita per 2/3 dai rapporti con la madre e per 1/3 dai rapporti con il padre. A questo punto, dividendo la somma di prima per 3, si ottiene la liquidazione del danno esistenziale spettante alla figlia/figlio. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Sulmona, 26 Novembre 2012.


Omesso riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio – Risarcimento del danno – Sistema di calcolo – Scalare partendo dalle Tabelle di Milano – Sussiste. .
Il danno da mancato riconoscimento del figlio nato fuori da matrimonio, può essere risarcito prendendo le mosse dalla Tabella del Tribunale di Milano. In particolare, si parte dall'alterazione esistenziale più alta e cioè dal 100% di invalidità per un soggetto di età corrispondente a quella del figlio non riconosciuto al momento della sentenza. Si perviene così al valore tabellare. Questo importo ripristinerebbe le condizioni di un soggetto che non può svolgere alcuna attività realizzatrice della persona. A questo punto si divide, secondo ciò che comunemente avviene, la vita di una persona in cinque aree: un'area riguardante le attività biologico sussistenziali, un'area riguardante le relazioni affettive di carattere familiare, un'area che riguarda le attività lavorative, un'area che riguarda le attività sociali, politico associative e infine un'area che riguarda tutto ciò che concerne lo svago. Pertanto, dividendo il l’importo del 100% per 5, si ottiene il valore di tutta l'area delle relazioni affettive di carattere familiare, che andrebbe a risarcire il danno subito da chi è stato privato di qualsiasi relazione di questo tipo. Quindi, si individuano ulteriori quattro (sub) aree: rapporti con i genitori, rapporti con i figli, rapporti con i nonni e rapporti familiari di altro tipo; nel comune sentire la mancanza di un genitore o di un figlio determina un peggioramento della qualità della vita superiore a quello che conseguirebbe alla mancanza di nonni o altri parenti sicché, in via equitativa, si fissa per le prime due il valore di 1/3 dell'area e per le altre due il valore di 1/6. Pertanto, dividendo la somma risultante dal primo calcolo per 3 e si ottiene il valore equivalente alla sfera dei rapporti con i genitori. Infine, secondo ciò che normalmente avviene, la mancanza della madre determina un alterazione peggiorativa della vita superiore a quella che seguirebbe alla mancanza di un padre quindi, sempre in via equitativa, l'area dei genitori è costituita per 2/3 dai rapporti con la madre e per 1/3 dai rapporti con il padre. A questo punto, dividendo la somma di prima per 3, si ottiene la liquidazione del danno esistenziale spettante alla figlia/figlio. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Sulmona, 26 Novembre 2012.


Danno Patrimoniale – Onere della Prova – Sussiste (fattispecie relativa a danno da perdita del veicolo coinvolto in sinistro)..
L’esercizio del potere discrezionale di liquidare il danno in via equitativa, conferito al giudice dagli artt. 1226 e 2056 c.c., presuppone che sia provata l'esistenza di danni risarcibili e che risulti obiettivamente impossibile o particolarmente difficile, per la parte interessata, provare il danno nel suo preciso ammontare. Pertanto, là dove il danneggiato richieda il ristoro dei danni conseguenti alla sostanziale distruzione dell’automobile coinvolta in un sinistro, ha l’onere di dimostrare il valore del mezzo e che l’utilizzo dello stesso sia stato dismesso. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Catanzaro, 29 Marzo 2012.


Contratto di compravendita – Inadempimento – Diffida ad adempiere – Condotte rilevanti.

Contratto di compravendita – Inadempimento – Prova – Quantum debeatur.

Spese processuali – Compensi professionali – Determinazione – Valutazione equitativa.
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In materia di inadempimento del contratto, la condotta meramente dilatoria di una delle parti, nonostante le ripetute sollecitazioni dell’altra, soddisfa i requisiti dell’art. 1455 c.c.. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata)

Quando una delle parti di un giudizio avente ad oggetto l’inadempimento di un contratto di compravendita abbia provveduto a dare contezza probatoria al danno patito nei suoi estremi costitutivi, pur nella evidente difficoltà di darne esatta quantificazione, per la determinazione del quantum debeatur deve farsi ricorso alla previsione di cui all’art. 1226 c.c.. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata)

In seguito all’abrogazione delle tariffe professionali, le spese processuali per compensi professionali vanno liquidate a norma dell’art. 2233 c.c.. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata)
Tribunale Bologna, 16 Febbraio 2012.